LIBRI, RISO E PERSECUZIONE

LA STORIA TROPPO POCO CONOSCIUTA DEL GRANDE EDITORE FORMIGGINI

Il bibliofilo, lo si intuisce a prima vista, è un animale insaziabile. Nessun acquisto, nemmeno quelli abbondanti, nessuna crescente angustia degli spazi domestici destinati a contenere libri, nessuno sguardo irato e ustionante di mogli e compagne per via dei flussi ininterrotti di volumi, ebbene nulla di tutto ciò riesce a placare la sua inestinguibile sete di carta stampata e rilegata a dovere.
Ne consegue che il bibliofilo, oltre ad infestare librerie di ogni tipo, è un puntuale e immancabile frequentatore dei mercatini di antiquariato o di modernariato che vengono allestiti quasi in ogni città d’Italia. Dato l’interesse più che modesto che i nostri connazionali nutrono nel confronti della cultura e dei suoi maggiori veicoli di diffusione, è cosa facilissima distinguere il bibliomane tra la massa svagata degli erranti senza meta.
Se ne coglie subito l’atteggiamento ad un tempo imbambolato e sognante, accigliato e pedante, pronto a rimestare scientificamente tra le cataste di libri in mostra e ad ingoiarne senza alcun disgusto le gloriose polveri.

Di tutto questo ho piena coscienza, perché una di queste febbrili creature sono io.

Tra tutti i volumi che noi malati di libritudine andiamo setacciando senza sosta sui banchetti degli ambulanti, prima o poi emergeranno inevitabilmente gli eleganti libri dell’editore Formiggini, soprattutto alcune delle biografie che componevano la sua collana dei “Profili” o quelli altrettanto curati, ma più consistenti, dei “Classici del Ridere”.

I bibliofili naturalmente ne conoscono bene i pregi, la raffinatezza formale e contenutistica, ma perfino la maggioranza di essi, probabilmente, ignora la storia esemplare dell’uomo che li pubblicò, che inventò e diede alla stampe quelle splendide, intriganti collane.
Apprezzano insomma i suoi prodotti, anche a distanza di moltissimi decenni dalla loro pubblicazione, ma sanno poco di lui, che divenne uno degli editori più appassionati e sui generis che l’Italia abbia mai avuto.

Angelo Fortunato Formiggini nacque il 21 giugno del 1878, ultimo di cinque figli, nella villa di campagna di Collegara, presso Modena, da una famiglia ebraica anticamente originaria di Formigine, paese da cui prese il nome. Un tempo gioiellieri degli Estensi, i Formiggini divennero successivamente facoltosi finanzieri. Tra i tratti vivacissimi e bonari del carattere di quel bambino, due se ne potevano subito indovinare come i più prepotenti: la passione per lo scrivere, sfociata prestissimo in un tentativo precocissimo di autobiografismo, e la tendenza naturale a cogliere gli aspetti buffi, umoristici, delle cose. Una delle prime annotazioni sul suo diario riporta un episodio che lo portò, appena sedicenne, all’attenzione delle cronache: salvò dall’annegamento un bambino di nove anni. Da un frammento di quel suo breve scritto si possono già dedurre le insolite capacità descrittive del giovanissimo autore:

“ …Stava per annegare nel fiume Panaro vicino al Ponte S. Ambrogio in Villa Collegara presso Modena, poco più in giù dove il fiume, ormai stanco dopo la rapida discesa dai monti, sembra un ronzino che cammini ad occhi chiusi sotto il sole d’agosto, mentre i tafani, pieni d’arsura per il troppo sangue ingozzato nelle finitime stalle (molte delle quali furono per oltre un secolo formigginiane) gli pungono il liquido dorso per dissetarsi, ed esso, accortosi ad un tratto che stava sbagliando strada, s’incurva quasi ad angolo retto verso il ponte”.

Il giovane Formiggini in quel periodo adolescenziale visse principalmente a Modena e passò molto tempo ad occuparsi delle vecchie carte dell’archivio di famiglia, la cui storia stimolò sempre in lui una forte curiosità.
Frequentò il Liceo Calvani di Bologna, dove risiedette in via Cartoleria al n° 11, mettendosi immediatamente in luce per la vivacità, per l’arguzia e per la sua insopprimibile tendenza alle burle.
Una di esse anzi, fu causa della sua espulsione dal Liceo. Scrisse e pubblicò in proprio, distribuendolo a tutti gli studenti e ai professori, un poemetto satirico, una parodia dantesca dal titolo: “ La divin farsa, Ovvero la descensione ad inferos di Formaggino da Modena”.
Uno dei professori, reso particolarmente riconoscibile dai versi a lui dedicati, se ne senti offeso e convocò urgentemente il Consiglio dei Professori. Nonostante la difesa di alcuni membri più spiritosi ed aperti del corpo docente, Formiggini venne espulso per sempre dall’Istituto e per quaranta giorni da tutti i licei d’Italia. La stampa finì fatalmente per interessarsi a quell’episodio, difendendo in buona parte “quell’ingegno bizzarro”, e lo fece anche per gli aspetti “di colore” che il fatto produsse, perché gli studenti protestarono rumorosamente in piazza a favore del loro collega, che vi declamò pubblicamente e trionfalmente il suo poemetto.
L’adunata proseguì in una fiaschetteria con le conseguenze immaginabili.

In seguitò alla sua espulsione fu costretto dunque a tornare a Modena dove riprese gli studi al Liceo Muratori. Iscrittosi poi alla Facoltà di Giurisprudenza, contemporaneamente al procedere dei suoi studi, seguitò a comporre poesie goliardiche, come il “Carmen matricolare” e i “Carmina ridiculosa“, collaborando con diversi giornaletti satirici e stringendo amicizia coi principali poeti dialettali del tempo.
Nel 1901 si laureò con lode con una tesi, “La donna nella Torah in raffronto con il Manava-Dharma-Sastra“, che nelle sue intenzioni voleva essere un contributo a conciliare la razza ariana e quella semita. In essa FormIggini sosteneva che ariani e semiti un tempo fossero stati uno stesso popolo, ma pare che perfino in quell’atto finale dei suoi studi avesse infilato una vera beffa perché molto tempo dopo la sua prima laurea, confessò di aver completamente inventato quella tesi, che peraltro non venne nemmeno discussa.

Nel 1902, quasi non si decidesse ad abbandonare la vita goliardica, si iscrisse ai corsi di laurea in Lettere e Filosofia dell’Università di Roma, seguendo attentamente sia le lezioni di Storia del Cristianesimo di Labanca che quelle sul Materialismo storico di Labriola. Parallelamente a queste genere di occupazioni che per essere produttive richiedevano una certa serietà, non smise mai di comporre burle in versi e di fondare o di aderire a sodalizi goliardici, come l’Accademia del Fiasco o la Corda Fratres.

Nel 1906 sposò la pedagogista Emilia Santamaria che sarà fino alla fine la compagna della sua vita e l’anno successivo conseguì una seconda laurea, quella in Lettere e Filosofia, con una più che significativa tesi sulla “Filosofia del ridere”, nella stesura della quale fu seguito anche da Giovanni Pascoli del quale sempre rimase amico.

La sua attività editoriale iniziò quasi casualmente in ragione dell’amore per l’opera del poeta satirico modenese Alessandro Tassoni, l’autore della “Secchia rapita”, del quale, oltre alla ristampa del famoso poemetto buffo, pubblicò nel 1908 una serie di opere inedite, curando successivamente un volume di saggi sul poeta con la prefazione di Pascoli.

Nel 1909, con la pubblicazione della biografia essenziale di Sandro Botticelli, prese l’avvio la celebre collana dei Profili, che così descrisse: “Graziosi volumetti elzeviriani, non aridi riassunti eruditi, ma vivaci, sintetiche e suggestive rievocazioni di figure attraenti e significative che soddisfano il più nobilmente possibile all’esigenza caratteristica del nostro tempo, di voler molto apprendere col minimo sforzo”. La collana arriverà a contare 129 volumi interrompendosi, non casualmente, come vedremo, nel 1938.

Le sue pubblicazioni incontrarono abbastanza rapidamente il favore del pubblico, tanto che Formiggini decise di ingrandire l’azienda e di trasferirsi a Genova. Nel 1912 creò “I Classici del ridere”, la sua collana più rappresentativa, nella quale raccolse tutte le opere classiche che avessero in qualche modo espresso elevate forme di umorismo.
In essa confluirono opere come il Decamerone, l’Asino d’oro, il Satyricon, I viaggi di Gulliver, il Gargantua e Pantagruel e moltissimi altri capolavori.

Dopo la Prima Guerra Mondiale che lo vide soldato per un tempo brevissimo, la casa editrice si trasferì nuovamente a Roma, vicino Piazza Venezia, ed una delle nuove realizzazioni dell’editore fu la rivista: ”L’Italia che scrive”, che aveva l’ambizione di essere una guida per i lettori, strumento utile a reperire tutte le principali notizie e novità nel campo dei libri italiani.

Nel 1921 Formiggini diede vita all’IPCI, Istituto per la Propaganda della Cultura Italiana, inizialmente appoggiato dalle istituzioni politiche italiane, compreso il primo governo Mussolini, attraverso la persona del ministro Gentile. Questi però, successivamente, negò l’appoggio all’editore per divergenze di carattere filosofico, avendo individuato nell’editore una impostazione culturale difforme dall’idealismo che egli andava sostenendo. L’opposizione del filosofo vanificò anche l’appoggio governativo all’idea di Formiggini di investire risorse nella compilazione di una Grande Enciclopedia Italica, una realizzazione di livello assoluto che fu poi fatta propria da Treccani. Naturalmente Formiggini fu lesto a convertire la sua amarezza in abbondanti ed irriverenti versi satirici contro Gentile, iniziando da li in poi a dubitare delle buone intenzioni del regime. Scrisse infatti:

“IL FASCISMO è UNA GRAN BELLA COSA VISTO DALL’ALTO; MA VISTO STANDOCI SOTTO FA UN EFFETTO TUTTO DIVERSO”.

Nuove collane col tempo andarono ad aggiungersi al ricco catalogo delle Edizioni Formiggini, dei veri gioiellini editoriali come le “Apologie”, piccoli saggi dedicate alle varie religioni del mondo, o come le “Medaglie”, biografie di personaggi contemporanei che ebbero tuttavia vita difficile quando si trattò di dare alle stampe i volumi riguardanti Don Sturzo, Luigi Albertini, Giovanni Amendola e Filippo Turati, libri che già pubblicati, dovettero tutti essere ritirati dalle librerie. Con l’inizio della propaganda fascista orchestrata per preparare gli italiani alle leggi razziali, Formiggini fu costretto suo malgrado a ricordarsi della sua condizione di ebreo, una appartenenza da lui sempre largamente trascurata.

Negli scritti di quel periodo il suo antifascismo, ormai deciso ed affilato, si fonde con l’ingenuo appello rivolto agli ebrei perché si assimilassero.
Tentò senza successo di cambiare nome alla casa editrice per evitarne l’esproprio, ovvero la pratica, favorita dalle leggi razziali, che permise a molti personaggi pronti ad approfittarne, di fare facili affari acquistando per una miseria fiorenti attività di ogni genere.
Per citare, ad esempio, uno degli episodi di questo tipo che si produsse nel campo della produzione libraria, fu un certo Garzanti, pochi lo sanno, ad acquistare, molto a buon mercato, la nota casa editrice Treves, fondata e portata a prosperità dai due fratelli di origine ebraica.

A Formiggini non riuscì nemmeno di farsi riconoscere le cosiddette “discriminazioni”, che venivano concesse, quali deroghe, agli ebrei distanti dalla pratica religiosa o che avessero costituito una famiglia “ariana”.
Ma alla fine di quel periodo buio, interdette che furono tutte le possibilità di una vita dignitosa, Formiggini che pensava da tempo, proprio lui così burlone di natura, allo sbocco tragico del suicidio, decise di inscenarlo realmente, ed in modo esemplare, con un atto che apparisse come un’ inequivocabile denuncia dell’iniquità del regime.
Rientrò a Modena, come per concludere simbolicamente tutto il suo percorso di vita, e la mattina del 29 Novembre 1938 si gettò dalla Ghirlandina, la splendida torre del Duomo.
Aveva pensato a tutto: al momento del suo gesto estremo si era messo in tasca una cospicua somma di denaro per far sì che i fascisti non potessero sostenere che si era suicidato per motivi economici. Cadde su un piccolo spazio di selciato che lui stesso, come si scoprì in una delle sue ultime lettere, recuperando la sua celebre ironia, aveva chiesto che fosse chiamato, in sua memoria: “ Al tvajol ed Furmajin”, il tovagliolo del Formaggino, in dialetto modenese.

Oggi una lapide messa sul posto, proprio così lo ricorda. Il regime ovviamente diede ordine ai giornali di ignorare del tutto la notizia di quel suo suicidio così simbolico.

L’unico commento di regime che ci è conservato è la miserevole battuta del segretario del Partito Nazionale Fascista, Achille Starace, lo zelante ideatore di tutta la chincaglieria formale della dittatura, l’inventore dei saluti e delle formule rituali più ridicole che vennero imposte alla gente: «È morto proprio come un ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola».

 


 

 

 

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