Il Solitario di Pico, Tommaso Landolfi

landolfi

TOMMASO LANDOLFI E L’ETERNA CONTEMPORANEITÀ

“Tale era ad ogni modo il paesaggio abituale delle due zittelle, che per diversi motivi, come l’ubicazione della cucina nell’appartamento e l’oscurità delle stanze sulla strada, usavano perloppiù trattenersi da questa parte della casa. La casa stessa, poi, era addobbata con un certo medio e muffoso decoro, come tante del genere: nel tinello suppellettili di giunco e cuscini stampati a fuoco, nel salotto buono (quasi sempre chiuso) divani e poltrone ricoperte di velluto verde, e della medesima stoffa il tappeto sulla tavola, con un passamano a fiorellini rosa. Giacché quelle donne erano quasi ricche, sebbene alquanto tirchie: nate in un paesino all’estremo limite della provincia, vi avevano terre al sole.”

Si può rimanere indifferenti a una prosa del genere? Di quella casa riusciamo a percepire l’odore.
“Le due zittelle” fu il primo libro che lessi di Tommaso Landolfi, nei primi anni Novanta, era appena stato ripubblicato da Adelphi, e ne rimasi folgorato.
Scritto nel 1946 manteneva intatto tutto il suo potenziale di novità letteraria, di attualità, di perfetta rispondenza tra contenuto e contenente, possedeva la coesione magica necessaria, garantita dalla qualità incredibile del lavoro sullo stile, sulla lingua.

Più che contemporaneo, mi parve un racconto scritto dopodomani, o in un qualunque giorno a venire. L’autore stesso dichiarò in più occasioni che “Le due zittelle” era forse la cosa migliore che avesse mai concepito.
Mi convinsi subito che al pari Gadda, seppure in modo del tutto diverso, in virtù dell’uso sperimentale, libero, creativo e denso della lingua, quello scrittore poteva essere considerato un pò come un altro nostro Joyce.
Incappare per qualsiasi motivo in una delle opere di Tommaso Landolfi rappresenta una benedizione per un lettore appassionato e curioso.

Ho detto : “Incappare per qualsiasi motivo”,

perché Landolfi pur essendo uno scrittore di vertice nel panorama del Novecento letterario nazionale e pur possedendo una cifra stilistica di livello europeo, non si incontra facilmente,  risulta completamente sconosciuto alla maggioranza degli italiani, ignorato spesso anche da chi non è affatto digiuno di letture.
Nel gioco non sempre prevedibile delle ragioni che, intrecciandosi tra loro, determinano la maggiore o minor fama di un autore, Landolfi ha evidentemente sfilato la pagliuzza più corta e tocca a noi quindi allungargliela.

Come tantissimi protagonisti della vicenda letteraria italiana, Tommaso Landolfi è figlio della provincia, figlio, anzi, di un piccolo centro conteso da due differenti capoluoghi di provincia.
Nacque infatti a Pico nel 1908, in un paese che all’epoca apparteneva alla cosiddetta Terra di Lavoro, in provincia di Caserta, ma che nel 1927 fu attribuito a quella di Frosinone con un atto amministrativo d’imperio che lo scrittore, da sempre legatissimo al luogo natio, stigmatizzò come uno snaturamento imposto “dai capricci di un regime tirannico”.

Il suo ambiente natale era quello di una famiglia di possidenti, agiata e prestigiosa, al punto che lui sentì di essere, e sempre si definì tale, come un appartenente alla vecchia nobiltà meridionale.
Suo padre Pasquale, grazie alle rendite che la sua posizione gli garantiva e potendoselo dunque ampiamente permettere, non ebbe mai bisogno di esercitare il suo mestiere di avvocato.
Fu invece per ben due volte sindaco di Pico, luogo nel quale i Landolfi vivevano in un bel palazzo nobiliare, e fu anche appassionato viaggiatore ed esperto d’arte.
Sua madre Maria, detta Ida, di origini lucane e cugina di suo padre, per il breve periodo che gli fu accanto tenne nei confronti di quell’unico figlio un atteggiamento morboso, tendente ad escludere chiunque dall’accostarvisi.
La donna morì precocemente nel 1910 e nella memoria di Tommaso, che all’epoca aveva appena due anni, l’immagine della madre morta restò impressa in maniera indelebile.
La conseguenza immediata di quel lutto gravissimo fu che il bambino, più che da suo padre, frequentemente impegnato in viaggi di piacere, venisse allevato da una serie di figure femminili di cui le più importanti furono una zia paterna con le sue due figlie.

Landolfi crebbe da bambino solitario, ipersensibile e di salute cagionevole. La sua prima infanzia fu caratterizzata da frequenti spostamenti, tra Pico, Roma ed altri posti ancora, segnando una tendenza al nomadismo che fu costante in lui per tutta la sua esistenza. Pico tuttavia rimase sempre l’eccezione: fu per lui il luogo del ciclico ritorno, il suo punto fermo, il posto che per sempre   considerò patrio.

Dopo aver frequentato le scuole elementari in istituti privati di Roma, il giovane Tommaso, nel biennio 1917 – 1919, venne iscritto in un ginnasio di Prato per passare poi al Collegio Cicognini, nella medesima città, approdando infine nell’Ottobre del 1920 al Liceo Mamiani di Roma.
Appartengono a questi anni i primi tentativi seri di scrittura, dedicati prevalentemente a composizioni poetiche, anche se, a dire il vero, i primissimi versi li aveva scritti ad appena dodici anni, firmandosi “Tommasino poeta”e manifestando in una lettera al padre l’intenzione di

“Diventare da grande scrittore di libri”.

Durante i tre anni di Liceo venne ospitato presso il Collegio Vittorio Emanuele II, ma mal sopportando la vita e la disciplina di quell’Istituto, il suo profitto ne ebbe presto a risentire.
All’assenza di una figura paterna si doveva probabilmente l’insofferenza all’autorità che gli provocò qualche bocciatura e che lo indusse ad un poco convincente tentativo di suicidio che, quindicenne, inscenò soprattutto per paura di una punizione severa.

Ben presto inizieranno i viaggi tra Pico, Roma e Napoli (dove risiedevano i suoi parenti materni), ma le sue vacanze estive verranno trascorse quasi sempre sulle coste tirreniche, a Terracina, Gaeta e Formia. Solo a Pico, però, lo scrittore riuscirà ad esprimersi e a trovare la concentrazione adatta ai suoi scopi:

“La penna a Pico corre, altrove s’inceppa”, scrisse. 

Grazie ad un temperamento irrequieto e curioso Landolfi già da adolescente si appassionò al cinema, al teatro, alla pittura ed allo studio delle lingue straniere che iniziato come un piacevole passatempo, si rivelò in seguito determinante per gli indirizzi presi.
Quella passione, che per lui era quasi un intrigante gioco, lo porterà a studiare le grammatiche di altre lingue ed influenzerà anche la sua scelta dell’Università: opterà per la Facoltà di Lingua e Letteratura Russa, affascinato dalla diversità dell’alfabeto cirillico.

Landolfi sarà in seguito traduttore di quattro lingue (russo, francese, tedesco e spagnolo) e ne conoscerà molte altre, tra cui l’arabo e il giapponese.

Superata nel 1927 la maturità classica, si laureò a Firenze nel 1932 col massimo dei voti con una tesi sulla poetessa russa Anna Achmatova.
Era uno studente irrequieto e passionale che di conseguenza conseguiva ottimi risultati solo nelle materie che riuscivano ad appassionarlo.
In quegli anni universitari, di studio e di dissipazione, visse di notte, giocò al biliardo ed è quello il periodo in cui cominciò ad appassionarsi al gioco d’azzardo, una passione vicina alla malattia che si dimostrerà assai duratura.

Dal 1929 cominciòa pubblicare su alcune riviste i suoi primi scritti, liriche e racconti, ma contemporaneamente si manifestarono i primi effetti della sua dipendenza dal gioco, caricandolo di debiti che saranno purtroppo nota costante della sua vita.
La situazione di bisogno non lo convincerà mai, tuttavia, ad esercitare lavoro diverso da quello dello scrittore e Landolfi arriverà addirittura, ad onta delle difficoltà economiche, a rifiutare una cattedra di russo presso l’ateneo di Urbino, accettando solo quel che gli proveniva dalle pubblicazioni su riviste e dal suo lavoro di traduttore.

Nel 1937 uscì la sua prima raccolta di racconti: “Dialogo sui massimi sistemi”e Landolfi iniziò nello stesso periodo a frequentare gli ambienti intellettuali fiorentini, soprattutto il celebre Caffè delle Giubbe Rosse, caro a scrittori e poeti.

Pur non occupandosi apertamente di politica, fu convinto antifascista e nel 1934 a causa di discorsi contro il regime si fece anche un mese di carcere.

Nel 1939 pubblicò“La pietra lunare”e “Il mare delle blatte” presso l’editore Vallecchi, col quale lavorerà fino alla fine.

Durante la guerra anche l’amata casa di Pico venne bombardata, saccheggiata e usata come rifugio da estranei.

La sua carriera proseguirà intensa nel dopoguerra, puntualmente segnata da regolari pubblicazioni e molti prestigiosi premi letterari verranno a compensare, con introiti aggiuntivi, il peso delle perdite di gioco, abitudine in lui mai doma.
Nel 1942 pubblica “La spada”; nel 1943 “Il principe infelice”.
Il 1946 è l’anno de “Le due zittelle”, pubblicato presso l’editore Bompiani dopo un lungo tiremmolla con l’abituale editore Vallecchi.
Nel 1947 esce “Racconto d’autunno” e l’anno successivo lo splendido racconto “Cancroregina”.

Le esigenze economiche, che si mantenevano, per le ragioni esposte, sempre elevate, lo convinceranno ad accettare di percorrere la strada del giornalismo, forma di scrittura da lui disistimata e che etichettò significativamente quale:

“Letteratura alimentare”.

Estremamente schivo di carattere, raramente intervenne a cerimonie pubbliche, arrivando a mandare il suo editore a ritirare al suo posto i premi letterari che numerosi gli venivano assegnati.

A quasi cinquant’anni, nel 1955, sposò Maria Fortini, una ragazza di Pico di ventuno anni, divenendo nel 1958 padre di Maria, che chiamò tuttavia Idolina, come la madre persa così precocemente.
Sarà Idolina, legatissima al padre, più che il fratello minore Landolfo, detto Tommaso, la vera depositaria della sua eredità letteraria che  gestirà fino alla sua morte, nel 2008, il Centro Studi Landolfiani di Firenze e curerà la pubblicazione di nuove edizioni delle opere paterne.

Per Landolfi il 1958 è anche l’anno di pubblicazione di “Ottavio di Saint Vicent”e di “Mezzacoda”.
Nel 1959 pubblicò “Landolfo VI di Benevento”, nel 1960 “Se non la realtà”.

Racconti e romanzi si succederanno copiosi negli anni che seguono, vedranno la luce titoli importanti come: “Un amore del nostro tempo”; “Rien va”; “De mois”; “Le labrene”; “Tre racconti”ed altri ancora, fino all’estrema sua produzione, quella delle opere dei tardi anni Settanta: “A caso” e “Il tradimento”.

L’incrementarsi della sua attività con la necessità conseguente di una assoluta concentrazione, lo portò ad abitare prevalentemente nella sua Pico, ma il clima freddo e umido del paese ne minerà la salute gravando sui suoi polmoni già molto provati dal vizio del fumo.

 

Il portone della casa di Landolfi a Pico

 

Sarà costretto a cercare migliori condizioni nel clima mite di Sanremo e Rapallo, predilette anche per la presenza dei casinò, ineliminabili dalla sua  vita che si arresterà nel 1979 a Ronciglione, l’ameno borgo sulle rive del Lago di Pico.

In quell’amabile paese Landolfi morirà in solitudine, di enfisema polmonare, proprio durante una breve assenza della figlia Idolina.

Conservo la speranza che nel nostro paese, un luogo nel quale spesso si ignora perfino chi furono i grandi padri della letteratura, possa un giorno inaugurarsi l’era, che sarebbe davvero utilissima, di una più profonda curiosità per il bello e che essa si affermi in una misura tale da rendere inevitabile l’incontro di tantissimi di noi con la scrittura di Tommaso Landolfi e con la sua opera fantastica, oscura, immaginifica, raffinate e grottesca,

che resterà contemporanea in qualsiasi futuro.

Tommaso Landolfi in un ritratto di Tullio Pericoli
Tommaso Landolfi in un ritratto di Tullio Pericoli (1993)

 

 

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