Dolores Prato e la Grandezza Ignorata

“A capo del convento dove io ero in Collegio, c’era una trinità di monache tutte uguali nella potenza, concordi nel giudizio, sincrone nelle azioni: la Superiora, la Maestra, la Vecchissima Religiosa.
In quel convento si faceva un gran parlare di misteri: se si trattava di misteri celesti, il parlare era sereno, ampio, dettagliato; se si trattava di misteri terreni, era un parlare agitato, rapido, più sottinteso che spiegato: erano accenni così sfuggenti da somigliare al gesto di chi tocca qualcosa che scotta.
E difatti si alludeva spesso a certe “scottature”, non meglio identificate, che il “mondo” era solito dare a chi prendeva soverchia dimestichezza con lui…”
(Dolores Prato, Scottature)

Come è possibile che l’autrice di un incipit di questa qualità sia ignorata dalla maggioranza dei lettori?

Chiunque abbia esercitato a sufficienza la propria curiosità spingendola in più direzioni verso ambienti in qualche modo connessi alla cultura, si sarà fatto da tempo un’idea sulle leggi che regolano il conseguimento o meno della fama, grande o modesta che sia, da parte di scrittori, pittori o di artisti in generale, su quelle regole che la dispensano o la negano a figure egualmente meritevoli, o, come avviene spesso, invertono crudelmente il rapporto tra meriti e ricompense a sfavore del personaggio che ha le doti migliori.

Dato per assodato che le condizioni ambientali, quelle che cioè connotano sin dalla nascita la dotazione di partenza di un individuo, hanno sul suo destino un’influenza quasi decisiva, non meraviglierà più di tanto sapere che Dolores Prato, una donna assolutamente sconosciuta ai più, sia stata una grande scrittrice.
Le circostanze della sua nascita e della sua infanzia, entrambe sfavorevoli, possono infatti spiegare molto di quello che è stato il suo percorso di vita e della sua difficoltà a rientrare nella categoria degli scrittori conosciuti.

Nasce a Roma da una relazione tra Maria Prato, già vedova Pacciarelli ed un avvocato calabrese e si può dire che i suoi problemi nascano con lei.
Viene infatti registrata all’anagrafe come Dolores Olei, nata il 16 Aprile 1892 da “madre che non consente di essere nominata”. Dopo qualche giorno Maria Prato ci ripensa e dà alla bambina il proprio cognome.
Viene messa a balia, come si usava dire a quei tempi, a Sezze, allora ancora centro della Ciociaria, ma perdurando l’indisponibilità materna ad occuparsene, Dolores viene affidata a due zii residenti a Treja, un piccolo centro del maceratese che già dal 1790, in virtù di una Bolla Papale, era stato dichiarato pomposamente “città”.
Lo zio, Don Domenico Ciaramponi, detto Zizì, è un anziano prete, colto ed eclettico che vive con Paolina, la sorella nubile. Penseranno loro alla prima istruzione della bambina, prima che Zizì, per problemi economici che vanno ad intrecciarsi con suoi contrasti con l’autorità ecclesiastica, emigri in Argentina, paese nel quale resterà fino alla morte.

Dolores giovanissima

Dolores, di conseguenza, viene spedita nel Collegio della Visitazione, tenuto dalle monache Visitandine. Il periodo vissuto tra le mura dell’Educandato, una struttura di prestigio frequentata da bambine e ragazze di buona famiglia nella quale lei era più che altro tollerata grazie al lavoro che le veniva addossato e che svolgeva senza lamentarsene, ed alla parentela ecclesiastica, restò riflesso per sempre nella sua personalità, nei suoi ricordi e nella sua opera letteraria.
È negli anni di assenza dello zio che Dolores incontra la seconda donna decisiva della sua vita.
Entrata in collegio nel 1905, la giovane Prato resta affascinata dalla figura particolare di Suor Maria Masi, “Madrina”, sorella di un generale, amica del gran maestro di massoneria Adrano Lemmi e appassionata di Carducci.
La scrittrice nel libro “Le Ore” manifestò nei suoi confronti un riguardo simile ad un vero e proprio culto, che grazie alla qualità della sua narrazione, divenne una sorta di monumento letterario. Dolores rimarrà legata a Treja, indissolubilmente, anche nel mutare dei luoghi in cui la vita la condurrà.

“Io abito ancora a Treja pur non avendola più vista da quell’età piccola che non invecchia”, scrive.

Trascorsi gli anni dell’Educandato, Dolores dalla provincia maceratese si trasferisce a Roma, dove frequenta la Facoltà di Magistero.
Appartengono a quel periodo una ricca produzione epistolare e i primi tentativi di narrativa e di saggistica. Si laurea nel 1918 iniziando subito dopo la carriera di insegnante di materie letterarie a Sansepolcro, in Toscana, dove resta per tre anni, per poi fare la docente a San Ginesio fino al 1927, dopo una breve parentesi di lavoro a Macerata.

Viene allontanata da San Ginesio con fumosi pretesti burocratici che probabilmente vanno a coprire una sanzione per la sua contrarietà al fascismo, e nel biennio 1927/1928 va a vivere a Milano.
In quegli anni frequenta un avvocato, militante del Partito Comunista clandestino, Domenico Capocaccia, e insegna presso la Libera Scuola di Cultura e d’Arte fondata dal pedagogista Vincenzo Cento.
Torna poi a Roma e per un po’ insegna all’Istituto Marymount, specializzandosi in particolare sulla figura e l’opera di Dante.
Tra le sue carte ritrovate, molti sono i profili che gli sono dedicati e gli appunti riguardanti l’autore della Commedia, cose che con ogni probabilità costituivano degli scritti preparatori per le sue lezioni scolastiche. Per ritagliarsi qualche forma suppletiva di guadagno nella vita modesta che conduce, accetta di prendersi cura, a pagamento, di una ragazza affetta da notevoli disturbi psichici.

Siamo ormai nel dopoguerra.

Parte integrante della sua personalità, l’eterna ricerca di amore da parte della Prato, dovuta certamente al senso di abbandono che da quello primordiale, subito ad opera della madre, non la lascerà più, è la prima causa delle relazioni tormentate ed instabili che caratterizzeranno la sua esistenza, da quella, già ricordata, con Capocaccia, a quella con l’eroe della Resistenza ligure Andrea Gaggero.
Lui è un ex Padre Filippino sopravvissuto a Mauthausen e ridotto allo stato laicale nel 1953, noto anche perché insieme ad Aldo Capitini inventò la Marcia per la Pace da Perugia ad Assisi.
La storia tra lui e Dolores, durata circa vent’anni, cesserà con l’ennesimo abbandono subito, dovuto all’incontro dell’uomo con una nuova fiamma.
A Roma lei sbarca il lunario con saltuarie collaborazioni giornalistiche, specie con “Paese Sera”, ripetizioni private e partecipazioni a premi letterari.
Nel 1948 un suo scritto, ispirato al periodo di insegnamento a San Ginesio: “Nel paese della campane”, ottiene una segnalazione speciale dalla giuria e l’anno successivo il romanzo: ”Calycanthus: E lui che c’entra?”, opera in cui si avvicina alle atmosfere autobiografiche predilette, si guadagna l’interesse di Giuseppe Ungaretti.

 

Sono gli anni di un viaggio in Russia e della pubblicazione a proprie spese, nel 1963, del romanzo “Sangiocondo”, versione rimaneggiata de “Il paese della campane”.
Nel 1963 “Scottature”, narrazione del suo periodo di passaggio tra Collegio e università, vince il Premio Stradanova, ma anche questo gioiello verrà stampato a proprie spese due anni dopo.
Successivamente Dolores mette mano alla stesura di due opere ancora oggi inedite: “Voce fuori del coro”, un pamphlet sui disastri urbanistici provocati dall’elezione di Roma a capitale italiana, e “Lettere ad un gesuita”, storia di una rinuncia in amore a favore di un’amica. Vari appunti danteschi, che confermano il suo amore letterario intramontabile e materiali narrativi onirici siglati: “I miei sogni”, testimoniano ulteriormente l’attività intensa del periodo che va ad oltrepassare gli anni Settanta.

Dal 1973, senza abbandonare altri progetti, si dedica alla stesura di una monumentale opera autobiografica, lavoro che si protrae per svariati anni.
Ricompone in tal modo il complicato puzzle delle proprie origini. Conserva, annota, scrive e alla fine degli anni Settanta, a 88 anni, produce più di mille cartelle di manoscritto.
È un’amica a fare da mediatrice presso Einaudi.
Alla casa editrice il manoscritto approda e viene finalmente apprezzato, ma la lunghezza che ne rende difficile la vendibilità, causa la decisione di operare dei tagli drastici.
Sarà Natalia Ginzburg a ridurre decisamente ma delicatamente quel testo che lei ha immediatamente amato.
La prima edizione del suo capolavoro esce nel 1981 col titolo: ”Giù la piazza non c’è nessuno”.

Dolores Prato a quasi novant’anni di età fa così il suo esordio tra gli autori pubblicati. Subito dopo tenterà di procurarsi contatti e denaro per pubblicarne una versione integrale e intanto va aggiustando la parte adolescenziale della sua autobiografia in un romanzo breve che vedrà la luce postumo col titolo: “Le Ore”.
Su consiglio dell’amico Fausto Coen, uno degli intellettuali coi quali per tutta la vita ha intrattenuto rapporti epistolari e non, nel 1981 decide di affidare tutte le proprie carte all’Archivio Contemporaneo del Gabinetto Viesseux di Firenze.

Nel novembre del 1982 una brutta caduta la costringe al ricovero in ospedale e le sue condizioni, aggravate da problemi respiratori e cardiaci, ne consigliano il prolungamento. Muore in una clinica di Anzio.
Viene sepolta in un primo momento a Roma, nel Cimitero di Prima Porta, ma le sue spoglie troveranno definitivo riposo nel cimitero della “sua” Treja, in una tomba fatta costruire dall’Amministrazione Comunale. Nella stessa città sono raccolte, microfilmate ed accessibili agli studiosi, le copie di tutte le sue carte e dei numerosi inediti.
Da tempo è prevista l’apertura di un “Centro Dolores Prato”.

L’edizione integrale di ”Giù la piazza non c’è nessuno” verrà pubblicata nel 1987.
Fino a quel momento

Natalia Ginzburg rimarrà la custode fedele delle parole di Dolores.

 






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