ROCK & ROM

“Ma ti scoccia così tanto darmi una mano?”

Consuelo abbassò lo sguardo e con un gesto nervoso disintegrò, piuttosto che spegnere, la sigaretta nel portacenere anonimo.
Come sempre l’irritazione le donava: più si indispettiva e più era bella. 

Il tavolino del caffè in cui lei ed io ci eravamo rifugiati, era uno dei pochi a rimanere in penombra e in una giornata come quella, in cui ti si scioglievano anche le idee in testa, quello era indiscutibilmente un privilegio.
Qualcuno tra i tanti che negli altri tavolini, quelli percossi dal sole, provavano a mantenersi vivi succhiando il ghiaccio ferroso sopravvissuto a una bibita, ci lanciava spesso occhiate dense d’odio e di invidia. 

“Sentimi bene Lallo, non è che la mia posizione di assistente sociale mi faccia guadagnare necessariamente la fiducia di quelle signore, anzi. L’altro giorno quando, dopo una ventina d’anni di occupazione abusiva di una casa, ne hanno sgombrate una mezza dozzina, l’epiteto più accettabile che abbiano rivolto a me e alle mie colleghe in quel crepitare di insulti degno della contraerea statunitense di stanza nel Pacifico, è stato: “ Zoccolona, figlia di buttana, nipote di troia!”.

contraerea americana

“Sì, non è proprio elegantissimo – ammisi io, conciliante – ma se pensi a quello che è toccato ai vigili urbani e ai poliziotti, e considerando la comprensibile contrarietà che può affliggere chi si trova ad essere sbattuto fuori dal posto dove ha abitato per un sacco di tempo, quelle parole, a ben vedere, avevano un tono quasi affettuoso.
Probabilmente non hai saputo che nella stessa circostanza, una gigantessa rom dall’apparente età di novant’anni, con un corredo di rughe che la rendeva più autorevole di una divinità hawaiana di prima fascia, visibilmente imbestialita e con uno scintillio commissaricida che le ballava negli occhi, si è accostata al funzionario che dirigeva le operazioni di sgombero e minacciandolo con un braccio ingabbiato da decine di braccialoni pesantissimi, gli ha sibilato come un crotalo:

Impudente!”

 

“Impressionante, – convenne con me Consuelo – ma non mi convinci: non andrò da loro a domandare per chi hanno votato.
Non chiedermelo più, argomento chiuso!”

Ve lo assicuro, nessuno a questo mondo, sa dire “Argomento chiuso” nel modo ineguagliabile col quale lo dice Consuelo.
Breve, rapida, perentoria, con quell’unica “r“ arrotata in modo conturbante: il suo rifiuto era un colpo di fioretto che ti trapassava il cuore facendolo sanguinare miele. 

Vibrai tutto, senza darlo a vedere. Mai un sorso di gazzosa fu più soccorrevole: per nascondere il mio turbamento erotico, praticamente mi ci tuffai.

 

Vagai per un momento con la mente, o meglio, con quello che in una giornata così infuocata ne faceva le veci. Da tempo intrattenevo con Consuelo una torrida relazione ed il particolare che io lo facessi a sua insaputa, come chi si ritrova una casa facendo il ministro, non toglieva nulla al romanticismo del nostro rapporto. Non si diceva forse: “La fantasia al potere”?

Ero deluso: speravo che mi accompagnasse ad intervistare il gotha della comunità matriarcale rom della città e oltre al vantaggio professionale che me ne sarebbe venuto, pensavo che così avrei avuto l’occasione di starle ben attaccato alle gonne, malgrado la meravigliosa esiguità di queste ultime.

D’accordo, troverò una soluzione comunque. Mi è stata commissionata un’inchiesta sul loro orientamento elettorale, in pratica gli interessa chi pagava, e in che modo, la loro raccolta voti e vogliono quel nome, costi quel che costi.
Qualcosa è già trapelato dalle carte e il gioco dei disconoscimenti e del “Vi sbagliate: io non sono io!” è partito puntualissimo, ma occorre una conferma che, come si dice, dia consistenza al budino. Anche perché qui da noi alligna un’ipocrisia sulfurea.

ipocrisia sulfurea allignante

A Latinachenessunodiquestilachiamacosì il giochetto di aizzare la gente contro ogni cosa che si muova all’esterno del loro grugno, i razzisti lo fanno da sempre. Fior di carriere si son fatte così, del resto funziona! E allora: dagli addosso ai migranti, basta con tutti questi  allergici al polline di piante che crescono in Etiopia meridionale, fermiamo  ora, prima che sia tardi, l’invasione dei daltonici di Smirne e, naturalmente, buttiamo fuori i rom.
A sentirli, questi qua sono sicurissimi che trovare uno “zingaro” che non ruba sia più difficile che beccare un granello di forfora sulla giacca di Toto Cutugno.

La giacca di Toto Cutugno

Strillano che vanno deportati, applaudono ad un censimento su base etnica, senza sprecare nemmeno un neurone pensando che essendo quasi tutti italiani, la maggioranza dei rom è già ben presente nell’anagrafe.

Roba da pazzi insomma!

E la cosa più inaccettabile in questo accidente di città, è che quelli che oltre a pompar paure, si sgargarozzano  predicando tolleranza zero coi rom, sostenendo che si debbano colpire ed emarginare, sono proprio gli stessi che per decenni li hanno fatti prosperare nell’illegalità e negli abusi amministrativi, senza minimamente sognarsi di intervenire.

Mi senti Consuelo? Chi ora strilla di più contro tutti i rom è magari lo stesso che dava pacche sulle spalle ai peggiori di loro, e non si inalberava per i posti loro riservati allo stadio. E, guarda caso, in quell’area probabilmente troveranno i politici sospettati di averli sempre utilizzati come rabdomanti elettorali!

Hai capito che roba? Poi dici che uno si ficca nel tunnel delle serie poliziesche birmane! Ci credo!
Una tregua diventa necessaria: io tutti i mercoledì prendo una pizza da asporto, di stazza anormale e condita con ogni sorta di cosa al mondo che non siano chiodi, mi piazzo davanti alla tivù e dimentico le orde dei salvinidi davanti alla terza stagione de “Le inchieste a tappeto dell’ ispettore Than Tun”…

စစ်ဆေးရေးဦးသန်းထွန်း ” ၏စုံစမ်းစစ်ဆေးThan Tun

“Tu Lallo ti complichi sempre la vita. Che ti frega di quel che è stato? Tanto, anche se la magistratura scolpisse le sentenze in materia di reati politici sui muri della Prefettura, la memoria cittadina dopo un minuto gli farebbe fare la fine delle scritte sul bagnasciuga, pronte a dissolversi alla prima carezza del mare, e si dimostrerebbe pronta a sognare sulla base delle bugie del prossimo aspirante piranha. Smetti di starti a tormentare sul peso del passato, sulle nostalgie ottundenti e sull’incubo del futuro.

 

il futuro?

 

Fattene una ragione, la realtà è questa: guardati intorno, li vedi? Regolati su di loro e impara a fare anche tu, una buona volta, il cittadino consumista del passato remoto. Prova a ripetere con me: Eia Eia… Smart Smart!”  

 

Accigliato, diedi un’occhiata intorno: nonostante fosse mezzogiorno, un silenzio greve sembrava schiacciare il piazzale. Quasi tutti gli avventori di quel caffè, stralunati più dalla noia che dal caldo, si erano allungati con la faccia stesa sui tavolini e con sguardo liquido fissavano gli schermi dei loro iPhone. Gli occhi si muovevano rapidi ma vitrei, seguendo probabilmente conversazioni di sconosciuti sull’uso dello zafferano nella cucina tirolese. I bambini, silenziosissimi, si sparavano cartoni animati sul tablet di nonne che sfogliavano convulsamente riviste di gossip.

Una neomamma, lì vicino, stava col seno scoperto e pronto all’uso, ma, soprappensiero, al neonato aveva dato da succhiare il cellulare. Il piccolo sembrava gradire e ciucciava vigorosamente. 

 

 

 

Io stavo per avvertirla ma Consuelo proprio in quell’istante si alzò:
“’Ndiamo va’, che s’è fatto tardi e ho il corso di zumba all’una”.

Spinte da una forza ultraterrena, le mie ginocchia meccanicamente scattarono all’insù.
Feci per seguirla, anche se amo la zumba quanto una sinfonia rap di tre ore.

 

 

“Domani richiamo Cervellenstein, e di corsa, – pensai –

non posso continuare così”.

 

 

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