Il minuto come genere letterario: István Örkény

In ambito letterario sono sempre stato e sono tuttora attratto prevalentemente da tre tipologie di scrittori.
Amo in primo luogo  gli “evocativi”, quelli dalla prosa nitida, pulita ed elegante, efficace al punto che con una sola riga è in grado di suscitare nella mente mille immagini, restituendone perfettamente anche l’impronta emotiva.
In secondo luogo mi piacciono gli “originali”, quelli cioè che battono strade poco frequentate, illuminando a giorno dei percorsi che non avevo assolutamente previsto di fare.
Infine adoro gli autori “geniali”, che non pretendo nemmeno di descrivere perché sappiamo tutti che quel genere di grandezza riesce sempre a manifestarsi al lettore abituale con una evidenza che non lascia spazio a dubbi.

Qualche settimana fa vi ho raccontato di Max Aub, della sua complicata storia personale e della sua arte letteraria della beffa, un armamentario umano e stilistico che lo ha iscritto, direttamente e gloriosamente, nei ranghi degli autori originali.
Scovarli è una benedizione solitamente dovuta in parte al caso e in parte alla curiosità che fa del lettore compulsivo una specie di cane da tartufo, insensibile alla polvere che levandosi birbona dalle pagine dei libri ammonticchiati nelle bancarelle, gli sale fino al naso, vellicandolo.
L’eventuale scoperta capace di regalare un nuovo mattoncino alla tua personalità vale bene un paio di sternuti.

Mi piacerebbe condividere con voi uno dei miei più vecchi colpi di fortuna letterari e favorire il vostro incontro con uno scrittore che mi pare fatto della stessa pasta di Aub, un autore dall’atipicità d’origine controllata, anche se proveniente da un’area culturale molto diversa da quella dell’autore di “Delitti esemplari”.

István Örkény (1930)

Istvàn Orkény (1912-1979) era infatti ungherese, nato a Budapest, e proveniva da una famiglia benestante ebrea.
Il padre era farmacista, cosa che condizionò la sua formazione indirizzandola verso studi scientifici.
Orkény prese dunque una prima laurea in Ingegneria ed una seconda in Farmacia, un fatto questo che avrebbe dovuto essere la premessa perché succedesse al padre nella sua redditizia e decorosissima attività.
L’attrazione di Istvàn per la letteratura scombinò tuttavia i piani familiari sul suo futuro, così, per contrastare la capacità seduttiva di quella sua passione, venne spedito a Parigi.

Naturalmente nel venticinquenne Orkény gli effetti dell’operazione paterna furono esattamente contrari a quelli sperati e lui continuò a frequentare gli ambienti intellettuali parigini, essendo tra l’altro quella città una delle mete predilette dell’emigrazione magiara nel precario e difficile periodo intercorso tra le due guerre.

Nel 1939 Istvàn tornò in patria prendendo l’ultimo treno che rientrò a Budapest prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Si trovò dunque nell’occhio del ciclone: partecipò al conflitto come riservista, venendo fatto in seguito prigioniero sul fronte russo.
Per lunghi anni insegnò nella scuola del campo di prigionia insieme con altri eminenti internati ungheresi, tra cui Gyorgy Lukàcs.
Nel dopoguerra si iscrisse al partito comunista e se pure non fu coinvolto direttamente nella rivolta ungherese del 1956, si dichiarò successivamente solidale con l’Unione degli Scrittori e con coloro ai quali la partecipazione diretta all’insurrezione costò la carcerazione.
Perse naturalmente il suo posto di redattore di una casa editrice legata al regime e fu costretto a trovarsi un’impiego come chimico.
Solo nei primi anni Sessanta gli venne permesso di rientrare sulla scena letteraria.
Nel 1963, in virtù di quella svolta, riuscì a pubblicare “Giochi di gatto”, un piccolo gioiello narrativo. A questo romanzo seguì “La famiglia Tòt”, ed entrambe le opere ebbero anche una loro riduzione teatrale.

Il lavoro che però gli valse la definitiva consacrazione fu la raccolta di racconti brevi “Novelle da un minuto”, un capolavoro assoluto di umorismo grottesco.

La comicità raffinata e sottile che illumina i brevi, fulminanti scritti che vi compaiono, ha certamente una radice nell’umorismo ebraico, un vero e proprio marchio di qualità, e nel Witz, lo scherzo buffo della letteratura umoristica austroungarica.
Per sua stessa ammissione lo scrittore nella sua cifra letteraria sentiva anche l’eco del suo incondizionato amore per Franz Kafka.
In questi racconti, adatti secondo l’autore soltanto a “far risparmiare tempo alla gente”, situazioni banali vengono capovolte ed amplificate in modo che assumano una impronta di surrealtà, di realtà rovesciata che provocando il sorriso, riesca sempre a sfumare il peso della tragedia, volgendola in farsa.

Da “Novelle da un minuto”:

Informazioni

Da quattordici anni siede nell’androne, dietro a un piccolo sportello scorrevole.
Gli chiedono sempre due cose soltanto.
– Dove sono gli uffici della Montex?
Lui risponde:
– Primo piano a sinistra.
La seconda domanda è:
– Dove si trova la Lavorazione Scarti di Gomma?
Al che lui risponde:
– Secondo piano, seconda porta a destra.
In quattordici anni non si è mai sbagliato, tutti hanno avuto l’informazione esatta. Solo una volta è successo che a una signora, che si era fermata davanti al suo sportello e gli aveva fatto una delle solite domande:
Per favore, dov’è la Montex? – lui, una volta tanto, fissando il vuoto, dicesse:
– Veniamo tutti dal nulla e al fetido nulla torneremo tutti.
La signora sporse reclamo. Il reclamo fu preso in esame, se ne discusse e poi la cosa fu lasciata cadere.
Effettivamente non era un caso tanto grave.

 

 

Dignità professionale

Io sono un osso duro!
So dominarmi.
Esteriormente non lo davo a vedere, ma erano in gioco il lavoro assiduo di lunghi anni, il riconoscimento del mio talento, tutto il mio futuro.
– Sono un artista zoologo – dissi.
– Che cosa sa fare? –  chiese il direttore.
– Imito le voci degli uccelli.
– Purtroppo, – disse con un cenno di diniego, – è roba fuori moda.
– Ma come? Il tubare della tortora? Lo zirlìo dell’ortolano? Il canto della quaglia? Lo squittire del gabbiano? La melodia dell’allodola?
– Roba vecchia, – disse annoiato il direttore.
Mi fece male. Ma credo di non averlo dato assolutamente a vedere.
– Arrivederci, – dissi cortesemente, e

volai via dalla finestra aperta.

 

 

 

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