L’ESTATE DI TARALLO

Lallo camminava distratto, tirando calci a microscopici sassetti:
il malumore gli stava addosso e non lo mollava, proprio come avrebbe fatto un terzino d’altri tempi. Più che altro era insoddisfatto, arrabbiato con se stesso. non aveva scelta, doveva per forza buttare giù un articoletto asfittico, uno di quelli che vanno forte in estate, le cosiddette letture sotto l’ombrellone:

 

pappine concepite per non affaticare quelli che, pur non leggendo in nessuna stagione, in spiaggia vorrebbero di colpo darsi mezzo tono da intellettuale, giustificando così la loro più che sobria alfabetizzazione.

 

 

“Guarda Tarallo, non ti azzardare a riciclare  ancora il pezzo su quei latinensi feticisti che si appostano di notte per aprirsi l’impermeabile davanti alle passanti e mostrare loro la divisa da Giovane Fascista!

Me l’hai propinato almeno tre volte, cambiando solo il tipo di cappello. Hai solo alternato la bustina col fez e messo un teschio in più sul cinturone: direi che sarebbe il caso di finirla, no?
Una volta tanto scrivimi  qualcosa di estivo, di fresco, che piaccia a chi vuole divertirsi, non a chi si incupisce coi libri e con l’opposizione: del resto nemmeno tu sei più all’opposizione, almeno qui in città!”

 

Ognissanti Frangiflutti, Il direttore del fogliaccio sul quale, per necessità, Tarallo faceva pochissime e dolorose marchette giornalistiche, gli rideva sgangheratamente in faccia, a bocca aperta, guidandolo in una sorta di viaggio negli orridi abissi della sua recente colazione.

“Direttore, non ci provi!! “Quelli” non se ne sono mai andati!
Hanno ancora il doppio di tutte le chiavi, altro che storie, e non mi venga a dire che noialtri stampisti non ne sappiamo niente, visto che gli stiamo tenendo il pranzo in caldo e che lei in particolare, sta pure col tovagliolo al braccio, come un cameriere!

 

“Basta Tarallo, non so nemmeno perché ti tengo ancora a scribacchiare qui.
Forse è solo per rispetto al tuo povero zio piduista, che dici di detestare, e che ne soffre tanto!  Fila piuttosto a scrivere un articolo in stile caraibico nostrano e buttaci dentro qualche tormentone ballabile per cazzoni e cazzette telecomandati, altrimenti mettiti a parlare della recentissima mania del massaggio himalaiano che spopola tra i bagnanti di Foce Verde. Ti fa schifo? Va bene, ti vengo incontro: elabora il solito quiz da spiaggia, che so: “Sei gerontofilo o pedofilo?”.
Anzi, se ti butti su questa roba, nei risultati mettici pure la categoria a sorpresa, quella dei pedogerontofili capaci di tutto: fa sempre colore.

Se poi non te la senti nemmeno di fare ‘sta cosa facile facile, allora non c’è altra via che quella delle nuove diete. Inventati ed elenca delle diete di moda: funziona sempre e magari ci ricavi pure un qualche divertimento, se qualche imbecille ci casca iniziando una delle diete assurde che avrai immaginato!”…

 

In città c’era una sola persona

 

a cui cavar fuori delle dritte sapide sui più aggiornati vezzi alimentari: Consuelo.
La ragazza, che a sua totale insaputa era partner di Tarallo in complicati quanto immaginari giochi erotici, grazie alla sua curiosità insaziabile, si trovava in possesso di migliaia e migliaia di informazioni e indiscrezioni su una variegatissima e strampalata pletora di argomenti.
Erano tutte nozioni che non avrebbero potuto esserle utili nemmeno nel caso di una durata bicentenaria della sua vita, ma tant’è: a lei interessava un po’ di tutto e non aveva mai restituito a nessuno dei mittenti neanche un frammentino di quello scibile che per lo più costituiva solo un inutile fardello per la sua memoria.

 

Lallo, conscio forse della sua debolezza dinanzi alle forze della natura, che si erano applicate con tanta felice abnegazione e successo al “Progetto Consuelo”, rendendo quella donna perfetta e micidiale in ogni dettaglio, le diede appuntamento in un caffè poco distante dallo studio del Prof Cervellenstein, il suo psicologo: non si sa mai.

Quello che non aveva previsto era che un locale attiguo a quel bar fosse stato affittato al C.S.S.C., “Comitato Saltate Sul Carro”, che proprio in quei giorni stava portando avanti in città una fortunata campagna di arruolamento.

Già parecchio tempo prima che Consuelo si presentasse col consueto, cospicuo ritardo, Tarallo si era già innervosito a sufficienza per il continuo andirivieni di gente che si accalcava per ritirare i moduli di adesione.

Non appena però la ragazza comparve, fasciata da una quantità di tessuto insufficiente a confezionare una salopette per un criceto, il viso ingrugnito di Lallo si distese quasi miracolosamente, rasserenandosi: erano le cinque di pomeriggio e il sole cadeva sulla città come una lama infuocata, ma quando Consuelo sorrise i lampioni della piazza si accesero, ripetendo il consueto miracolo.

Ordinarono qualcosa e parlarono fitto fitto per un’ora.
Nella sede del C.S.S.C. evidentemente stavano regalando dei gadgets ai volontari pronti a saltare sul carro, perché Tarallo notò che dei tizi che aveva visto entrare in calzoncini corti, canottiera e assortimento di tatuaggi del Terzo Reich, uscivano dall’ufficio con addosso dei pesanti cappotti militari, stile campagna di Russia,  con quel caldo poi. 

Ebbe un gesto di stupore, poi riprese a parlare con Consuelo:

“Mi stavi dicendo dei… come li hai chiamati?”

“Fruttariani.

– ribadì la ragazza – Sono degli ultravegetariani. Tempo fa una equipe di ricercatori dell’Università Anabattista di Cleveland di Sotto, ha fatto un esperimento i cui risultati hanno fornito prove inoppugnabili del fatto che la vita delle verdure è tristissima, un vero schifo:
posseggono un embrione di sistema nervoso vegetale microscopico sì, è vero, ma disgraziatamente sufficiente solo a fargli provare la sensazione del dolore. Una vera beffa. Pare che un cespo di Lactuca Sativa, sottoposto all’ascolto di un intero cd di Alvaro Soler, si sia fatto sentire a strilli fino al parcheggio del campus universitario.

Ecco perché questi tizi hanno pensato di non causare a morsi altro dolore a bietole depresse o a cavolfiori con tendenze suicide, decidendo di mangiare solo frutta di stagione e per di più che sia caduta volontariamente dai rami. A volte, in preda alle visioni più orribili, dovute alla fame, aspettano giorni camminando nervosamente sotto gli alberi da frutto e guardando di continuo l’orologio nell’attesa che una pera decida di farla finita.

“Ah però! Ma non gli viene a noia tutta questa frutta?”, obiettò Tarallo distraendosi subito dopo per lo striscione che era stato nel frattempo esposto al balcone della sede del C.S.S.C..

«Censimento di tutti i negri che non facciano sport agonistico» diceva la scritta dai colori cupi.

“Il problema non è la noia; – rispose Consuelo interrompendo i processi mentali di Lallo, che si era allarmato nel frattempo per il contenuto dello striscione –  un problema semmai è intervenuto successivamente, quando uno staff di scienziati di Duluth, in Minnesota, ha provato che anche la frutta caduta dagli alberi è in grado di percepire sofferenze e dolore: prova ne sia che leggendo in un agrumeto l’incipit di un romanzo di Fabio Volo, la metà dei limoni e quasi tutti i mandarinetti giapponesi si sono mummificati nel giro di pochi minuti”.

E allora?” chiese Tarallo ormai disperato per l’articolo che avrebbe dovuto trarne.

“E allora ecco che si sono formate le prime comunità di

 

«Sassariani»,

 

che non sono sardi naturalmente, ma dei tizi particolarmente infestati da senso etico che non si sentono in grado di sopportare l’urlo di una mela morsicata o il grido di morte di un bergamotto mentre viene spremuto.
Queste intelligenze superiori, sufficientemente convinte che i sassi siano elementi del tutto grevi, insensibili ad ogni dolore, sgarbo o maltrattamento e quindi perfettamente edibili, procedono quindi a mangiarli senza sensi di colpa”.

“Accidentaccio!! –  sbalordì Tarallo – E come fanno a tirare avanti?”

“Non te lo so dire, – disse la bella volgendo gli occhioni al cielo e facendo così cadere una pioggia di pennuti storditi – certo è che in qualche modo campano: forse nei sassi c’è qualche sostanza nutritiva che noi non conosciamo ancora, chissà. Nel loro caso le criticità sono altre, la pesantezza di stomaco che li affligge, ad esempio.

In realtà sono loro che possono dare problemi a tutti gli altri. Una regola non scritta dice ad esempio:

“Non cercare mai di usufruire di un bagno pubblico dopo che c’è stato un sassariano, potresti non trovarlo, potresti trovarci un mucchio di rovine!”

piatto del giorno del Ristorante Sassariano “Il Dolmen”

“Giusto! – strillò Tarallo, piuttosto turbato – Non ci avevo pensato.
Puntò  uno sguardo umido di commozione sulle gambe di Consuelo, fortificate fino al marmoreo da ore e ore di zumba acrobatica, e fatalmente finì per sbirciare ancora la sede del C.S.S.C., brulicante di persone.
Stavano distribuendo i fucili agli arruolati, notò Lallo, reprimendo uno sbadiglio che presto si mutò in una smorfia di stupore doloroso:

“Ehhh?? STANNO DISTRIBUENDO I FUCILI???!!!”  raggelò.

Scattò in piedi così velocemente da rovesciare quasi il vassoio col caffè, le  bibite e i biscottini iperburrosi poggiato sul loro tavolino. Consuelo lo guardava sbalordita.

“Forza, su, forza: anche stavolta devo svegliarmi in fretta e parlarne con Cervellenstein. Andiamo! Sveglia! Svegliati Tarallo, svegliati porca miseria!”.
Così, con crescente angoscia andava incoraggiandosi l’infelice, sperando a quel punto di essere dentro l’ennesimo incubo.

Non sappiamo però, e per il momento non lo sapremo, se il giornalista stesse davvero dormendo e se sia poi riuscito a svegliarsi, tirandosi fuori da una situazione così ansiogena. Per capirlo, d’ora in poi, per almeno una settimana, dovremmo comprare ogni giorno quel fogliaccio su cui a volte scrive, per controllare se vi compaia o meno un articolo scemo sulle mode alimentari e sui sassariani.

 

Per ora siamo costretti a lasciarlo così, costernato e confuso, ad osservare lo sguardo compiaciuto ed ottuso che alcuni suoi concittadini scoccavano al fucile che gli era stato regalato dal Comitato Salta Sul Carro, mentre se lo rigiravano tra le mani, soppesandolo felici.

 

“Svegliati  Tarallo, sveglia!!” e oramai il suo era un ringhio di disperazione.

 

 

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