Trame

Ognissanti Frangiflutti sistemò meglio la pila di cuscini che ingentiliva l’austera poltrona dirigenziale e lasciandosi andare di schianto, vi si sistemò sopra emettendo uno sbuffo sonoro, come di geyser adenoideo.

 

Prese subito a scrutare il soffitto. Poteva farlo per ore senza annoiarsi, anzi, quello era il suo passatempo favorito, irrinunciabile. Vi si abbandonava volentieri quando rimaneva solo in redazione, sicuro quindi di non essere visto. Non si sarebbe mai sognato di confidarlo a nessuno, ma da sempre aveva la sensazione che qualcosa, qualcosa di indistinto e misterioso, che si nascondeva nelle bianche lastre di cartongesso, percorse da fittissimi puntini blu, volesse parlargli, comunicare con lui, mandargli un messaggio.

 

 

Lui allora tirava giù lo schienale della poltrona e stando quasi steso ormai, nella nuova posizione, interrogava con gli occhi ciascuno di quei puntolini, inseguendoli metodico, centimetro per centimetro, fino a coprire tutte le lastre del soffitto. Rimaneva fermo in ascolto, senza muovere un muscolo, ma fino a quel momento nulla aveva risposto alla sua domanda muta:

“Che devi dirmi?”.

 

Solitamente, e anche quel giorno successe puntualmente, finiva per scivolare in uno stato di beatitudine un po’ beota, una specie di serena catalessi, visitata di tanto in tanto da ricordi remoti, ma ancora vivissimi.

 

 

Si rivide travestito da Ernesto Che Guevara al veglione di Carnevale che si era tenuto trent’anni prima in casa dell’editore e uomo d’affari che lo aveva assunto, un imbroglione di successo, nostalgico del ventennio ma prestato tatticamente ad un moderatismo muscolare.

 

Quella volta aveva esagerato col bere, mischiando gin e tamarindo, rum e pasta d’acciughe.

Alticcio com’era, e con l’alito contundente, aveva avuto l’incoscienza di avvicinarsi al padrone di casa, al potente faccendiere, all’uomo insomma, che tra i tanti scodinzolamenti che riceveva, aveva scelto il suo.

 

Barcollando come un gondoliere al bar, il giovane Frangiflutti aveva attraversato dense folate di signori e signore ben addobbati e dalle sublimi dentiere, aveva rovesciato almeno tre vassoi di rustici al formaggio, per la disperazione di altrettanti camerieri, ed infine gli era arrivato a tiro.

 

 

Con la voce impastata del vecchio Tom Waits e gli occhi mezzo chiusi, aveva chiesto al suo benefattore:

“Don Peppe, cos’è la libertà?”.

 

Quello che accadde subito dopo fu impressionante:

il tarchiato personaggio sgranò gli occhi terribilmente, tanto che quasi esorbitarono, poi attaccò a ridere, a ridere, a ridere, a singhiozzare dalle risate, a sgangherarsene senza freno.
Si piegava sulle gambette arcuate, fletteva il busto uggiolando come un cane da caccia in presenza di selvaggina, si dava pacche sulle cosce: scosso dai singhiozzi non riusciva a smettere di ridere.
Ad un tratto quella risata sfociò in violenti colpi di tosse, sempre più forti e incontrollati. L’uomo andò in apnea: non riuscendo più a tirare il fiato la faccia gli si era incendiata, gli occhi si erano fatti enormi ed uno spasmo di allarme angosciato gli si era dipinto in faccia.

 

Qualcuno intervenne, altri, forse un medico presente alla festa, non certo Frangiflutti che era rimasto inebetito, con la mascella spalancata e inerte, incapace di prestare aiuto.

Trascorsi alcuni, interminabili minuti, Giuseppe Beccafico si riprese: il respiro tornò regolare ed il colorito si riavvicinò alla normalità. L’editore e uomo d’affari, ancora un po’ affannato, si accostò al suo giovane dipendente con un’espressione così decisa che quest’ultimo si fece di botto sobrio:

 

“Ah Frangiflù, nun me dì più quella parola: “libertà”. Me fa ride, ride, me fa ride tanto, troppo, ar punto de stacce male, capito? Si voi ancora lavorà co me ar giornale, non l’hai da pronuncià più, nemmeno ‘na vorta, perché me metti a rischio de coccolone: è chiaro?”…

Riiing, riiing, riing.

La penombra dell’ufficio venne violata dal suono insistente della suoneria del cellulare.

“Ma chi cazz…??!!” strillò il direttore, saltando in aria e uscendo traumaticamente dalla trance di ricordi in cui, a furia di interrogare il soffitto, era andato a cadere.

 

“Direttore pronto? Pronto? Sono Tarallo Direttore…”

Frangiflutti era una maschera di disappunto: ”Che accidenti vuoi Tarà?”

“Senta, credo di avere uno scoop, qui posso solo accennare alla cosa perché in effetti è grossissima e preferirei approfondire con lei di persona…”

“Ma non si potrebbe rimandare a dopo, a domani, ad un altro momento, a  un altro millennio, a quando si giocherà il primo Campionato di Punto Croce su Alphacentauri?” disse Frangiflutti, mentre faceva gli esercizi di respirazione appresi al Corso sulla Gestione della Rabbia.

Lallo Tarallo imprecò mentalmente: eccone un altro di temporeggiatore, proprio come Cervellenstein, il suo psicologo. Non si fermò comunque:

 

“In breve la storia è questa: sono quasi del tutto certo che esista una Associazione segreta, la “SNTS Facce di chiappa”, che sta lavorando sotto traccia e spargendo ingenti mezzi economici per riportare in auge i vecchi potentati e riprendere gli affari che sono bloccati da questi civici. Dentro la faccenda c’è impegolato un mucchio di gente: se lei mi dà il via io mi metterei, naso a terra, sulle loro tracce, fino a scoperchiare ben bene la fognatura. Non so se mi spiego…” riprese Tarallo con una nota esaltata nella voce.

 

 

Frangiflutti era ormai pienamente rientrato in possesso della sua lucidità e della sua famosa capacità tattica. Riprese quindi la conversazione assumendo un tono lieve, cordiale, quasi amichevole:

“Ma scusami Tarallo, daiii, questa non è una storia: questo è un nulla bello e fatto! Ma vuoi che nella mia posizione, con le mie conoscenze e con tutti gli informatori che abbiamo, sguinzagliati dappertutto, se ci fosse una setta di questo tipo io non lo saprei?”

“Beh certo Direttore: se è segreta mica la sanno tutti…”

 

“Cerca di svegliarti Tarà: se ci fosse davvero questa associazione io lo saprei certamente, e anche in città lo saprebbero tutti. Di questo tipo di cose a Latina tutti sanno tutto, a parte il sindaco e alcuni suoi collaboratori, ovviamente.

 

Quindi non ficcarti sempre in questi impicci insulsi e vai sul sicuro: hai visto che successo ha avuto il tuo articolo sulle mode alimentari? Dovresti fare sempre quel tipo di inchieste tu, ti vengono benissimo: pensa che dopo la pubblicazione del pezzo, alcuni cittadini di Latina sono diventati sassariani!! E sembra che riescano a farcela!

 

 

Io lo dico da una vita: qui da noi digeriscono davvero di tutto! E allora prosegui così, segui la pista, magari valli a intervistare, fatti dare qualche ricetta a base di ciottoli, mettici un po’ di colore…”

“Ma direttore…”

 

Tarallo!! Mi pare di essermi spiegato, no? Se non vuoi fare le interviste coi magnasassi, va’ difilato a vedere come sta andando la Riffa di beneficenza organizzata dal gruppo cattolico “Porgi l’Altra Guancia” a favore della lobby delle armi, in vista della Legge sulla Legittima Sparatoria. Vacci e fammi un bel resoconto commosso, punta sul risvolto umano”.

 

 

Tarallo stava per ribattere qualcosa, poi si dominò e rispose: “Sì, senz’altro, corro alla riffa”, e chiuse la conversazione pensando che avrebbe comunque continuato ad investigare, sia pure con molta discrezione, sulle Facce da Chiappa.

 

Appena terminato quel colloquio, Ognissanti Frangiflutti, serio e teso, aprì subito uno dei cassetti della sua grande scrivania, borbottando:

“Questa non la posso più lasciare qui dentro…”,

e ne tirò fuori una tessera plastificata. Su uno dei due lati aveva stampata a colori l’immagine di un personaggio in camicia sportiva blu e cravatta rossa, che al posto del viso aveva due tornitissime chiappe.

 

 

Sul retro del talloncino erano stampati il suo nome, OGNISSANTI FRANGIFLUTTI, ed il numero di tessera (il suo era il 17). Immediatamente sotto, a caratteri più grandi, campeggiava la scritta CULO E CAMICIA, il motto della  SNTSFDC…

Il Direttore del fogliaccio quotidiano aprì il portafoglio e mise la tesserina al sicuro, in uno scomparto segreto.

Aprì poi il finestrone del suo ufficio: un soffio d’aria calda si infiltrò immediatamente nell’ambiente. In cima di vento volava una musichetta di ridicola marzialità.

 

Frangiflutti sorrise pensando a quel coglione di Tarallo che per una volta in vita sua ci aveva azzeccato.

 

 

Frattanto i motivetti militareschi si avvicinavano:

il gruppo “Spasimo Littorio”, attivissimo sui social, stava evidentemente iniziando le esercitazioni del Sabato.
Si facevano arrivare le uniformi da una sartoria teatrale di Roma, avendo già acquistato da tempo i distintivi, i teschi e l’altra chincaglieria mussoliniana, nel mercatino che si teneva in città ogni mese.

Riuniti in  drappello, con passo cadenzato, attraversavano cantando le vie di quella che soffrivano a sentir chiamare Latina.

 

 

Erano sicuramente male assortiti: marciavano insieme tripponi ansimanti e sottili stecchini usurati, giovanissimi decorati in volto da colate di acne eruttivo, maturi impiastri ma anche decrepiti soggetti alle viste del cimitero. In coda al gruppo, debitamente distanziata, sfilava la sezione femminile le cui iscritte, in barba alla loro eterogeneità anagrafica, indossavano tutte la tenuta da Giovani Italiane.

Frangiflutti, che si era sporto dalla finestra per guardare quella truppa scalcagnata quanto fiera, riconobbe la canzone che stavano intonando con truce cipiglio.

L’aveva composta Ambaradan Arnelli, politicamente ex di ogni formazione della recente storia patria, nella speranza di accreditarsi, come tantissimi nell’ultimo periodo, presso Mattia Rozzini, la stella emergente del feroce pressapochismo italico.

 

Ambaradan Arnelli dirige il drappello canterino

 

Il Direttore ascoltava e ghignava: lui non aveva mai cantato in vita sua, preferendo semmai stare nei pressi di chi dirigeva il coro.
Abbandonò la sua posizione, chiuse la finestra, accese il condizionatore e si abbandonò ad una curiosa riflessione:
gli sarebbe piaciuta comunque quella parola: “condizionatore”, anche se l’attrezzo che designava non gli avesse dato alcun ristoro.

Fuori si continuava a cantare:

 

Sta attento buonista, amico dell’Islam e dello scafista

Scappa lesto nemico dell’Italia, rosso e marrano

Se ti ghermiam come sappiamo

farai di certo la fine di Saviano………

 

 

 

 

 

 

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