Lo scrittore ritrovato: SILVIO D’ARZO

“Tu ammiri solo gli antichi, Vacerra, e lodi i poeti solo se sono già morti. Scusami, Vacerra, ma non vale la pena che io, per piacerti, muoia”.

Così scriveva qualche millennio fa l’epigrammista e umorista Marco Valerio Marziale. E in un’altro suo verso bruciante lo stesso autore afferma: “Se la fama giunge solo dopo la morte, che aspetti”.

In realtà abbastanza spesso nelle cose del nostro mondo capita che il riconoscimento generale delle doti e dell’opera di uomini non comuni, artisti, scrittori, musicisti, arrivi troppo tardi perché essi possano goderne.
Di tali scherzi del fato ci sono fin troppi esempi per citarne in questo spazio. Si può discettare sulle cause di tale fenomeno, azzardare ipotesi che ne spieghino le ragioni in questo o in quell’altro caso specifico.
Si può anche attribuirne la responsabilità al caso: sta di fatto che quello del talento misconosciuto in vita è uno dei più celebri e frequentati cliché.

Di fronte a certe storie tristissime che riguardano la vita dura ed il destino di uomini divenuti celeberrimi solo da defunti, ci si può solo in parte consolare pensando all’aforisma di Ennio Flaiano:

“Il peggio che può capitare ad un genio è di essere compreso”.

La destinazione naturale, quella che tutti, tranne rare eccezioni, cerchiamo in fondo per il nostro lavoro, è che esso abbia un minimo di riconoscimento di merito nei tempi giusti, escludendo ovviamente la ricerca di un facile applauso o addirittura del trionfo.

Parecchi anni fa mi sono imbattuto per caso in un libro sottile: “Casa d’altri”.


Bella carta, connotati eleganti ed una copertina con una foto in bianco e nero che si poteva far risalire agli anni Cinquanta.
Una donna anziana, una contadina, o forse l’abitante di un paese di montagna, col fazzoletto in testa, tipico fino ad allora delle donne del popolo, fissava da qualche parte uno sguardo che conteneva millenni.
Mi incuriosii, il nome dell’autore era Silvio d’Arzo: non mi diceva nulla e mi era sconosciuta anche la casa editrice, la Mup, Monte Università di Parma.
Non mi trattenni, naturalmente, e lo portai a casa. Nello spazio di un’ora forse, probabilmente anche meno, lo lessi per intero.
Fu comunque un’ora spesa benissimo: avevo scoperto un racconto straordinario ed uno scrittore di enorme qualità.
Ovviamente mi precipitai a cercare di sapere qualcosa di questo sconosciuto, verso il quale già mi sentivo debitore.
Ne venne fuori la storia di una vita breve come il suo racconto, anonima, ma illuminata da un talento che pochissimi nel suo tempo ebbero a conoscere, quasi nessuno a riconoscere e che ancora oggi è nascosto alla maggioranza del popolo, così risicato, dei lettori italiani.

Nel suo caso, già poco tipico, perfino la fama postuma è stata limitata.

Venne consacrata soprattutto da alcuni grandi scrittori ed intellettuali che si resero conto, sia pur tardivamente, della qualità della scrittura di Silvio D’Arzo, oltre che da qualche lettore che ha avuto, come me, la fortuna di imbattervisi.

Eugenio Montale definì “Casa d’altri” un «racconto perfetto» in quanto perfettamente compiuto e, nello stesso tempo, da completarsi grazie alla partecipazione del lettore. Scrisse sul Corriere che si trattava di un testo fatto di aria, trasparente e pieno di vapori.

In tempi più recenti Tondelli si impegnò in una metodica operazione di recupero dell’opera di D’Arzo e di altri autori della tradizione emiliano-romagnola.

“Casa d’altri” è stato definito uno dei racconti più belli del Novecento.

Eppure leggendolo ci si rende conto che nel descrivere una storia minimale, ambientata in un luogo minimale, ovvero un paese di montagna dell’Appennino emiliano, lo scrittore, assecondando queste premesse, ha impiegato poco e povero materiale.

È più quello che D’Arzo toglie che ciò che utilizza, nel costruire la storia del vecchio prete interrogato su un quesito morale enorme da una anziana lavandaia, povera ed esausta della sua vita.
È nella sottrazione di ogni eccesso verboso, di ogni vezzo superfluo, che riposa il segreto dell’atmosfera che lo scrittore riesce a costruire.
La sua grandezza letteraria sta proprio in questa asciuttezza che moltiplica l’effetto della narrazione facendoci percepire, quasi fisicamente, la rarefazione dell’aria nel luogo in cui si dipana una trama tanto essenziale da sembrare rudimentale. Tanto più povero è il materiale usato da D’Arzo, tanto più intenso, lancinante e raffinato appare il risultato della sua concezione del racconto.

Silvio D’Arzo con un gruppo di allievi del liceo di Reggio Emilia, 1940

Se parlando delle persone che solo post mortem trovano la fama ho osservato che, tranne rare eccezioni, tutti noi apprezziamo che il riconoscimento del nostro lavoro ci sia manifestato finché siamo in vita, è certo che Silvio D’Arzo costituì appunto una di quelle eccezioni.
La sottrazione di sé, il pudore nel nascondersi dietro la sua opera che, al di là della sua scarsa fortuna editoriale, lui ha mostrato attivamente nella sua breve esistenza, può paragonarsi, come se stabilisse una perfetta rispondenza tra autore e opera, alla sua sobrietà narrativa e stilistica.

Coerentemente con un carattere di straordinaria riservatezza, non si è mai firmato col proprio nome: Silvio D’Arzo è uno pseudonimo. Lo scrittore in realtà si chiamava Ezio Camparoni e usare pseudonimi assecondava una natura, come si è detto, estremamente schiva.
All’editore Vallecchi in una lettera scriveva:

“Figuratevi che nessuno – dico nessuno – sa ch’io scrivo: il mio nome è solo uno pseudonimo… nessuno sa il mio nome, nessuno…”.

Nato nel 1920 a Reggio Emilia, figlio di padre sconosciuto e di Rosalinda Comparoni, da cui prese il  cognome, ebbe un’infanzia ed una adolescenza piuttosto solitarie, rischiarate però da una precoce e divorante passione per la lettura: lesse tutti i romanzi di Stevenson, di Conrad, Kipling ed Hemingway, pubblicando, ad appena quindici anni, delle brevi monografie critiche a riguardo, su alcuni giornali.
Nel 1934 pubblicò con Carabba, editore di Lanciano, “Maschere, Racconti di paese e di città”, firmandosi Raffaele Comparoni, e dando alle stampe, poco dopo, anche una raccolta di poesie: “Luci e Penombre”, pubblicata dall’editrice La Quercia.

Intellettualmente assai vivace, iniziò giovanissimo a corrispondere con Enrico Vallecchi, figlio di Attilio, il fondatore dell’omonima casa editrice, ma quando questi gli chiese suoi ragguagli anagrafici, lui che già adottava lo pseudonimo di Silvio D’Arzo, gli spedì una biografia inventata di sana pianta, accludendovi addirittura una foto falsa.
In precedenza il precocissimo scrittore aveva già usato altri nomi di fantasia: Andrea Colli, Sandro Nedi o Nadi ed altri ancora. A soli sedici anni Ezio Comparoni, grazie alla sua vivacissima intelligenza, superò l’esame di maturità classica.

Silvio D’Arzo (terzo da sinistra): Foto proveniente dalla fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia

Iscrittosi all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere, si laureò nel 1941, ventunenne, discutendo una tesi di glottologia. Terminati gli studi universitari Silvio D’Arzo venne nominato professore e poi mobilitato in una delle divisioni italiane in partenza per il fronte greco. L’armistizio separato dell’8 settembre 1943 lo spinse a disertare,  ritornando a Reggio Emilia dopo due mesi di clandestinità.


Intanto un suo romanzo, più volte rimaneggiato nella stesura e nel titolo, incontrava difficoltà di pubblicazione e vari rifiuti prima di essere finalmente dato alle stampe da Vallecchi nel 1942, col definitivo titolo di “All’insegna del buon corsiero”.
Il libro che con sottile ironia narrava l’irruzione di un funambolico diavolo tra gli ospiti ed il personale di una locanda del Settecento, è considerata la sua opera maggiore insieme con “Casa d’altri”.

D’Arzo con alcuni colleghi insegnanti

La sua carriera di insegnante era già iniziata e a quella affiancò la collaborazione con alcune riviste letterarie, scrivendo contemporaneamente dei racconti per ragazzi. La stesura di “Casa d’altri” iniziò nel 1947, mentre D’Arzo insegnava presso le scuole superiori di Reggio Emilia. Nonostante l’apprezzamento di Emilio Cecchi il romanzo breve venne rifiutato sia da Einaudi che da Vallecchi. Nel 1950 iniziò un intenso rapporto affettivo ed intellettuale con Ada Gorini, pittrice, allieva del pittore bolognese Ferruccio Giacomelli.

Ada Gorini fotografata dopo una visita a D’Arzo ricoverato in ospedale

Pretesto iniziale della relazione fu il dono che D’Arzo fece alla giovane donna, del romanzo di Conrad “Lord Jim”, opera che divenne il simbolo della loro intesa. Purtroppo lo stato di salute dello scrittore si fece improvvisamente critico, condizionato da una “anemia” che nascondeva in realtà l’insorgere di una leucemia. La voglia di vivere che D’Arzo espresse quasi fino alla fine scrivendo alla donna amata, infine cominciò a venir meno. Cercando comunque di confortarla, nell’ultima lettera indirizzata ad Ada, aggiunse alcune righe che assunsero il senso di un commiato: “Arrivederci cara: non fare mai concessioni alla volgarità”.

24 Agosto 1951, l’ultima lettera dello scrittore ad Ada Gorini

 

Silvio D’Arzo si spense nel 1952, a soli trentadue anni.

 

Il suo capolavoro, misconosciuto e respinto, apparirà poco dopo sulla rivista Botteghe Oscure e solo l’anno seguente verrà pubblicato da Sansoni. Einaudi e Bompiani lo ristamperanno in seguito.

Tutta la sua opera in edizione critica è pubblicata oggi dalla casa editrice MUP.

 

 

 

 

 

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