Tarallo, Abdhulafiah, e le Guerre di Parcheggio

La pioggia notturna, un regalo agli sterpi, alle ranocchie e ai misantropi, non aveva abbassato di molto la temperatura di

Latinachemolti
noncelafannop
roprioachiama
rlacosì
,

che si era mantenuta piuttosto alta, vicina a quella di una barra di ghisa appena sfornata.
Il  sole, incattivito dal breve esilio, aveva passato la mattinata a trasformare migliaia di piccole pozzanghere in guazza appiccicosa, marinando senza pietà i cittadini che per necessità o per sprezzo delle musichette pseudocaraibiche che intossicavano il litorale, vagavano storditi per strade, il cui manto in quei giorni veniva ricompattato da mastodontici attrezzi fumiganti.

Correvano brucianti le ore, anime carbonizzate si giocavano le ultime energie trascinandosi molli versi il reparto surgelati dei supermercati cittadini.
Ripresisi un po’ grazie al gelo che mummificava, imbiancandole di ghiaccio, le buste di funghi misti e imbastoniva gli asparagi dormienti, quegli sventurati finivano per fare il giro dei banchetti in cui signorine di straordinaria giovialità elargivano stuzzichini esotici a scopo pubblicitario.

Lallo Tarallo, pur essendo un prodigo, uno scialacquatore nato, adorava approfittare di tutte le offerte che gli venivano proposte e quando usciva dal supermercato il suo peso si era incrementato di una misura imprecisata, quella cioè di un numero notevole di minibruschette all’olio di tubero himalaiano, di tartine al salame di koala (imperdibili!) e dei semitoast al Batterone, il formaggio caprino fatto riposare per sei anni nella batteria svuotata di una Mini Cooper del 1967.

Il noto formaggio “Batterone”

Non appena mise il naso fuori dal Carreconad, l’artiglio dell’afa lo afferrò alla gola e quello del suo questuante favorito gli si piazzò sotto la faccia.
Tarallo praticamente svuotò la tasca destra, quella degli spicci, rovesciandola in mano ad Abdhulafiah, l’architettura umana che era divenuta parte integrante del panorama del parcheggio.
L’uomo allargò il faccione scuro in un sorriso simpatico facendo scintillare una miriadi di denti bianchissimi: era individuo col quale il giornalista d’assalto, a furia di fare la spesa in quel posto, era ormai entrato in confidenza.

Saggio e coltivatissimo, Abdhulafiah, prima di scappare, rischiando la pelle di brutto, dal suo paese falcidiato da una guerra civile, faceva il commercialista e aveva lo studio in una delle vie più centrali della capitale.
Lallo gli chiedeva spesso pareri illuminanti su investimenti ad alto rischio e alta redditività: cose di pura fantasia visto che nemmeno se avesse vissuto tre o quattro vite, avrebbe messo da parte i mezzi per farli davvero.
Il migrante, tirato così in ballo, ogni volta si faceva un po’ reggere, premettendo che la realtà economico-politico-fiscale italiana, a quanto aveva avuto modo di capire, si discostava del tutto da quelle dei paesi dell’intero globo, mantenendo vaghe analogie solo con quella dell’isola di Baratang, che sguazza nel Mar delle Andamane.

Pungolato ancora da Tarallo, si lasciava infine andare a strepitose lezioni di finanza internazionale, insaporite da un impressionante assortimento di citazioni, un universo di materiali teoretico-tecnico-filosofici che avrebbe sbalordito Eco buonanima.
Non c’era una sola volta, tuttavia, che non concludesse il suo torrenziale ed elegantissimo discorso con un: “Questo però non si può fare perché è considerato illegale perfino a Bassottopoli. E poi sai bene che te lo potresti permettere solo se ritrovassi i quarantanove milioni fatti evaporare da chi sappiamo…”. E scoppiava in una risata incontenibile.

Abitanti di Bassottopoli

L’eco di quella risata, in quella tarda mattinata torrida, ancora risuonava per tutto il parcheggio, quando i due, di botto, si sentirono investire da una specie di grugnito rabbioso:

“Ti diverti pezzo di carbone? Che hai da ridere eh?

Vieni a rompere i coglioni qua chiedendo soldi: ma non ti bastano quelli che ti regalano i truffatori buonisti che c’erano prima?
Non ci stai più bene in albergo?
Guarda che la pacchia è finita Maometto, tornatene a casa tua finché hai la pellaccia scura addosso, che soldi per te qui non ce ne sono più!

Vattene!
Sparite tutti, parassiti, la gente non vi vuole!”

Tarallo si fece rosso in viso, più surriscaldato di un fornaio ad agosto, e fece per scagliarsi contro la caricatura di essere umano che aveva parlato.
Era un tipo tarchiato e tripputo, aveva addosso solo una canottiera verde col marchio di una nota casa motociclistica stampato sopra, un paio di calzoncini corti color strozzadaltonico e ciabatte griffate da mare.

“Stammi a sentire troglodita di m…” cominciò.

Abdhulafiah afferrò l’infuriato Tarallo, bloccandolo, e perentorio gli fece cenno di stare zitto.

 

 

 

“Lascia perdere quell’ignorante, – disse calmo all’amico – non capirebbe comunque: non parla la nostra lingua e non abita in questo pianeta.
Lui proviene da un altrove inquietante, perfino peggiore del mio”.

Tarallo gli fece cenno che ora era in grado di dominarsi e l’ex commercialista allentò la stretta, liberandolo.
L’urlatore in canottiera intanto, dopo essersi esibito in quella sparata poco urbana tenendosi tuttavia a prudente distanza dall’immigrato, era salito in fretta su una specie di maxigippone con un’aquila rampante stampata sul tettuccio e funestato in ogni suo centimetro da centinaia di adesivi pubblicitari di palestre, discoteche e centri benessere.
Era partito sgommando e sputando fumi e puzze, manco fosse al Gran Premio Automobilistico di Murano.
Tarallo, prima che sparisse rombando dalla sua vista, aveva fatto in tempo a notare, sgomentandosene, anche il rosario abbarbicato allo specchietto interno del vistosissimo scatolone e aveva visto pure che quando il distinto gentiluomo si era infilato nel gippone, aveva perso qualcosa dalla tasca, senza accorgersene.

Sembrava un foglietto: poteva essere forse uno di quei buoni pasto da spendere al supermercato, oppure un biglietto dell’autobus.
Qualunque cosa fosse, Lallo si precipitò a raccogliere quel talloncino perché gli avrebbe potuto fornire informazioni sul personaggio che lo aveva lasciato cadere.
Rimase di sale, impietrito, vedendovi stampato il noto disegno con la faccia di culo in camicia blu e cravatta rossa: proprio il marchio che di recente aveva scalato posizioni su posizioni nell’affollata classifica delle sue ossessioni.
Sulla tessera campeggiavano il solito motto, CULO E CAMICIA e il nome dell’intestatario.
Seppe così che l’infestatore di parcheggi rispondeva al nome di Galeazzo Trifori e che figurava iscritto, in qualità di “sublegionario“, alla Società Nemmeno Troppo Segreta Facce di Chiappa.

 

“Eccone un altro! – mormorò – Spuntano come i funghi ‘ste facce di chiappa… Sublegionario poi, nientemeno!”, commentò Tarallo rivolgendosi ad Abdhulafiah, che in tutto quel trambusto non aveva perso una sola oncia del suo aplomb.

“Sublegionario!! Ma che cretini, che menti da asilo infantile! Quelli come lui evidentemente sono l’esercito senza testa della setta segreta, la bassa manovalanza, gli utili idioti. Sono membri occulti e imbecilli palesi”.

Scosse la testa immalinconito, quasi rassegnato.

Abdhulafiah guardandolo dritto in faccia gli disse: “Setta segreta? No, solo apparentemente.
Ormai non c’è più molto che sia segreto nella vostra storia di oggi, e troppi ormai non sentono più alcuna necessità di nascondersi, nessun pericolo o pudore nell’esporsi, anzi: guarda da quella parte”.
Stese il lunghissimo braccio per indicargli uno degli smisurati cartelloni pubblicitari che incombevano sul parcheggio.
Stampato sopra quello schermo di cartone, colossale, campeggiava il ringraziamento all’elettorato dell’esponente politico del momento,

Mattia Rozzini,
attuale Ministro dell’Allarme Sociale.

Lo slogan, sparato a caratteri cubitali in stile, manco a dirlo, littorio,  recitava:

 

 

 

Tarallo sentì il suo stomaco fare una piroetta di ripulsa: ma come si faceva ad essere così indifesi? Si accorse che l’episodio appena vissuto lo aveva gelato.
A trentasette gradi e oltre di temperatura, lui non sentiva affatto caldo.
Avvertì piuttosto il bisogno di levarsi di torno, di andar via da quel parcheggio.

Diede dunque una pacca sulle spalle ad Abdhulafiah.

“Sta’ attento a te Abdhul, cerca di stare sempre in campana e se la situazione si facesse più marcia di com’è ora, lascia questo paese.

Abdhul sta in campana

Sono disposto ad aiutarti in cambio di qualche dritta finanziaria; – provò a scherzare – niente qui può più garantirti la pace, e mi pare davvero troppo per chi è scappato dalla guerra”.

Abdhulafiah gli sorrise e un esercito di denti biancheggiò cordiale: “Tranquillo Lallo, mi guarderò le spalle. Ma non voglio andarmene, non voglio rinunciare  a quello che ho trovato qui e che tanti non vedono più.
Non voglio interrompere le mie chiacchierate con un mezzo matto come te, non voglio fare a meno delle mie passeggiate romane: questo è il paese del Rinascimento, prima o poi qualcuno se ne ricorderà, no? Tu che dici?”.
E ghignando gli affibbiò una gomitata complice. Tarallo gli mostrò un pugno, ridendo, e si allontanò.

Al decimo passo tutti i suoi dubbi riaffiorarono, intristendolo.

Fece l’unica cosa sensata che potesse: telefonò a Consuelo. Aveva un bisogno quasi fisico della sua leggerezza intelligente, della sua esagerata bellezza, della risata magica che faceva accendere i lampioni in strada.

 

 

 

 

 

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