Tarallallero

ZUMPAPPARA ZUMPAPPÀ – FIRO FIRO FIRO FIIIIIII – STRUMPA STRUMPA STRUMPA PÀ – BOUM BOUM BOUM

Dalla sua alta e scomoda postazione, ricavata in un palazzo della periferia cittadina, più precisamente sulla sua sommità, in una terrazza schiacciata dalla morsa disumana del sole di agosto, Lallo Tarallo cercò di regolare meglio il fuoco del binocolo, un po’ retrò ma assai potente, che gli aveva prestato Abdhulafiah.

Roba buonissima, roba cecoslovacca!” gli aveva detto con orgoglio mentre glielo presentava.

L’ex commercialista di colore, ora questuante filosofo, glielo aveva poi consegnato con un gesto solenne e prudente, mostrando, nel farlo, la stessa cautela con la quale un uomo sano di mente schiva le frittelle d’aria barocca che Diego Fusaro espelle dalla bocca.
Tarallo si fece un po’ di conti e, considerando che la Cecoslovacchia come nazione non esisteva più da un mucchio di tempo, concluse che quello strumento ingombrante fosse una meraviglia dell’industria ottica socialista.
Ora, semisdraiato a ridosso del parapetto, riusciva a vedere bene il tetto del palazzo vicino, quello che quei poveri coglioni (la soffiata avuta si era rivelata giusta) usavano per le loro “esercitazioni segrete”.

Il reporter sentiva il sudore colargli sul collo in rivoletti maligni che, scendendo lungo la schiena arroventata, andavano raffreddandosi, procurandogli dei paradossali brividi gelati. Il binocolo cecoslovacco si era dimostrato davvero un prodigio: dal suo posto di osservazione Tarallo poteva scorgere distintamente le tre macchie di sugo all’aglione che decoravano la bandiera con lo stemma della Società Nemmeno Troppo Segreta Facce Di Chiappa, vessillo che era stato piantato in un angolo, utilizzando come supporto la base di plastica verde di un ombrellone da mare.
Tre o quattro gagliardetti con impressa la stessa immagine della Società, quella cioè col tipo in camicia con le chiappe in faccia, presidiavano il resto del perimetro del tetto. In rappresentanza di una banda militare, testimoniavano malamente la loro esistenza in vita tre umanoidi con delle facce che parevano tirate fuori direttamente dal Casellario Giudiziario del Tribunale di Calì: un maturo tamburino, un gigantesco suonatore di ottavino e un trombettista palesemente sordo, visto che percorreva strade musicali personalissime.

Il tizio che sembrava comandare il plotoncino stava in camicia nera, giacca pesante dello stesso colore, fez e stivali e, incurante di un caldo che solo il fanatismo ed un’imbecillità prodigiosa come la sua potevano arginare, gesticolava mentre marciava in tondo lungo il perimetro modesto del tetto terrazzato, precedendo una dozzina di individui votati in qualche modo ad una causa di cui non erano in grado di immaginare gli effetti.
Essi costituivano un campionario  sicuramente variegato, ma che certo non pareva fare una gran pubblicità alla specie umana.

Alti, bassi, medi, tozzi, grassi, smilzi, vecchi, adulti, mocciosi, giovani, vicegiovani, semidecrepiti, butterati, lisci, barbuti, implumi, bitorzoluti e calvi: tutte le stazze e tutte le età potevano dirsi rappresentate in quel gruppo di bipedi marcianti.
La sartoria teatrale che li riforniva della lugubre chincaglieria littoria, che tanto li faceva palpitare, non era ancora riuscita a recuperargli le divise estive, così quegli sciagurati sudavano a oceani, ricoperti com’erano, in modalità invernale, alla stessa maniera del loro condottiero.

“Unò – duè – Unò – duè – Unò – duè…” strillava rauco il capomanipolo.

Nessuno mai si era chiesto, almeno nel corso dell’ultimo secolo, perché gli ordini secchi che regolavano i passi di una marcia militare prevedessero necessariamente gli accenti sulle vocali finali: tutte le ugole graduate da sempre li strillavano così, cadenzandoli, e nessuno mai si era preso la briga di chiedergliene la ragione, né nessun letterato si era mai interessato alla cosa, opponendogli magari un ponderoso saggio critico.
Tarallo si scosse, rendendosi conto da quello che gli era appena passato per la testa, che i suoi pensieri stavano rammollendosi, squagliandosi al sole, evaporando in vaporosi spruzzetti di follia.
Stava per cedere e andarsene, abbandonando la postazione, quando vide uno dei marciatori, il più attempato, piegarsi di colpo sotto la tremenda zampata del caldo: la testa gli si era allagata improvvisamente, le  poche idee avevano preso a galleggiare e le gambette, instivalate e bollenti, lo avevano tradito.
La riserva di fanatismo, che lo aveva tenuto in piedi a far scemenze per chissà quanto tempo, si era evidentemente consumata, e la sua lotta contro la crudele natura d’agosto era da ritenersi ormai persa.

Sconfitto dunque, finito, knock out.

Fritto nel suo stesso pesante giaccone da miliziano, giaceva ora incosciente sul mattonato del tetto, anche se non troppo più incosciente di quando era sveglio e in possesso di tutte le sue resistibili facoltà mentali.
Il capomanipolo gli gettò un’occhiata di disprezzo e fece un cenno ai due che gli stavano più vicini perché spostassero il corpo e iniziassero le pratiche di soccorso.
Sul volto di Tarallo era comparsa la piega di un sorriso beffardo. Cominciava a divertirsi, quando un rumore alle sue spalle, un fruscio lieve ma ben percettibile, lo fece saltare in aria come un gatto ai campionati felini di rissa.
Si voltò piroettando e… Consuelo gli stava davanti sorridente, con la macchina fotografica al collo, e si teneva un dito sulla bocca, come a suggerirgli di fare silenzio.
Il giornalista nemmeno se ne accorse, perché si era in orario di massima luminosità solare, ma le luci dei lampioni nelle strade sottostanti si erano accese tutte.

“Che accidenti ci fai tu qua?” le sussurrò Lallo, tenendo in un primo momento a bada l’improvvisa emozione.
Ma la natura di quel turbamento emotivo si rivelò tuttavia così forte ed eruttiva che, al contrario di ciò che gli veniva richiesto, dopo una disperata resistenza durata pochi secondi, lui, impietrito, sentì se stesso cantare a voce spiegata:

“Celeste Aida, forma divina,
mistico serto di luce fior
del mio pensiero tu sei regina,
tu di mia vita sei lo splendor…”

“Shhh, shhh! Sta’ tranquillo Lallo, zitto! Ermete, il tuo informatore, segue il mio stesso corso di zumba colombiana.

Ieri l’ho visto nervoso e con qualche trucchetto l’ho fatto parlare: mi ha detto della soffiata che ti ha fatto per aiutarti nella tua inchiesta.
Ho insistito un po’ con lui ed è divenuto praticamente il tuo più autorevole e competente biografo: mi ha spifferato tutto, ma proprio tutto, di te.
Al terzo occhiolino mi ha detto perfino che marca di tabacco rifili al tuo gatto degenerato”.

Tarallo si era imporporato ancora di più, la faccia gli arrostiva ma il resto della carcassa rabbrividiva di imbarazzo: era stato metaforicamente mezzo denudato davanti a lei e forse Consuelo si era accorta anche di un eventuale, metaforico buco nei suoi calzini.
Con aria risoluta, per oltrepassare il momentaccio, le borbottò: “Già che sei qui scattagliene qualcuna a questi deficienti”.

Si misero tutti e due bocconi, con le teste appena sopra il parapetto del terrazzo. Lallo seguitava a scrutare la scena delle manovre segrete attraverso le smisurate e ultrapossenti lenti cecoslovacche, Consuelo aveva tirato fuori dalla tracolla un teleobiettivo, cominciando a fare qualche foto.
Il capomanipolo aveva frattanto rovesciato con malgarbo il contenuto di una borraccia sulla faccia di quel povero debosciato che aveva osato svenire e ora, nel tentativo di accelerarne il rinvenimento, gli tirava frenetici schiaffetti su entrambe le gote.
Tarallo guardava e ghignava: tutto il drappello era rimasto imbambolato, oscillando al sole, e anche l’eco della marcetta militare si era spenta ingloriosamente con una pernacchia sfumata.
Sembravano tutti figuranti di un teatrino di guitti in attesa di una svolta nel testo che li strappasse alla loro mediocrità.

Il colpo di scena arrivò invece per chi li stava spiando:

Il professor Cervellenstein varcò, del tutto inaspettato, la soglia della porta metallica che conduceva alla terrazza. Tarallo e Consuelo se lo sentirono arrivare alle spalle e nella maestosa ondata di stupore che li investì, persero il controllo delle mandibole inferiori.

“Ma…ma…ma Professore… cosa… diav… che cazz… come mai è qui??” riuscì infine a dire Lallo, i cui bulbi oculari erano sul punto di esorbitare.

Lallo Tarallo esorbitante

“Non dovrei dirvelo – disse con tono cordiale Cervellenstein, pienamente a suo agio – perché sapete… il segreto professionale e tutte quelle cose così, no?
Il punto cruciale è che io sono ancora estremamente risentito per l’imbrattamento razzista del mio studio.
Parlandone ieri con un mio paziente, vi dirò solo il nome, è un tale Ermete e soffre di una eiaculatio praecox che ne fa una specie di Bolt del sesso, ebbene lui ha ipotizzato che quella specie di setta segreta che tu avevi scoperto potesse essere collegata a quel mio fatto.
Mi ha anche confidato di averti dato una dritta che poteva risultare decisiva e  così… Eccomi qui! Che fanno quei tizi che spiate?”

Tarallo, ripresosi, aggiornò l’eminente psicoterapeuta sulla situazione ed in breve il parapetto del sempre più affollato punto di osservazione ospitò un altro spione sdraiato.
Cervellenstein si diede ad osservare il plotone che nel frattempo si era rimesso in marcia, malmenato da una temperatura esterna che era cresciuta ulteriormente, ma mai sazio di quella parata a corto raggio, degli sbattimenti di stivali e degli “Unò – dué” strozzati di chi li guidava.
L’illustre professionista guardava e borbottava commenti tra i denti, producendo il classico effetto di un bollitore in funzione.

“Ma è incredibile, – sibilava – sembra un asilo infantile!
In tanti anni di analisi del comportamento umano non mi è mai capitato di incontrare gente altrettanto refrattaria al senso del ridicolo.
Ma in quale pianeta li hanno convinti di vivere? Roba da matti… e se lo dico io…”

“ODDIO GENTE NON CE L’HO FATTA!

Crepavo dalla curiosità, così mi sono fatto sostituire al parcheggio del supermercato da mio cugino Bassey, tu lo conosci Lallo, è il glottologo, e sono corso a tutta birra fin qui.
Tra l’altro l’ascensore mi si è fermato al sesto piano accidenti! Va alla grandissima il binocolo eh?”
Abdhulafiah terminò il breve discorso con uno dei sorrisi planetari per i quali era meritatamente famoso. Tre teste stupefatte lo stavano a guardare.

“Ah, quasi me ne dimenticavo, ti ho portato un regalino: dovrai pure mettere il sonoro alla scena che stai spiando, no?”
E tirò fuori da una busta una specie di piccolo arco da tiro che in punta alla freccia aveva innestato un microfono imbottito.
“Dai che te lo sparo io che ho pratica, da ragazzino ero uno dei migliori della mia tribù”.
Detto fatto, si sporse un po’ oltre il parapetto, chiuse un occhio in onore della Dea Mira, e lasciò andare la freccia piazzandola vicino ad uno dei supporti per ombrellone che  tenevano in piedi i gagliardetti della SNTSFDC.

“Perfetto” commentò.

Prese dalla busta anche una specie di centralina ricevente e girò una manopola.
Più gracchiante dei modesti disturbi elettrici che producevano degli scoppiettii poco significativi, giunse a loro la voce del capomanipolo:

…perché svenire è maleducazione, oltre che indizio di smidollatezza. Ma comportandoci così, come li potremo mai cacciare via questi usurpatori buonisti del Comune e gli altri scafisti onorari, eh?
Una volta preso, il vizio dello svenimento estivo è duro da controllare.
Chiedetelo agli scienziati. Si comincia, lecitamente, col perdere i sensi in pieno agosto col gran caldo, per poi farlo sempre più spesso, sempre meglio, godendoci, sempre più precoci, anticipando i tempi, finendo infine con lo svenire ogni mese di ogni fottuto anno!!
Ricordo un lazzarone, Tubolari si chiamava e fu poi riformato per mammismo, che ebbe uno svenimento estivo a gennaio…
Capito?

Che facciamo allora: ci facciamo invadere da negri e islamici senza resistere?
Aspettiamo privi di sensi che queste bestie stuprino le nostre zie? È questo che volete mammole?”

Tarallo e gli altri, ora erano stesi in quattro, l’avrebbero sentito anche senza il microfono perché man mano che parlava quell’uomo perdeva il controllo delle sue mostruose tonsille, che presumibilmente dovevano avere il diametro dei cavi di un metanodotto.
Dopo una breve pausa ricominciò: “Oggi è un giorno segnato dalla Storia, – altra pausa pesante – abbiamo l’onore di ricevere l’ispezione del Segretario Segreto Provinciale della nostra Società.

Il Segretario Segreto Provinciale (SSP) della S.N.T.S.F.D.C.

Non ne dirò le generalità per non compromettere il suo delicatissimo lavoro di regista occulto del cambiamento e di responsabile della disinformazione in zona”.
Il plotone disciplinatamente taceva ma si perse poi nello scroscio dell’applauso richiesto dal capomanipolo.
Questi indicò qualcuno che evidentemente era rimasto seminascosto fino ad allora e disse:

“Segretario carissimo, se Ella volesse farci l’onore di pronunciare un piccolo discorso… I nostri militi ne sarebbero onorati ed incoraggiati”.

Il primo dei veli che avevano coperto una storia torbida stava per cadere.

Consuelo si tese e puntò bene l’obiettivo della sua macchina fotografica, Tarallo strinse convulsamente le dita intorno al binocolo cecoslovacco.
Abdhulafiah e Cervellenstein si cacciarono in bocca due gomme americane. iniziando a ruminare alacremente.
Qualcuno si mosse dalla penombra, arrivando in pieno sole e dopo pochi passi si dispose a parlare.
Fu impossibile per Lallo non riconoscerne i lineamenti melliflui e, inebetito,  subire la seconda caduta della mascella in pochi minuti:

OGNISSANTI FRANGIFLUTTI,

il direttore del fogliaccio quotidiano col quale Tarallo collaborava  solo in virtù della parentela con un piduista, modulando la vocetta flautata disse:

“Carissimi amici, innanzitutto vi porto in via riservatissima e segretissima l’incoraggiamento e l’encomio

di Sua Eccellenza il Ministro per l’Allarme Sociale Mattia Rozzini…….”

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