RISTORANTE Addis Abeba

Il Ristorante Addis Abeba, fin dal primo periodo di vita della città, si affacciava sul portico di uno dei grandi palazzi, quasi tutti di rappresentanza, che stringevano affettuosamente una delle tre grandi piazze centrali.
Il suo era un posto al riparo dal sole, dai mesi, dagli anni e dai decenni, e possedeva quindi una caratteristica pressoché impossibile da riscontrare altrove in Italia: la sua esistenza coincideva quasi perfettamente con quella della città.
Si diceva che all’epoca della Littoria, poi Latina, appena sfornata, fosse frequentato da funzionari, impiegati e gerarchi e che vi avesse mangiato anche Mussolini.

Altrettanto abbarbicato alla tradizione era l’arredo del locale, arredo che non aveva mai subito il benché minimo ammodernamento e che incarnava l’anima stessa del ristorante.
Era austero, più che semplicemente sobrio, con una lievissima tendenza alla tetraggine, ma confortevole, rasserenante come l’idea di possibile eternità che sprigionava.
Molte immagini del primo nucleo di Littoria/Latina, messe in cornice senza troppa pompa col loro incerto bianco e nero, stavano appese su muri fasciati fino ad una certa altezza da doghe di legno scuro.
L’immancabile ritratto del fondatore in costume da bersagliere, piazzato in posizione d’onore, rimandava col suo sguardo tutta la malinconia, il rimpianto per non essere più al mondo e l’invidia esplicita per chi lo stava osservando.
A destra dell’entrata, separata da un vetro come una cabina di regia, stava l’ampia cucina con l’affancendarsi, perfettamente visibile, di cuochi e cuoche. 

Non diversamente dal resto, anche il menù del ristorante proponeva una scelta di piatti della tradizione regionale laziale, romana in particolare, e non era mai stato aggiornato.
Quella, e solo quella, era la proposta, nessuna concessione veniva fatta alle mode passeggere della gastronomia spettacolo, alle frivolezze ibride, all’impiattamento da galleria d’arte moderna: si offrivano solo ricette conosciute, semplici e ben cucinate, come a casa della nonna.
In una città troppo giovane per non essere ossessionata dai suoi vuoti eccessivi e che a causa di questa sensazione non riusciva ad evitare una eterna e fastidiosa celebrazione della sua fondazione, un locale di quel genere finiva per rappresentare una sorta di riferimento familiare collettivo, la rassicurazione di origini certe.
Molti anni prima, all’epoca in cui Lallo Tarallo era un bambino, gli capitava spesso di andare a pranzo o a cena con la sua famiglia al Ristorante Addis Abeba.
Si mangiava bene e del resto si trovava vicinissimo a casa loro. Lui che aveva già ben sviluppato il talento di scoprire il lato umoristico, grottesco o paradossale delle cose, si divertiva moltissimo.
A quei tempi la direzione del locale aveva spinto il suo amore per la tradizione, per i bei tempi andati e per tutto ciò che poteva fornirne una eloquente testimonianza, fino al punto di utilizzare anche dei camerieri d’epoca.
Il giovane Lallo li aveva visti da sempre al lavoro lì.
Erano venerande figure di vegliardi mezzi curvi, con le teste un po’ piegate dal tempo e da una canizie dolce che le imbiancava come una leggera nevicata.

Erano ristretti dentro importanti giacche bianche con bottoni dorati, portavano calzoni scuri, appena un po’ larghi, e grandi, solide, scarpe nere che li trasportavano, caracollanti e lentissimi, nel percorso tra i tavoli e la cucina.


Tarallino, mettendo a frutto il suo precoce spirito di osservazione, aveva notato che i clienti abituali, dovendo scegliere un primo, anche la sera a cena ordinavano immancabilmente delle paste asciutte.
Se ne chiese il perché fino alla sera in cui, era all’Addis Abeba con i genitori e un suo zio, sentì un tizio al tavolo accanto ordinare una minestra.
Sembrava un cliente di passaggio, aveva scritta in faccia la noia, la fretta e contemporaneamente la rassegnazione, tipiche del rappresentante di commercio.
Quel mestiere fa di te un eterno apolide, un errante, un perseguitato dal tempo e dallo spazio, che eternamente ti scappano da sotto i piedi, uno che per la costrizione di decenni a mangiare dove capita, deve fare i conti con una gastrite assassina.
Per questo, controllando la voglia irrefrenabile di sughi graveolenti di ogni possibile ingrediente letale, i rappresentanti ordinano sospirando una minestrina, per questo quella sera di moltissimi anni fa, lo fece quel tizio, sotto gli occhi di Tarallo bambino. 

Dopo un congruo tempo di attesa si vide arrivare il piatto di minestra richiesto, la cui consistenza liquida rendeva tuttavia evidente un problema che con gli altri piatti sfuggiva all’attenzione.
La mano del venerando cameriere, antica, nodosa e tempestata da un cordame di vene bluastre, a causa dell’età tremava vistosamente nel portare il piatto ed uno sciabordio della minestra, come di mare in tempesta, minacciava di rovesciarla ad ogni passo di quel solerte matusalemme.
Lallo con un bagliore di vivo interesse nello sguardo si mise ad osservare, metro per metro, il percorso accidentato della minestra, che sempre più tremolante giunse infine nei pressi della sua destinazione.
Il cliente, il ragazzino lo notò subito, aveva perso completamente l’aspetto apatico di qualche momento prima e seguiva ad occhi sbarrati la traiettoria della mano vibratile.


Trattenendo il respiro quel rappresentante la vide sorvolare la zona dei suoi calzoni col suo  sciabordante contenuto liquido, prima che il vecchio riuscisse infine ad adagiare il piatto sul piano del tavolo dove, placato il sisma, la minestra finì per acquietarsi. 

A distanza di una vita, davvero lo si poteva dire perché troppo era il tempo trascorso, ogni volta che andava a mangiare in quel ristorante, Tarallo riviveva quelle scene col rimpianto lieve e acuminato di un uomo maturo (nel suo caso si poteva applicargli l’aggettivo solo per convenzione anagrafica) di fronte agli anni che corrono, anche se quei venerabili addetti al servizio di sala erano scomparsi chissà da quanto tempo.
Li aveva sostituiti un serissimo signore con una giacca verde e i baffetti sottili, mingherlino, silenzioso ed efficiente.
Quel cameriere aveva una presa così rassicurante che Lallo aveva visto con i suoi occhi più di un cliente ordinare delle minestre.
Quando ciò accadeva, non riusciva proprio ad impedirselo, seguiva con lo sguardo i piatti viaggiare sicuri, fino a depositarsi senza esitazioni o tremolii sotto le fauci di chi li aveva ordinati.


Tarallo non lo avrebbe mai confessato ma ad ogni consegna di minestra che vedeva completarsi senza alcun rischio, provava una piccola stretta di delusione.
Il bambino che era stato e che non lo aveva mai abbandonato, continuava a sognare che il brodo liquido e rovente finisse infine per rovesciarsi sui calzoni del cliente provocando un bel salto ed un sonoro barrito.
Avrebbe voluto imbattersi in una comica, insomma, nelle gag di Charlie Chaplin e di Stanlio e Ollio, che da sempre amava. 

Anche se la sua aspettativa infantile veniva puntualmente delusa, Tarallo aveva quasi l’impressione di vedere le ombre dei vecchissimi camerieri di un tempo accompagnare con occhiate severe l’avanti e indietro sicuro del loro successore.
Fantasmi in giacca bianca coi bottoni dorati che scuotevano insoddisfatti le loro diafane testine, piegate sotto il peso dell’età e di una canizie dolce che le imbiancava come una leggera nevicata.

Quale che fosse il motivo, forse si doveva unicamente alla sua rigidezza di carattere, lui al Ristorante Addis Abeba finiva per ordinare sempre le stesse portate, sempre. 

Sceglieva infallibilmente le fettuccine al ragù, i saltimbocca alla romana con le patate al forno e la meravigliosa zuppa inglese della casa.

E mai una minestra.

     



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