Sul divano di Cervellenstein

Con un piccolo movimento convulso, sentendola parzialmente addormentata, Lallo Tarallo stirò la gamba destra, scrollandola.
Era un fatto notissimo ad una cospicua massa di picchiatelli cittadini, che nulla fosse più micidiale per la circolazione corporea, del lungo divano che il suo psicologo, il Professor Cervellenstein, metteva a disposizione dei pazienti.
Ritenuto dal punto di vista professionale uomo di stretta ortodossia freudiana, per quanto atteneva al comfort concesso alla clientela l’eminente clinico mostrava invece un certo sbilanciamento a favore delle teorie di De Sade.
Non c’era verso di rilassarsi stando lunghi su quello strumento di torture dalla pelle sciupata, pieno di bugni, bottoni sporgenti e bizzose molle sottocutanee.
Probabilmente proprio alla costante tensione fisica in cui venivano a trovarsi i dolenti si doveva il tumultuoso flusso di angosce e di eccentricità che sgorgava ribollendo dalle loro menti per andare a perdersi nei meandri dell’imperturbabilità dello psicologo e nei suoi prolungati mutismi.

Alcuni colleghi di Cervellenstein, resi malevoli dal successo del Professore, sostenevano a mezza bocca che il miglioramento istantaneo nell’umore dei pazienti del loro concorrente, che tanto li impressionava positivamente non appena uscivano da quello studio, più che alla abilità e alla competenza del terapeuta, si dovesse al sollievo, di cui non si rendevano conto, per essere sfuggiti a quel divano mordace, all’allentarsi della sua presa perfida e dolorosa.

Tarallo, riappropriatosi interamente dell’arto temporaneamente mancato, finì come al solito per eruttare fuori dalla carcassa il consueto, scoppiettante mix di frustrazioni professionali e personali che, facendo di lui un caso unico tra tutti i clienti dello psicologo, aveva il potere di irritare Cervellenstein, sbriciolando la sua proverbiale atarassia.
Il fenomeno era tanto straordinario quanto unico: non capitava con nessun altro.
Era accaduto di frequente che il Professore uscisse letteralmente dai gangheri, si alzasse gesticolando furiosamente e si desse a urlare a piene tonsille.
Avvezzo a pazzie sontuose, galoppanti, era invece talmente incompatibile coi piccoli problemi psicologici che affliggevano Tarallo, che finiva per patirli, ne soffriva vistosamente.
Si innervosiva, perdeva la calma, si incazzava con lui per le sue eterne ricadute, per l’ostinazione sui suoi pallini fissi.

In sintesi, lo psicologo era impaziente col paziente.

l’illustre Professor Cervellenstein

Una volta il giornalista si era così allarmato per lo stato psicologico in cui aveva cacciato Cervellenstein, che aveva addirittura accennato a cedergli il posto su quel maledetto divano, invitandolo a confidarsi, a sputare il rospo:

“Parliamone Professore…”.

Mai un luminare della scienza psichica era stato vicino, come in quella circostanza, a divenire un assassino e mai il Canaro della Magliana era stato così vicino a vedere battuto il suo record di efferatezze.

Chi aveva risolto la situazione, da vero deus ex machina, era stato Abdulhafiah, l’amico di Tarallo, l’ex commercialista e filosofo che, scappato dal suo paese e dalle eterne guerre che vi si combattevano, si era adattato a fare il questuante e il consulente di cose del mondo presso il parcheggio di un grande supermercato.
Allarmato perché Lallo, col quale aveva appuntamento sotto lo studio di Cervellenstein, era in ritardo di cinquanta minuti, aveva deciso di salire e di andare vedere come stavano le cose.

“Baastaa co ‘ste discariche! La finisca col giornalaccio di Frangiflutti, con suo zio piduista, con la metro fantasma e con la setta delle Facce di Chiappa!
Non stia sempre alle calcagna dei vecchi farabutti, anche se continuano a farla sporca: si faccia finalmente Consuelo – curiosamente al pronunciarsi di quel nome, si accese una piccola lampada da tavolo – se ci riesce, e si metta tranquillo.
Lei non è il sindaco, non può soffrire altrettanto e  non può nemmeno pretendere che Littoria/Latina diventi Leningrado o Stoccolma!”

Strillava senza ritegno Cervellenstein, rubizzo in volto, piegato sopra un Tarallo stupito e perplesso.
Resosi conto della situazione esplosiva che si era creata tra i due, Abdhulafiah era riuscito a calmarli parlandogli dei bund tedeschi.
Illustrò ai due contendenti la psiche dei titoli di stato della Merkel.
Fu quasi lirico, li descrisse fisicamente per parlare poi della loro estrema reattività: mentre il cipiglio furioso di Cervellenstein si mutava in un’espressione di vivo interesse, Abdhulafiah raccontò un sacco di storielline sconce su come i Bund reagissero alle minchiate dette con ammirevole costanza dagli uomini di governo nostrani, inturgidendosi, ingigantendosi come una virilità dei tempi andati di fronte alle grazie della compianta Marilyn.

La splendida Marilyn Monroe

Ma quel pomeriggio, era tutto più dolce: a mitigare l’umore dello psicologo c’erano un sole che fasciava la città in un abbraccio paterno e la promessa quasi certa di un’avventura amorosa con una splendida signora dal temperamento tellurico.
Fu facile dunque controllarsi mentre Tarallo dava la stura ai suoi tic, alle sue eterne idiosincrasie politiche, e replicare quasi sorridendo al giornalista d’assalto:

“Si figuri se non la capisco Tarallo: la campagna per la legalità portata avanti dagli abusivi delle milizie coccodrillate sconcerta anche me, come vuole che quella gente possa riuscire simpatica ad uno col mio cognome! Come dice? Oltre a domare i venditori di cocco, fanno anche grandissime azioni dimostrative?
Ma che le importa se hanno transennato con un chilometro e mezzo di nastro colorato un cartello di Divieto di Sosta perché era appena un po’ malmesso, che le importa dei loro: “Coletta, dov’è l’antiruggine?”.
Si faccia una bella risata, li veda per quello che sono, risparmi il fegato per future e più impellenti necessità.
Ne avrà bisogno perché, se continua questo andazzo, di emergenze inderogabili se ne presenteranno a pioggia, mi creda.
Una pioggia che rischierebbe di corroborare le teorie di un illustre statista contemporaneo, portando la nostra percentuale corporea di acqua dal novanta al novantasei per cento.
Dovremo correre tutti a comprare delle branchie.”

Il cugino dell’attuale Ministro del Lavoro

Tarallo a fatica riuscì a divincolarsi dall’abbraccio letale del divano mettendosi in piedi e, col broncio di chi è insoddisfatto per l’impiego dei suoi soldi, fece per mettere mano al portafoglio e pagare la seduta.
Cervellenstein gli bloccò il gesto sul nascere:

“Faccia una cosa per me e per tutti, visto che scrive: butti giù un pezzo sull’anniversario della promulgazione delle leggi razziali, dato che siamo gente che tende a ricascarci e che nessuno a livello governativo ha trovato nulla da dire a riguardo.
Ottant’anni, capisce testina sgualcita?
La Storia va troppo in fretta da noi: qualche volta, fatto appena un giro, si smarrisce e se ne torna al capolinea.
Se fosse chiaro a tutti  che gli autisti del trabiccolo in cui viviamo siamo noi stessi, riusciremmo forse a non farci più prendere in giro.
Scriva il ricordo di quella vergogna, Lallo, e provi a farselo pubblicare dal giornalaccio del suo Frangiflutti.
Se le dovesse fare le solite storie commissionandole invece un pezzo sulle deprecabili abitudini alimentari dell’Assessore all’Ambiente, me lo faccia sapere, farò pressione su di lui.
Come? Mi spaccerò per suo zio, quello piduista che tanta influenza ha sul suo schieratissimo direttore: da giovane recitavo in una compagnia di dilettanti, mi darà retta senz’altro.
Su, su, si tolga dalla faccia quell’espressione da mangusta diabetica e sorrida Tarallo, c’è un sole pietoso di noi, oggi.
E poi vuol mettere, se le riuscisse di pubblicare, i mal di stomaco che provocherebbe tra le abusive milizie coccodrillate?
Vada Tarallo, vada a scrivere, lei è mezzo matto, non scemo.

Vada.”

 

 

 


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