Una risata di duemila anni: Marco Valerio Marziale

Marziale mi si presentò perentoriamente all’epoca delle scuole medie.
Al tempo in cui le ho frequentate, i mocciosi, provenienti dalle atmosfere ancora un po’ deamicisiane delle elementari degli anni Sessanta, incontravano il latino e l’inglese e con esse lo stimolante esercizio della decifrazione di altre lingue.
Una di esse proveniva da un passato che sapeva di solennità, l’altra, essenziale e veloce, già sembrava ipotecare il futuro.
Gli epigrammi, soprattutto per la brevità che li caratterizza, si prestavano bene  a combattere la nostra incerta capacità di traduzione da esordienti.

La nostra insegnante pensò intelligentemente che composizioni di quel genere fossero adeguate al nostro livello iniziale di conoscenza della lingua e che, essendo quelle di Marziale anche assai divertenti, avrebbero di molto alleggerito il nostro sforzo, rendendolo quasi gradevole.
Naturalmente ci sottopose i versi più innocenti, quelli in cui l’umorismo puro la fa da padrone, quelli privi delle allusioni sessuali, ai vizi palesi od occulti, alle abitudini indecenti dell’epoca che il poeta satireggiava.
Non sbagliava affatto la nostra professoressa, funzionò perfettamente.
Infatti è da quell’epoca felice della seconda infanzia che questo epigramma, come alcuni altri, è restato stampato nella mia memoria e, ne sono certo, anche in quella dei miei compagni di classe:

“Eutrapelus tonsor dum circuit ora Luperci Expingitque genas, altera barba subit”.
Il barbiere Eutrapelo mentre rade il volto di Luperco, accarezzandogli le gote, già spunta un’altra barba.

Fu così folgorante, insomma, lo sfottò di Marziale alla lentezza del barbiere che lo apprezzai al punto di portarmelo appresso per il resto della mia vita, un effetto che solo opere perfettamente riuscite ed incisive riescono a causare.
Così oggi mi pare che possa essere interessante riproporre all’attenzione queste risate che arrivano da una lontananza di duemila anni.
Stanno a ricordarci che le debolezze umane non cambiano nemmeno in due millenni e che nelle società di oggi, in apparenza così distanti da quella della Roma Imperiale, troviamo molti dei suoi stessi ingredienti.
Chi di noi, come forse capitava agli ingegni più sensibili e acuti di quell’epoca, non ha oggi la sensazione che nella magniloquenza delle possibilità impensabili che caratterizzano il nostro mondo occidentale, non si celi la sua stessa debolezza?
Chi di noi non ha pensato che queste costruzioni così complesse e articolate, che chiamiamo appunto società, viaggino su mezzi inadeguati, ovvero sulle nostre spalle di uomini?
Di uomini cioè segnati dalle stesse caratteristiche di quelli di allora, dalle eterne e immutabili debolezze che causano gli stessi problemi di relazione, gli stessi conflitti interni ed esterni, piccoli e grandissimi, la natura dei quali, una volta raccontata a dovere, vede fondersi tragedia e farsa?
Certo che lo avvertiamo e ridiamo con Marziale proprio perché non siamo cambiati, non siamo diversi dai tizi che lui, a volte così ferocemente, prende in giro. Ridiamo perché ci specchiamo nei suoi versi, nelle miserie, nelle meschinità e nelle insensatezze che satireggiano e che noi conosciamo bene quanto lui, ma che non sapremmo descrivere altrettanto bene.

Marco Valerio Marziale proveniva dalla periferia dell’impero, era nato infatti a Bilbilis, l’attuale Cerro de Bambola, nella Spagna Tarragonese, intorno al 40 d.c..

La città di Bilbilis ai tempi di Marziale

Da ragazzo ricevette un’educazione molto accurata, che gli fu impartita inizialmente nella città natale, poi probabilmente in un’altra località nelle vicinanze, sotto la guida di grammatici e retori.
I genitori, Frontone e Flaccilla, dovevano essere di ceto medio borghese e di buona condizione economica per potersi permettere di pagare al figlio studi costosi. Marziale vi si sottopose con impegno e, ottenuta la cittadinanza romana, verso il 64 d.c., ansioso di sprovincializzarsi, arrivò a Roma.
Una volta giunto fece la cosa che tutti quelli che emigrano trovano naturale fare: si mise in contatto con gente come lui di provenienza spagnola, persone divenute nel frattempo importanti ed influenti come la famiglia degli Annei, quella di Seneca tanto per intenderci.
Prese contatti anche con il grande avvocato Lucio Valerio Liciniano e il giureconsulto Materno, entrambi originari di Bilbilis e, grazie alla famiglia di Seneca, Marziale si legò a potenti personaggi come Gaio Memmio Regolo e Gaio Calpurnio Pisone che lo aiutarono in quel primo periodo romano.
Le sue sorti però mutarono bruscamente quando, appena un anno dopo il suo arrivo, si scoprì la congiura ordita da Pisone contro l’Imperatore.
La reazione di Nerone fu feroce e pronta: molti degli amici di Marziale vennero uccisi o costretti al suicidio lasciando il giovane del tutto privo di appoggio.

L’Imperatore Nerone

Iniziarono per lui anni difficili in cui si rassegnò alla vita del cliens: ogni mattino di buon ora andava da un ricco signore per portargli i suoi saluti e suoi piccoli servizi, accompagnandolo nei suoi giri per Roma.
In cambio il cliens riceveva la cosiddetta “sportula”, un dono in cibo o in denaro.
Abitava in un appartamento sul Quirinale, descritto da lui come un bugigattolo, ma la vicinanza di questa casetta a quella dei Flavii favorì lo stabilirsi con essi di un suo duraturo rapporto di clientela.
La sua vita da cliens non fu certo soddisfacente, ma sicuramente utile, permettendogli di infiltrarsi ed osservare la quotidianità di molti ambienti romani, delle personalità che vi eccellevano e della infinità di situazioni che vi si originavano, tutte cose che lui trasporterà con la sua crudezza nelle opere successive.
Risalgono a quegli anni i primi suoi tentativi poetici, dovuti forse ad una commissione ricevuta da Vespasiano, uno dei Flavii, divenuto nuovo imperatore dopo il suicidio di Nerone.
Scrisse così degli apophoreta, biglietti d’accompagnamento ai doni che l’imperatore distribuiva durante le feste. Una delle raccolte di versi di Marziale che ci è giunta porta appunto questo titolo: “Apophoreta”.

Marco Valerio Marziale

La sua carriera di poeta cominciò ad avviarsi e trovò una prima consacrazione col libro di epigrammi che Marziale dedicò all’Imperatore Tito quando questi bandì grandi giochi e festeggiamenti per l’inaugurazione del colossale Anfiteatro la cui costruzione era stata iniziata da suo padre Vespasiano.
Alcuni titoli onorifici concessigli dall’imperatore migliorarono un po’ la sua condizione, ma non abbastanza da permettergli di abbandonare la sua vita da cliens.
La sua poesia, così pungente ed efficace, non poté mai liberarsi da una certa componente di adulazione: i suoi bersagli quindi cambiarono spesso in relazione al mutare delle situazioni, avvenendo di conseguenza che a volte fosse da lui colpito chi precedentemente era stato esaltato.

La sua produzione crebbe al punto che, di tanto in tanto, gli toccò combattere per vedersi riconosciuta la paternità di alcuni versi o per smentire che altri, falsamente attribuitigli, fossero suoi.

Molte raccolte di epigrammi furono da lui dedicate a Domiziano, l’ultimo imperatore della dinastia dei Flavii, ma la sua fama di scrittore ed il suo prestigio, che pure si erano certamente accresciuti, non lo misero mai in una condizione economica di inattaccabile benessere.

Raccolta di Epigrammi dedicata a Domiziano

Dopo l’assassinio di Domiziano, Marziale tentò di far dimenticare i suoi rapporti con lui ai nuovi imperatori, Nerva e poi Traiano, ingraziandoseli, ma i suoi epigrammi stonavano ormai con gli orientamenti del nuovo potere e in ogni caso erano fin troppo conosciuti i suoi trascorsi con l’ex imperatore.
Nel 98 si rassegnò dunque a tornare nella città natale, a Bilbilis, più povero di quando era partito.
Rimpiangendo sempre la vita vissuta nella Capitale, tra il 90 e il 102 d.c. pubblicò ancora otto libri di epigrammi.
Visse gli ultimi anni con Marcella, una ricca vedova di Bilbilis che aveva sempre ammirato la sua poesia e la sua fama.
La donna addolcì il tratto finale della sua vita mettendolo in condizione di vivere agiatamente, donandogli una casa ed un podere.
Qui completò le sue ultime fatiche letterarie, terminate con la pubblicazione del dodicesimo suo libro di epigrammi.
Morì a 64 anni. 

Plinio il Giovane, nell’apprendere la notizia, scrisse a Cornelio Prisco:

“Sento che Valerio Marziale è morto, e me ne duole. Era un uomo ingegnoso, acuto e pungente, che aveva nello scrivere moltissimo di sale e di fiele, e non meno sincerità…” .

 


Epigrammi:

Contro un cattivo declamatore:
Perché prima di leggere
ti ravvolgi la sciarpa attorno al collo?
Starebbe meglio attorno ai nostri orecchi.

Contro Sesto
Dici che belle ragazze
bruciano d’amore per te
Sesto? Tu che hai la faccia
d’uno che nuota sott’acqua.

Il medico
Ero malato, e tu
venisti a me coi tuoi cento discepoli:
cento mani gelate da Aquilone
che mi frugarono…
Io non avevo febbre. Ora ce l’ho.

Il passatista
Tu ammiri solo i poeti antichi
e non lodi che i morti.
Scusami Vacerra ma non è il caso
di crepare per piacere a te.

Su Diaulo
Diaulo era un chirurgo, ora è un becchino.
Ha cominciato finalmente ad essere un clinico,
nell’unico modo a lui possibile.

Contro Sabello
Mi domandi quant’è magro il tuo didietro?
Può entrare in un altro, Sabello.

Contro Nevolo
Al tuo ragazzo duole il membro, a te il culo.
Non sono un indovino, Nevolo, ma ho capito.

 

e infine dei teneri versi d’Amore…

Del tuo volto potevo farne a meno,
del collo, delle mani e delle gambe,
delle cosce, del seno e delle natiche
e per piantarla lì
di tutta te potevo farne a meno.

 



 

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