Cecco Angiolieri, lo Stilnovista a rovescio

Voltandoci indietro e rammentando quello che fu il nostro corso di studi, che nel mio caso fu completato purtroppo già un bel po’ di tempo fa, ci si accorge che, nei programmi di Storia della Letteratura Italiana che venivano proposti nei licei, accanto alle inevitabili figure dei giganti della poesia e della prosa, non solo a causa della ristrettezza dei tempi di insegnamento, erano trattate ben poche figure dei cosiddetti “minori”, ovvero di quegli autori che, pur elevandosi dalla massa sterminata dei mediocri di ogni tempo, non potevano reggere, per importanza e influenza letteraria, il paragone con quei grandi.
C’erano poi, tra questi pochi minori in cui si riusciva ad incappare, autori ai quali si alludeva appena, come se oltre ad essere, appunto, meno meritevoli, dovessero essere presi con cautela, o come si suol dire, “con le molle”.
Con la fioritura degli impeti vivaci della giovinezza in pieno rigoglio e con la conseguente prontezza di testa e di corpo, capivamo che in certi casi la scelta di sfiorare solo alcuni autori si doveva probabilmente ai contenuti licenziosi di alcune loro opere.

Pietro Aretino

Chi, ad esempio, ha mai sentito, da parte di un insegnante, qualcosa di più corposo di un cenno frettoloso e sbrigativo su Pietro Aretino, anche se questo, pur essendo autore dei “Sonetti lussuriosi”, scrisse parimenti alcune opere di argomento religioso? Sapevamo chi fosse e poco più, eppure in un certo senso lui poteva essere considerato uno dei migliori prototipi dell’intellettuale rinascimentale.
Tra questi minori di cui si aveva notizia, abbondantemente trascurata, seppur non al pari di quella dell’Aretino, era anche la figura di Cecco Angiolieri.

Questo senese ci veniva presentato infatti in due parole, come se fosse stato un mattacchione, una sorta di precoce modello di anarchico, insofferente alle autorità ed alle regole del suo tempo.
E mentre un silenzio assordante copriva la prosa, mai fatta leggere in classe, di Pietro Aretino, di Cecco, a riprova dell’immagine che di lui ci veniva offerta, ci facevano leggere un solo, famosissimo sonetto:

 

 

Si fosse foco, ardereï l mondo;
si fosse vento, lo tempestarei;
si fosse acqua, i lannegherei;
si fosse Dio, mandereil en profondo;

si fosse papa, sere allor giocondo,
ché tutti cristïani imbrigherei
si fosse mperator, sa che farei?
A tutti mozzarei lo capo a tondo.

Si fosse morte, andarei da mio padre;
si fosse vita, non starei con lui:
similemente faria da mi madre,

Si fosse Cecco, comi sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui.

Naturalmente un tipo di poesia di quel genere, con quel tono e con quei contenuti, riscuoteva immediata l’approvazione di gente come noi, che per via dell’età degli incendi interiori, sembrava fatta apposta per apprezzarla entusiasticamente.
Ma proprio come un incendio spento sul nascere, Cecco Angiolieri veniva congedato subito dopo, senza una sola parola su chi davvero fosse stato e su cosa avesse combinato nella vita.
Mi sembra quindi una riparazione verso di lui, ma anche verso la mia giovinezza ingombrata solo dai giganti del verso e della parola, raccontare oggi, molto brevemente, chi fu questo scrittore insolito.

La Siena di Ambrogio Lorenzetti

Sappiamo che nacque nel 1260, o poco prima, a Siena, dove è ancora rintracciabile la casa di famiglia; una famiglia, la sua, decisamente benestante.
Il padre, Angioliero degli Angiolieri, era un banchiere che fu anche cavaliere e che fu chiamato a ricoprire importanti cariche comunali. Appartenne all’ordine dei Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria, i cosiddetti “Frati Gaudenti”, ordine del quale anche sua madre, Lisa della casa dei Salimbeni, fu “militissa”.
Cecco trascorse l’infanzia e la prima giovinezza nella città natale dove ricevette anche l’istruzione di base.
Provenendo da una famiglia di tradizioni guelfe, Cecco, più o meno ventenne, partecipò alle inevitabili scaramucce coi concittadini ghibellini, dando l’assedio al Castello di Torri di Maremma, dove essi si erano asserragliati.
Fu durante quell’operazione militare che cominciò a segnalarsi per la tendenza alla sregolatezza: fu più volte multato per essersi allontanato dal campo senza permesso.
Fu questa una situazione che tese subito a cronicizzarsi:  anche nel periodo successivo si fece multare frequentemente per essere stato pizzicato in giro di notte dopo il terzo suono della campana comunale, cosa naturalmente vietata perché violava il coprifuoco.

Nel 1291 fu colpito da un analogo provvedimento per identiche colpe, e riuscì in seguito a scampare ad una condanna più severa per il ferimento di tale Dino di Bernardo da Monteluco, atto per il quale fu condannato solo il calzolaio Riccio di Ranuccio, che gli era stato complice.
Si trovò ancora, nella veste di alleato dei fiorentini, a combattere contro Arezzo nella famosa Battaglia di Campaldino, a cui prese parte anche Dante, che Cecco probabilmente conobbe in quella circostanza e col quale intrattenne rapporti per un lungo periodo di tempo.


Venne bandito da Siena verso il 1296 per motivi che non conosciamo
, ma che dovevano essere politici, e sappiamo che soggiornò a Roma per via di un sonetto che indirizzò proprio a Dante, che era in esilio a Verona: “..s’eo so fatto romano, e tu lombardo…”.

Il medesimo sonetto testimoniava anche l’avvenuta rottura dei loro rapporti:

“Dante Alighier, i’ t’averò a stancare/ ch’eo so lo pungiglione e tu se’ ‘l bue…”.

Non sappiamo se Dante ebbe mai a rispondergli perché ci rimangono solo le poche cose scritte in proposito da Cecco, che peraltro non viene mai nominato negli scritti del fiorentino.
L’ultima testimonianza materiale della vita di Angiolieri è l’atto col quale nel 1302, già carico di debiti, svendette una sua vigna per settecento lire.

Sappiamo che dopo quella data fu ancora a Roma, e che si mise sotto la protezione del Cardinale senese Riccardo Petroni.
Ebbe moglie e cinque figli, figli che, alla sua morte, avvenuta probabilmente nel 1313, rinunciarono all’eredità perché gravata da debiti eccessivi.
Il numero dei sonetti da lui scritti è stato spesso oggetto di dispute; si pensa che quelli di certa attribuzione fossero oltre i cento.
La tradizione vuole che il poeta sia stato infine sepolto nel chiostro romanico della chiesa di San Cristoforo a Siena.
Inquadrata spesso nei canoni troppo rigidi della poesia burlesca, la poetica di Cecco è in realtà molto più complessa, anche se, in sintesi, lui può essere considerato l’erede ed il rappresentante più originale di un genere di produzione letteraria che fiorì rigoglioso soprattutto in Toscana fino al Cinquecento ed oltre.
Il suo retroterra letterario si può far risalire infatti alla tradizione di certa poesia giullaresca e popolare, presente già nei primordi delle nostre letterature romanze, e che, oltre a lui, fu bene incarnata soprattutto da Rustico di Filippo, detto Barbuto, fiorentino della metà del Duecento.
I due fissarono la loro poetica, nei temi e nello stile, in una posizione del tutto antitetica a quella, allora prevalente, della scuola siciliana e dello Stil Novo. Al posto del modello delicatissimo di mondo che imposero gli stilnovisti, del loro elevarsi dalle miserie materiali, della loro concezione angelicata della donna e dei rapporti da intrattenere con lei, Cecco Angiolieri e i rimatori a lui più vicini, attingendo abbondante materia per i versi dalla loro esperienza personale, assunsero al contrario toni spesso misogini, cantarono l’amore sensuale, l’elogio della ricchezza e il lamento per la povertà, vituperarono sistematicamente i loro nemici politici e schernirono la laida bruttezza delle donne vecchie. Seppero però volgere puntualmente tutto questo groviglio di temi più che realistici in riso, in umorismo, in una canzonatura capace di stravolgerla la realtà, e di deformarla in caricatura. Questa è la ragione più plausibile dell’eterna modernità di Cecco e quella della simpatia, fugace quanto complice, che gli attribuiscono gli studenti.

 

Tre cose solamente m’ènno in grado, le quali posso non ben ben fornire, cioè la donna, la taverna e ‘l dado: queste mi fanno ‘l cuor lieto sentire. Solamente tre cose mi sono gradite, anche se non me le posso permettere come vorrei, cioè la donna, la taverna e il gioco: queste mi allietano il cuore.
Ma sì mme le convene usar di rado, ché la mie borsa mi mett’ al mentire; e quando mi sovien, tutto mi sbrado, ch’i’ perdo per moneta ‘l mie disire. Ma sono costretto a goderne raramente, poiché la mia borsa mi smentisce [essendo vuota]; e quando ci penso mi metto a sbraitare, poiché per la mancanza di denaro non posso compiere i miei desideri.
E dico: ” Dato li sia d’una lancia! “,
iò a mi’ padre, che mmi tien sì magro,
che tornare’ senza logro di Francia. 
E dico: “Che sia colpito con una lancia!”; questo a mio padre, che mi tiene così a stecchetto che tornerei [a piedi] dalla Francia senza logorìo [senza dimagrire ulteriormente].
Ché fora a torli un dinar più agro,
la man di Pasqua che·ssi dà la mancia,
che far pigliar la gru ad un bozzagro.
Infatti la mattina di Pasqua, quando si dà la mancia [ai bambini],
è più difficile scucirgli un quattrino [a mio padre]
che far acchiappare la gru a una poiana.

 

 


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