Il Maelstrøm in Redazione

Nella redazione del fogliaccio quotidiano cittadino le ore del primo pomeriggio erano quasi letali per i pochi individui che vi agonizzavano.

Un’aria di inerzia secolare gravava, imbalsamandola, sulla grande stanza che ospitava le postazioni dei pochi giornalisti fissi: due o tre di essi, spostati i computer di lato e disfatti sulle scrivanie personali, poggiavano sulle braccia il resistibile peso delle loro teste.
Dalle grate del condizionatore, fissato sul soffitto, veniva uno spiffero asfittico, immesso a fatica nell’ambiente con una specie di rantolo adenoideo.
Quel silenzio imperfetto muoveva in ogni direzione possibile i pensieri dei presenti, sballottandoli come navi in acque agitate.

 L’anomalo volteggiare di cornacchie e gabbiani nei pressi delle grandi finestre, prive di persiane e impolverate, provocava all’interno della redazione un ballonzolare frenetico della luce, un tremolio costante, come un effetto cinematografico, che infastidiva i redattori crollati sui loro tavoli, disturbandone il sonno.

Lallo Tarallo anche quel giorno occupava una scrivania di fortuna, un residuato scolastico mezzo diroccato, piazzato in uno spazio angusto in fondo allo stanzone, proprio a ridosso del bagno.
Chino sulla tastiera del suo PC portatile, quello tutto graffiato con appiccicato su un adesivo pubblicitario di una pensione di Guastalla, Tarallo stava completando con notevole sofferenza un pezzo di cui non poteva andare fiero.
Riguardava il dilagare, inquietante in città, dei festival dedicati allo street food.
Naturalmente non era quello l’articolo che avrebbe voluto scrivere.
Il giorno precedente era stato ricevuto dopo una mezz’oretta di anticamera e aveva proposto al Direttore l’ennesima inchiesta coraggiosa, qualcosa di molto forte e palluto su mafie e smaltimento dei rifiuti.
A dirla tutta, quella non era nemmeno roba chissà quanto originale, ma in città se ne era sempre parlato troppo poco rispetto all’entità di un problema così pressante e che la riguardava da molto vicino.
La reazione di Frangiflutti era stata a dir poco eclatante, enorme, indescrivibile!
Pietrificato dallo sbalordimento, Lallo aveva pensato che se mai il CIO avesse ammesso quale nuova disciplina olimpica il Salto in Alto da Poltrona Dirigenziale, il direttore del fogliaccio avrebbe potuto fondatamente aspirare alla zona medaglie, magari proprio all’oro.


In seguito alla proposta di Tarallo infatti decollò, e subito dopo l’atterraggio avventuroso, che in sincronia perfetta col suo stato mentale, provocò anche alla poltrona la perdita di una rotella, un balbettio nervoso sostituì in lui l’eloquio abituale, fluido e monotono, da domatore di ghiri.
Un rosso prima acceso, tendente poi al cianotico, gli si diffuse tumultuoso in faccia.
Frangiflutti prese a sudare, gli occhi strabuzzavano, le mani cercarono, convulse e tremanti, la cravatta, prima allentandone il nodo e poi passando a sbottonare il primo bottone della classica camicia oxfordiana.  

“MA… MA… CHE CA… COME CA… MA COME CAZ…

Come accidenti si può pensare di riproporre un argomento così logoro, così già sentito, così noioso!
Solo ad un relitto di civiltà antidiluviane come lei poteva venire in mente un’idea così ripugnante: lei Tarallo è uno scarto della Gabanelli, lei è l’inventore del rutto, lo scopritore delle cose già scoperte, il coltivatore di frutta già mangiata, digerita e ricacata!

Insomma, sei il solito testa di cazzo!”.

Così concluse il Direttore, adottando per quell’unica volta il “tu”.

Lo stile british, così faticosamente costruito negli anni da Frangiflutti consultando manuali su manuali, sulla spinta dell’eccitazione nervosa sembrava temporaneamente deflagrato tra rabbia e imprecazione, ed il suo breve percorso interiore, da William Shakespeare ar Piotta, appariva completato. 

Lallo, fatto oggetto di quegli epiteti saporiti, decise di fare la carogna fino in fondo e, con l’aria di innocenza un po’ intontita che di solito adorna l’espressione del grillino di sinistra, rispose senza mostrarsi affatto offeso:

“Ma Direttore, mi risulta che qui da noi ci siano state alcune novità consistenti: non crede che questo sia spendibile per un’inchiesta?
La costituzione, ad esempio, di una azienda che riporta in mano pubblica la raccolta dei rifiuti non mi sembra una cosuccia da poco, non le pare?
Si tratta di una mezza rivoluzione, della fine di un’esperienza fallita con clamore e rovine.
Ci sarebbe da indagare quindi su come e quanto i vecchi interessi privati abbiano reagito e reagiscano a questa iniziativa: quali sono le loro contromosse?
Quali i giochi, scoperti e occulti? Che ne dice? Si potrebbero intervist…”

“B A S T A A A A aaaa!!”.  Mai Frangiflutti era stato così in odore di apoplessia come in quel momento:  

“QUA COMANDO IO!!

Io ho il polso della situazione, della linea editoriale da seguire, dei gusti dei lettori E HO L’ULTIMA PAROLA: lei qui è l’ultimo degli ultimi, e sa bene in virtù di quale deferenza ossequiosa io la tenga qui senza suoi meriti percettibili…”

“A proposito, mio zio la saluta tanto” mentì Tarallo, fintamente cordiale, per allentare la tensione: nominare suo zio piduista sortiva sul Direttore lo stesso effetto dello spingergli contro un camion carico di valeriana. 

“Sì, ricambi da parte mia… – commentò meccanicamente Ognissanti Frangiflutti, al quale le pulsazioni, che fino a un minuto prima avevano raggiunto la frequenza e le cadenze folli di un assolo di Ginger Baker, stavano pian piano normalizzandosi – dicevo? Ah sì: rammenti sempre di essere un tollerato, un male inevitabile, per il momento, e faccia solo quello che le viene richiesto di fare. Parli col caporedattore, le darà un incarico meno cervellotico di quelli che escogita lei”. 

Emessa questa sentenza il Direttore lo congedò e Tarallo, andandosene dal suo ufficio, vide che si piegava verso terra con uno sbuffo stremato e infastidito, cercando sotto la scrivania la rotella che era schizzata via dalla poltrona.
Durante tutta la conversazione, il risuonare ossessivo dei craaa craaa delle cornacchie ed i fischi dei gabbiani intorno ai finestroni non si era mai interrotto.


Lallo non poté fare a meno, osservando quegli uccelli da discarica, di ripensare alla sua idea respinta così ferocemente. 

“Fottiti comunque, Signor Segretario Segreto Provinciale Faccia di chiappa!” pensò Tarallo che lo sapeva dirigente della setta, mentre andava a cercare il caporedattore, Rodrigo Dell’Ortaggio.

Lo trovò che stava ultimando un pezzo celebrativo sul Consigliere Comunale Primo Carnacialesco, gloria pontina finita sul Guinness dei Primati per aver battuto il record di cambi di partito politico.
Il suo breve soggiorno presso la Sudtiroler Volkspartei, al quale era giunto proveniente dal PD dopo mille fugaci entusiasmi, era infatti appena terminato con la sua adesione entusiastica al Partito del Ministro per l’Allarme Sociale, Mattia Rozzini.

 

✔️: Partiti ai quali nel tempo ha aderito il Cons. Primo Carnacialesco

Dell’Ortaggio alzò la testa dalla tastiera: dai movimenti nervosi che caratterizzavano il suo ticchettare, si sprigionava un sentore di noia infuriata. 

“Cazzo vuoi Tarà? Non vedi che sto a finì ‘n pezzo?”. E riprese a ticchettare con foga accresciuta.

“Che voglio? Chiedimi quello che volevo, semmai! Io volevo fare un’inchiesta su monnezza e mafia e quello, Frangiflutti, quasi mi ammazza!

Il volume della voce del caporedattore si smorzò di colpo, riducendosi ad un sussurro: Dell’Ortaggio scoccò uno sguardo furtivo alla porta chiusa dell’ufficio del Direttore.

Te doveva ammazzà! – sibilò all’indirizzo di Lallo – Come si fa a essere così imbecilli da andargli a chiedere proprio quello? Ma tu lo sai come stanno le cose? No, naturalmente: tu non sai una mazza di niente! Lo hai mai beccato, per esempio, a studià i numeri de “Il coraggio del rifiuto?”. Ti dice nulla questo titolo?”

“Il coraggio del rifiuto!!??”. Legge cose di questo genere? Azzo, non l’avrei mai supposto così sdoppiato! Da chiodi! Frangiflutti che  si dedica a letture di disobbedienza civile: da non credersi, è proprio dissociato! Magari ogni fine settimana  scappa in Piemonte con la chiave inglese nascosta nei pantaloni  (che ci fa pure bella figura!) per disfare pezzo per pezzo la Tav!!”.

“Taraaa, che cazzaccio dici? Non capisci proprio un accidente di niente: il rifiuto in quel giornale è inteso come immondizia, monnezza, e quello è il periodico dell’Associazione Coltivatori di Discariche, hai afferrato il concetto ora? Il Direttore è costretto a imparare a memoria ogni nuovo numero perché poi gli arrivano misteriose telefonate durante le quali lo interrogano su quello che c’è scritto.
Ho origliato più di una volta e lui ha risposto bene pure quando gli hanno chiesto quanto costa quel giornale nello Swaziland”.

“Ma dai!! Sapeva pure quello? Aveva studiato anche quello?”

“L’ho sentito io rispondere senza esitazioni: Il nostro giornale a Lobamba costa cinquanta emalangeni!

“Cazzo! – l’esclamazione sfuggì a Tarallo – Cinquanta emalangeni: non sarà un po’ caro? E l’ha  chiamato pure: “il nostro giornale?”.

“Io mi faccio i fatti miei, Tarà, non metto il naso.
Io mi regolo sempre così: se lui mi dice di attaccare l’attuale sindaco io lo faccio, subito e senza far storie.
Se invece mi dice di attaccare il sindaco attuale, io lo faccio ugualmente, subito e senza storie, hai capito?”. 

“Altroché, – disse Lallo, stirando la bocca in un sorriso amaro – capisco pefettamente.
A proposito, prima mi ha detto di chiederti cosa debbo scrivere, pensa un po!”

“No, io non penso, io eseguo, subito e senza storie: scrivi un cazzo di articolo su ‘sti festival dello street food della minchia, che ce ne propinano uno a settimana.
Butta giù due scemenze e levati dai coglioni”.     

Così erano andate le cose.

 

L’orologio segnava le 17,15 nel momento esatto in cui Tarallo riuscì finalmente a terminare l’articolo sui festival del cibo da strada.
Lo chiuse con un gioco di parole da quattro soldi e si stiracchiò, ragliando di frustrazione e noia.

Stava per alzarsi quando improvvisamente l’impianto di illuminazione della redazione si accese da solo: tutto divenne abbacinante.
Nessuno poteva averlo fatto, c’erano ancora quasi tre ore di luce disponibili, non avrebbe avuto senso.
I colleghi dormienti si destarono di botto, guardandosi intorno smarriti: che stava succedendo?
ll condizionatore ebbe un riflesso leonino e passò dal suo russacchiare adenoideo ad un tremendo ruggito mentre una specie di ciclone d’aria rotante investì la stanza, facendo volare mille fogli come altrettante colombe. 

Tarallo teneva gli occhi semichiusi, ma con lo sguardo cercava di perforare quel fitto e candido sciame cartaceo in cerca di una spiegazione.

Dopo qualche istante, la vide.

Consuelo gli si stava avvicinando col suo sorriso speciale.
Avanzò verso di lui mentre le spoglie dei giornalisti, che fino ad un secondo prima erano state solo glassa sulle loro scrivanie, si rizzavano di colpo cercando di sistemarsi i vestiti e i capelli.
Uno di loro, disorientato dalla visione ultraterrena della ragazza, si pettinò energicamente la pelata alla Kojak con un pettine fregato a quello che si occupava dello sport. Si striò la testa di rosso.

Il caporedattore, Rodrigo Dell’Ortaggio, in qualche centesimo di secondo passò dalla nausea per le performance del collezionista di partiti al teletrasporto ultraveloce nell’Eden della bellezza.
Fu troppo per lui: perse i sensi e crollò mormorando qualche parola in lingua pashtu.

Traduzione dal Pashtu: Oh cavolo!

Ognissanti Frangiflutti, interrotto dal ruggito del condizionatore mentre interrogava il soffitto su questioni private, aprì per un momento la porta e si affacciò nella stanza dei redattori. Alla vista di quelli che giudicò dei fenomeni paranormali, si ritirò rapido nel suo ufficio, come se avesse visto in faccia Belzebù.
Sbatté  la porta e la chiuse a chiave. 

Mentre il maelstrom si attenuava e i fogli di carta ora venivano giù come una pioggerella frusciante, Consuelo che gli era arrivata a tiro disse, sempre sorridendo, a Lallo: “Scusa se ti vengo a scocciare sul lavoro, ma mi hanno chiesto di trovarmi un cavaliere e non avevo tempo da perdere: mi accompagneresti al corso di zumba?”.  

 

 

 

 

 

 

Come scrivono nei fumetti? Gasp, vero?

E Tarallo in effetti fece Gasp.

 


 

 

 

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