Facebook for Tarallers

Tra i numerosi colpi di genio che Lallo Tarallo aveva utilizzato per peggiorare vertiginosamente la sua qualità di vita, quello di iscriversi a Facebook era stato uno dei più catastrofici.
Non aveva fatto nemmeno in tempo ad ambientarsi, e tanto meno a capire i meccanismi indispensabili per dominare lo scorrere incessante di quell’imponente fiume di chiacchiere, di predicazioni, di immagini, di musiche e musichette, che subito si era trovato coinvolto in forsennate zuffe virtuali.
Volavano schiaffi, unghiate, pugni e bastonate: non essendoci in quella dimensione i limiti che nelle risse reali vengono imposti dalla fisicità e dalla emotività, quelle contese erano immancabilmente feroci.


Tarallo, già nel giorno del suo esordio social, indispettito da una scemenza ciclopica che gli era capitata sotto gli occhi, aveva tentato un civilissimo contraddittorio con il tale che l’aveva scritta.
Una salva di insulti da parte di quest’ultimo, un tizio ben rasato in zucca, che nella foto del profilo ostentava una fronte inutilmente spaziosa (cit. Flaiano) e un paio di pennuti vanagloriosi tatuati sui bicipiti insieme con un tricolore, aveva cancellato in lui ogni velleità di risposta sensata; così Lallo, con l’animo fattosi di botto irsuto ed un principio di fiammeggiamento alle narici, fu costretto ad attingere alla sua “riserva speciale”.
Lasciata a giacere, a volte anche per anni, in uno scomparto segreto della mente e della memoria e tirata fuori solo in caso di effettiva necessità, la riserva speciale era costituita da un tesoretto, accumulato negli anni, composto da epiteti insultanti letali, termini particolarmente offensivi, declinabili in più lingue, e da alcune espressioni di scherno così incisive e sconce da portare un portuale di centodieci chili al pianto dirotto.
Tarallo dunque dopo averle prese, avvalendosi di quell’arma letale, le diede a sua volta di santa ragione, annichilendo il suo selvaggio nemico e disperdendone le spoglie nel vasto etere.
Facebook da quel momento in poi fu sempre per lui un terreno di scontro, l’arena dove lasciar sanguinare i tasti colpendo senza pietà i nemici e risparmiando, sia pur di malavoglia,  gattini e faccine.


Nell’animo taralliano, l’illusione di convogliare in quel contesto le opinioni altrui verso un gioco dialettico civile, tra esseri cioè che avessero mantenuto alcune, anche labili, vestigia di umanità e ragionevolezza, era stata la prima a cedere di schianto.
Pensare di piazzarsi al centro di quella corrente tumultuosa, tranquillo e assorto come un grizzly acchiappasalmoni in Alaska, che fa il suo mestiere pescando solo ghiotti bocconi ed evitando di essere investito da detriti e liquami, era una di quelle balzanerie che potevano spuntare come carciofi mutanti solo in una testa sgualcita come quella di Lallo.
E non era stato certo per caso che quella gracile convinzione avesse resistito solo per pochi secondi. Da molto più  tempo, invece, durava il suo puntuale sbalordimento per l’insondabile profondità di alcune splendide imbecillità.
Si era convinto ormai che Giacomino Leopardi sbagliasse di grosso nel definire matrigna una natura che al contrario era così pietosa che, quando si accorgeva che un certo collo le era venuto un po’ troppo fragile, evitava di sovrastarlo piazzandoci sopra pesi eccessivi.

Coinvolto ormai in un gioco rude, Tarallo aveva col tempo decifrato le strategie di chi occupava lo spazio virtuale dei social per fini politici di basso profilo.
In città le forze che per un’infinità di tempo, ininterrottamente, avevano mantenuto il potere, un paio di anni prima erano state costrette di colpo ad alzarsi da tavola e sloggiare.
Con la scrupolosità di gente ammaestrata da padri severi a terminare sempre il pasto per non dare schiaffi alla miseria, quei commensali in effetti non avevano lasciato un solo boccone nei piatti, e si erano tirati appresso anche le posate, ma appena usciti dalla sala da pranzo, un sentimento doloroso si era impadronito di essi.
Struggendosi di nostalgia canaglia, per citare il sommo poeta Carrisi, si erano dati immediatamente da fare perché il banchetto interrotto potesse riprendere al più presto.
Quasi nessuno di loro compariva in prima persona sui social, ma avevano messo su un piccolo circo di amici, amici degli amici e fidi fiancheggiatori dai nomi di fantasia.
Contemporaneamente avevano favorito e finanziato il proliferare di pseudo quotidiani on line, retti in prevalenza da un solo fedelissimo pseudoredattore, in alcuni casi da due o tre, che si affannavano a divulgare nel cosmo il pensiero dei vecchi potenti con la dentiera nuova di zecca, ma anche quello dei loro antichi e fiacchi oppositori al caramello, divenuti di botto accaniti combattenti.
Ad innalzare ulteriormente il tasso di litigiosità di Tarallo, facendone una delle più produttive fabbriche di bile dell’emisfero occidentale, ci si erano messi anche i frequentatori e gli esaltatori dei nuovi padroni squadristico grilleschi della nazione, che spesso  sul piano politico locale potevano identificarsi proprio con quei potenti di un tempo, saltati al volo sul carro dei vincitori nazionali.

Il carro dei vincitori

Capitava spesso che, combattendo con quest’ultima specie di fanatici, Tarallo dovesse correre più in soccorso di grammatica e sintassi che di altri interessi nazionali.
A questo punto l’attività di combattente da trivio virtuale di Lallo si era comunque fatta febbrile e si può dire che scrivesse e si affannasse molto più su Facebook che sul giornale.
Tra l’altro Ognissanti Frangiflutti, direttore del fogliaccio in questione, non gradendo il suo sardonico reportage sul comizio del Ministro per l’Allarme Sociale Rozzini, terminato prima ancora di iniziare a causa del blackout elettrico, e sulla rissa per i crostini scatenatasi subito dopo nel buio più pesto, nei giorni successivi non gli aveva affidato ulteriori articoli, piazzandolo invece a riordinare il settore degli annunci erotici.


Così Tarallo, una volta trascritte per il giornale su Facebook le brevi e immaginifiche prose di signorine che propagandavano le loro mirabolanti quanto irriferibili abilità, passava parecchio del tempo che gli avanzava a confliggere con degli imbecilli, nostalgici al quadrato, che rimpiangevano sia i vecchi ladroni locali, lamentando che le devastazioni da loro lasciate in città non fossero state aggiustate tutte insieme e subito, come avrebbe saputo fare Mary Poppins, sia i bei tempi nei quali in Italia i treni arrivavano forse puntuali in stazioni che (ma questo però non lo consideravano mai) per colpa di quel regime così ordinato, sarebbero state distrutte come tutto il resto del Paese.
Insomma si struggevano di rimpianto per tempi nei quali a loro, come pure a tutti gli altri, non sarebbe stato permesso di esprimere non solo le abituali stupidaggini, ma qualsiasi tipo di opinione.
Tarallo ogni giorno, appena svegliato, si collegava con Facebook e, saltando a piè pari nidiate di gattini vezzosi e le foto dei caffellatte in posa, trovava in quello che gli si parava davanti una conferma al suo fin troppo facile presentimento: una dozzina di pallini rossi, notifiche dal contenuto facilmente immaginabile, attendevano ghignando che lui le andasse a scoprire.


Era come pestare deliberatamente una vipera a piedi nudi.

I suoi haters personali, come la carie, lavoravano alacremente di notte, costruendo false notizie, sparando insulti e stuprando inermi congiuntivi.
Erano tizi dai nomi che in certi casi suonavano immediatamente fasulli: Littorio Saluto, Argia Bandiera, Piffero Grancassa, Nella Senti e altra roba del genere.
Uno di loro, il più mellifluo, era redattore e direttore di un quotidiano on line dalla linea editoriale smaccatamente nostalgica del vecchio ordine cittadino.
Il giornale si chiamava “www.latinaierierameglio.com” e gran parte del suo spazio era riservato ad un lavoro minuzioso di calunnia, più che di critica, nei confronti dei nuovi amministratori.
Anche questo tizio aveva adottato un profilo palesemente falsissimo e si firmava nientemeno che Frate Ampelio Manifatti!

Tarallo lo aveva strapazzato un migliaio di volte mollandogli sia mazzate da cavernicolo che rifilandogli sottili ferite da fiorettista, ma l’uomo, per le sue abnormi capacità di incassatore, ricordava Benny Briscoe, un peso welter dei bei tempi andati che aveva la mascella foderata di granito.
Del tutto indifferente ad ogni puntura o botta che riceveva, a qualsiasi residuo di pudore e privo del minimo senso del ridicolo, lo pseudodirettore Frate Ampelio Manifatti proseguiva imperterrito nel suo lavoro di servizievole portavoce di potenti mai ridotti all’inoffensività.
Tarallo, come tutti i pugili che hanno la sventura di incrociare i colpi con un incassatore eccezionale, quasi quasi si stancava più lui a picchiarlo che quello a prenderle.
Poi, un pomeriggio che era andato per comprare quattro cose al supermercato, aveva inevitabilmente beccato Abdhulafiah che teneva la sua bottega di questuante-consulente proprio in quel parcheggio e si era confidato con lui, parlando sconsolatamente del suo stress da gurka dei social, degli haters, dei suoi combattimenti con loro, di Manifatti e altro ancora. 

Le emoticon di Tarallo

“Santissimi numi Lallo! – esclamò Abdhul, sgranando gli occhi a palla da tennis – Non mi dire che tu vai a fare a cazzotti su Facebook col tuo nome e cognome!!
Ma tu sei un pazzo incosciente, un masochista da Guinness dei Primati: faresti prima a spararti!
Nessuno che svolga un lavoro pubblico si espone così, di faccia insomma.
Trovati immediatamente un nome finto, se proprio ti va di continuare a fare a botte, e inventati un profilo falso”.

Tarallo piegò la bocca ad un sorriso malinconico: “Non è nel mio stile Abdhulafiah, io ho sempre guardato in faccia i miei nemici, senza coperture, senza maschere e senza vigliaccheria”.

“Allora sei definitivamente scemo: i troppi colpi presi ti hanno rimbambito.
Ma pensa almeno un po’ a te stesso, a chi ti vuol bene, a Consuelo alla quale nel breve volgere del prossimo millennio tu finalmente ti dichiarerai!
Fattela una nuova identità sui social, non danneggiarti così, copriti le spalle!
Tra l’altro io so chi si nasconde dietro quel Frate Manifatti col quale ingaggi sanguinosi duelli.


Me lo ha detto un allibratore: il suo nome è uscito fuori mentre stavamo parlando delle quote di scommesse che al Circolo della Porchetta fanno sulla tenuta dell’Azienda pubblica dei Rifiuti.
Eravamo arrivati a raccontarci dei conti cifrati che alcuni soci di quel club hanno nelle banche delle Isole Salomone, quando il mio amico ha nominato quel presunto frate giornalista e non ti piacerebbe proprio sapere chi si cela dietro quel profilo “.

“Chiunque sia quel serpente, non muterà il mio modo di vedere le cose e continuerò a prendere e a dare colpi mostrandomi senza trucchi!”.

Abdhulafiah, serio e con una punta di irritazione si chinò verso Tarallo e sussurrandogli all’orecchio gli disse: “Allora mi ci costringi: Frate Ampelio Manifatti e Ognissanti Frangiflutti sono la stessa persona! Ti si fa luce ora nella zucca o stai ancora come Rozzini al comizio?”.

Un’ora dopo Tarallo vagliava tra i bizzarrissimi nomi dei poeti della prima scuola toscana in volgare, per scegliere tra di essi un “nom de plum” da usare nel suo prossimo profilo falso. Quale poteva essere il più adatto?

Meo Abbracciavacca da Pistoia?
Pucciandone Martelli da Pisa?
Folcacchiero dei Folcacchieri da Siena?
Guittone d’Arezzo?..   

 

 

 

 


 

 

 

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