Federico De Roberto e il Grande Romanzo Ignorato

Moltissimi, forse troppi anni fa, ero diciottenne credo, mi imbattei in una intervista televisiva a Leonardo Sciascia.
Di lui, tempo prima, avevo letto “Il giorno della civetta” e proprio in quei giorni avevo terminato con molto piacere la lettura della sua recentissima rivisitazione in chiave contemporanea del “Candido” di Voltaire.
Lo scrittore si era dunque guadagnato ai miei occhi un bel credito in autorevolezza.
La conversazione con l’intervistatore riguardava la letteratura italiana vista attraverso i gusti personali dello scrittore e ricordo bene che ad un certo punto Sciascia disse che non riusciva a capire perché nei programmi scolastici, e più in generale nella considerazione di pubblico e critica, accanto ad un capolavoro come I Promessi sposi, non occupasse un posto altrettanto importante un romanzo come “I Viceré”, di Federico De Roberto. 

Era la prima volta in effetti che sentivo nominare quel titolo e quell’autore eppure l’anno precedente avevo terminato il Liceo classico.
Considerata la perentorietà dell’affermazione di Sciascia, entrambi i nomi mi rimasero ben impressi nella mente.
Acquistai in fretta una versione economica del romanzo e iniziai a leggerlo: a dispetto della mole non certo sottile dell’opera, la mia fu una lettura tra le più veloci che avessi mai fatto e potete tranquillamente intuirne il motivo.
Quella vicenda, che attraversava un tratto importante della storia siciliana e italiana, quello compreso cioè tra Risorgimento e unificazione nazionale, mi prese a tal punto che riuscii a distaccarmene solo a lettura completata.

Mi procurai altri libri di De Roberto, tra cui “L’imperio”, che rappresentava il seguito della vicenda narrata nei Viceré, ma debbo dire che non mi diedero altrettanta emozione.
In merito alla valutazione di quello scrittore e del suo capolavoro, non potei che fare miei i dubbi di Sciascia sulla sua fortuna e sulla sua diffusione, che parvero anche a me poste infinitamente al di sotto dei suoi meriti.
Dato per scontato che anche ai nostri giorni questo scrittore ed i suoi libri non godono ancora della popolarità che gli spetterebbero, proviamo a rimediare a questa ingiustizia con dei brevi cenni biografici.

Un ritratto del giovane De Roberto

Federico De Roberto nacque a Napoli nell’anno dell’unificazione italiana, il 1861, da Federico senior, un alto militare  dell’esercito del Regno delle Due Sicilie e da Marianna Asmundo, una nobildonna nata a Trapani, ma di origini catanesi.
Federico subì precocemente la perdita del padre, travolto da un treno sui binari della stazione di Piacenza.
Subito dopo questo evento tragico la famiglia, nel 1870, si trasferì a Catania.
La prima formazione del futuro scrittore fu di tipo scientifico: si diplomò infatti presso l’Istituto tecnico “Carlo Gemmellaro” della città, frequentando in seguito il corso di Scienze fisiche, matematiche e naturali all’Università catanese.
L’interesse per gli studi classici e letterari affiorò tuttavia presto accanto a quello per le discipline scientifiche e Federico estese la sua cultura personale applicandosi nello studio del latino.   

Federico De Roberto

Sulla scia di uno dei suoi maestri catanesi, Luigi Capuana, De Roberto si cimentò presto nella critica letteraria e a soli vent’anni pubblicò articoli e saggi su alcuni autori a lui contemporanei, da Flaubert a Zola, da Monnier a Capuana, da Cesareo alla Serao, da Carducci a Rapisardi.

Questa intensa attività, quasi una forma di esercizio preparatorio, alla quale affiancò quella di consulente della casa editrice Giannotta, ebbe un peso determinante nella sua futura produzione letteraria.

Cominciò così a farsi conoscere negli ambienti intellettuali, prendendo a scrivere anche su due settimanali che venivano stampati a Catania e Roma: il Don Chisciotte e il Fanfulla della domenica.

Di lì a poco, come fondatore di una collana pubblicata da Giannotta, “I semprevivi”, ebbe l’opportunità di conoscere Giovanni Verga col quale strinse un’amicizia destinata ad essere duratura.
Nel 1883 raccolse i suoi scritti letterari in un volume che intitolò “Arabeschi”.
Conobbe in quel periodo anche lo scrittore Paul Bourget, che ebbe una certa influenza su di lui per via dei suoi studi psicologici, nei quali tentava una minuziosa analisi delle coscienze, mirando a conoscere quella che chiamava una “anatomia morale”.

Paul Bourget

Nel 1888, deciso a ripercorrere l’itinerario già percorso da Capuana e Verga per respirare un’aria più europea e socialmente  meno angusta di quella isolana, si trasferì a Milano.
In quella città Verga introdusse il giovane amico nei salotti e nei cenacoli letterari che contavano, specialmente il Caffè Cova, dove De Roberto strinse relazioni con dame e amicizie con vari scrittori come Boito, Praga, Giacosa, Camerana, Butti, Treves e tanti altri ancora.
Una foto d’epoca lo mostrava come un uomo dall’eleganza azzimata e col monocolo.
Ojetti negli stessi anni lo descriveva come ”bruno ed elegante”.


Fu quello il periodo più fortunato della sua vita, rivelandosi di conseguenza anche il più produttivo.
Oltre a collaborare col Corriere della Sera, lo scrittore pubblicò con la Galli Chiesa Guindani prima, e con la più importante casa editrice Treves poi, i suoi libri migliori: le raccolte di novelle “Documenti umani”; “Processi verbali” e “L’albero della scienza” e i romanzi ”Ermanno Raeli”; “L’illusione” ed il suo capolavoro: “I Viceré”.
La storia familiare degli Uzeda, nobile famiglia catanese discendente dai Viceré di Spagna in Sicilia, ispirata in parte al Casato nobiliare dei Paternò, si intrecciava, come si è detto, con quella della storia italiana del periodo che andava tra il Risorgimento e l’unificazione ed era largamente influenzata dallo spirito positivistico che pervase la parte terminale dell’Ottocento e che vedeva nell’ereditarietà un fattore che aveva un peso decisivo nell’indole degli individui.
I componenti della famiglia venivano infatti presentati come legati tutti ad un fattore di razza, di sangue vecchio, indebolito dai numerosi matrimoni tra consanguinei.

Questo era l’elemento che contribuiva a rendere gli Uzeda, avidi di ricchezze e di potere, meschini e capaci di odiarsi a vicenda.
Una sorta di corruzione biologica che si trasferiva anche nella sfera morale e che veniva ben rappresentata nelle fisionomie e perfino nella deformità di alcuni dei personaggi.
Dalla trama e dal tono della vicenda, sottolineato dal racconto dei fallimenti familiari, emerge chiaro anche quello degli ideali risorgimentali, tema questo che non solo De Roberto in altri suoi racconti, ma anche Verga ed altri scrittori meridionali, hanno sentito fortemente ed esposto con evidenza nelle loro opere.

Giovanni Verga e Federico De Roberto in posa in una fotografia dedicata ad Arrigo Boito

Nel 1897 lo scrittore ritornò a Catania dove rimase fino alla morte, compiendo di tanto in tanto dei viaggi nel continente.
A Catania ebbe un incarico come bibliotecario e visse una vita appartata segnata dalla delusione per lo scarso successo della sua opera narrativa, che da quel momento in poi trascurò in favore della pubblicistica ed in particolare degli studi critici su Leopardi e Verga.
Alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1922, De Roberto si dedicò all’opera di catalogazione e riordino degli scritti del suo amico e mentore, iniziando anche uno studio biografico e critico su Verga, impresa che però rimase incompiuta, interrotta dal decesso dell’autore, il 26 Luglio del 1926.

Perfino la morte non dimostrò sufficiente considerazione per De Roberto: il giorno successivo, il 27 Luglio dello stesso anno scompariva anche Matilde Serao e la notizia della sua morte oscurò del tutto quella dell’autore dei Viceré. 

La foto a ricordo di Federico De Roberto, donata dalla nipote Carla a suo padre.

 

 


 

 



 

 

 

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