Croniche Taralliche

E il giorno infine arrivò.

Nel corso di quell’ultima, sparuta settimana che lo separava dal fatale appuntamento, Tarallo, manco a dirlo, non aveva trovato il coraggio di affrontare Consuelo e confessarle il suo irrisolvibile problema personale con le musiche e le danze di ispirazione afro caraibica.
Avrebbe dovuto recuperare forza e personalità sufficienti per guardare negli occhi quel volto, quella bellezza tale da fare accendere spontaneamente lampade, lampadine e lampadari, e dirle francamente che lui avrebbe pagato profumatamente per farle da cavaliere e scorta in ogni circostanza possibile, anche in quella più estrema, come ad esempio assistere con lei alla prima seduta di un corso di dizione tenuto da Jovanotti, ma che non si sentiva di affrontare la “Notte della Zumba” perché troppo alto era il rischio di conseguenze letali e permanenti a carico del suo sistema nervoso.

La splendente Consuelo


Ma non glielo aveva detto, non era nemmeno arrivato vicino a farlo, anzi, non l’aveva neanche cercata.
Paralizzato, era paralizzato.
Aveva trascorso quegli ultimi giorni con lo stomaco contratto e le ascelle perennemente sudate.
La bocca, anche dopo aver ingollato cassette intere di acqua strafrizzante, se la sentiva riarsa, come spalmata di colla.
Era così nervoso che non riusciva a pronunciare senza insabbiarsi delle parole che di solito usava con baldanzosa nonchalance: parallelepipedo, cercopiteco, cauterizzazione o Busto Arsizio.
E per quanto andasse riformulando di continuo, e ripetendosi mentalmente, le frasi che si era preparato, un plumbeo presentimento gli piantava in testa la certezza che non ce l’avrebbe mai fatta a condurre in porto il discorsetto senza che suonasse incomprensibile.

Era più che probabile, data la sua situazione psicologica e mascellare, che alla ragazza ambita Tarallo parlasse come un bergamasco diretto in Buthan e appena uscito dalla sua prima lezione di lingua dzongkha.

Ulap Leki, famoso musicista del Bhutan, canta una brano in dzongkha. 

Intanto il tempo scorreva alla velocità di una dissenteria.
Nel caso poco probabile che gli venisse uno slancio di coraggio, Lallo era arrivato a stare tutto il giorno col telefonino in mano, tanto che una volta, stando sotto la doccia, provò addirittura ad insaponarsi con quello.
Il martedì, non controllando più l’ansia, si risolse a telefonare al Professor Cervellenstein, il suo analista.
Il cattedratico era stato già messo al corrente del problema nel corso di una telefonata che Tarallo, ormai in perenne stato di veglia allucinata, gli aveva fatto alle 4:52 della notte tra il sabato e la domenica.

Il Professor Cervellenstein


L’illustre psicologo da qualche tempo aveva perso parte dell’imperturbabilità che durante le sedute si traduceva nel mutismo di pietra che era divenuto leggendario tra i suoi pazienti.
Il momento che si viveva nel paese, coi recenti sviluppi politici e con gli umori bestiali che montavano in una parte della popolazione, tenevano quella testa così brillante e così ben controllata, in uno stato di sfumato allarme.

Sentiva una costante e vaga tensione fare da sfondo amarognolo ad ogni istante delle sue giornate.
Il suo background familiare e culturale lo aveva sempre ammonito a non dare per scontato che la Storia non facesse piroette all’indietro, soprattutto quando il ricordo dei suoi eccessi andava perdendosi.
Samuel Cervellenstein, di conseguenza, non appena nella società italiana si erano resi vistosi alcuni segni di smottamento civile, aveva reagito organizzandosi.


Scritte antisemite erano comparse sui muri del suo studio convincendolo definitivamente che la massima attenzione all’evolversi della situazione sarebbe stata ben giustificata.
A dire il vero aveva forse un po’ esagerato nel cautelarsi, prevedendo possibilità nefaste che ai più parevano ancora piuttosto remote.
Per farla breve, si era attrezzato, nel caso che si  ripresentassero vecchi, orrendi scenari e teneva sotto il letto una valigia con tutto ciò che secondo lui occorreva per cambiare di colpo identità e vita.
Oltre a diversi capi di biancheria, tutta roba dozzinale, la valigia conteneva giacche fosforescenti, maglioni da film tedesco degli anni Quaranta e l’abbonamento alle partite di calcio dell’Atletico Lariano 1963, squadra iscritta al girone C del Campionato laziale di Promozione.
Stipata in uno scomparto segreto, riposava una tuta da idraulico macchiata ad arte, col relativo set di attrezzi, stoppa compresa.
Documenti falsi erano infilati in una tasca a chiusura ermetica.
Stampati alla perfezione da Afid, l’amico di Abdhulafiah, la carta d’identità, la patente di guida e il libretto sanitario, tradivano l’intenzione, forse un filino esagerata, di creare una specie di mostro superariano.
Aveva così visto la luce, solo teoricamente fino a quel momento, un esplosivo ibrido di italianità e di germanicità, una roba tale da dimostrarsi una mascheratura a prova di bomba nel caso di rastrellamenti nazifascisti.

Helmuth Patané:

questa nuova identità avrebbe garantito la salvezza del Prof. Cervellenstein in caso di sgraditi ricorsi storici.
A rappresentare in modo convincente i gusti plebei del nuovo prototipo di idraulico iperariano, oltre all’abbonamento allo stadio di Lariano, Abdhulafiah aveva pensato di accludere alcuni cd coi grandi successi di Gigione e dei tre strappatonsille de Il Volo.

Successi popolari: “Il ballo di Gigione”

Essendo dunque questa, inquieta e vigile, la situazione psicologica del Professore, un uomo pronto a tutto, si può facilmente immaginare quale era stata la sua reazione alla telefonata di Tarallo, arrivata in piena notte.
Uno dei botti di Mururoa avrebbe causato minore agitazione: prima ancora di sentire, aprendo il ricevitore, la voce di Lallo, lo psicologo aveva dimostrato riflessi da cobra reale.
Aveva tirato fuori la valigia da sotto il letto e vestendosi veloce come Chaplin nelle sue comiche, si era già mezzo idraulicizzato.
Il nostro giornalista d’assalto, riconosciuto poi, al primo belato, dal suo analista, aveva subito una raffica di imprecazioni e di insulti così colorita ed appassionata che aveva dovuto allontanare il cellulare dalle orecchie.
Dopo un paio di minuti durante i quali era stato attraversato dal fiume di quella prosa rovente, l’apparecchio aveva preso a fumare. 


“Cazzo me ne frega della sua zumba a quest’ora di notte!!

L’avevo presa per il centralinista della Gestapo, razza di imbecille!
Lei non sta bene Tarallo, lei dovrebbe cercarsi uno specialista!” aveva strillato a pieni polmoni Cervellenstein, al quale lo choc aveva evidentemente causato qualche temporaneo sgangheramento della memoria.

“Ma… è lei, Professore, il mio psicologo” gli si era opposto debolmente Tarallo.


“Già, giusto, – aveva detto allora l’analista recuperando lucidità – maledetto quel giorno in cui mi sono lasciato impietosire dai suoi racconti lacrimevoli, accettandola tra i miei pazienti!
Allora, visto che ormai mi ha diroccato la notte, mi dica almeno quale tremenda circostanza l’ha portata a stuprarmi il sonno”.

Lallo a questo punto gli aveva raccontato tutto, dicendogli del suo odio insanabile per le musiche e i balli di gruppo caraibici, per le palestre e i loro frequentatori, per le camicie con le palme colorate stampate sopra e tutto il resto.
Gli aveva parlato anche della sua difficoltà di far presente a Consuelo queste sue perplessità, del terrore che se gliele avesse confessate avrebbe potuto pregiudicarsi la possibilità, in un futuro ancora nebuloso, di svelarle i suoi sentimenti.
Tarallo era così irruento e sbalestrato che andò per un attimo fuori tema,  accennando, e mostrando di meravigliarsene in misura anormale, al fatto che i vombati in Australia producano feci di forma cubica. 

Feci di Vombato

Cervellenstein era riuscito con le sue arti terapeutiche a placarlo, rimandando il resto del colloquio ad ore e situazioni più consone.
Terminata la conversazione, il Professore emise un profondo sospiro, si svestì e rimise l’idraulico superariano Helmuth Patané a riposare nella sua valigia. 

Il martedì successivo, come si è già detto, Lallo Tarallo, svanito l’effetto di quella telefonata, ribolliva di nuovo e cercò nuovamente di contattare il suo psicologo.
La familiare musichetta della segreteria telefonica del Professore, una versione ska di “Ho in mente te”, e la voce di cornacchia che vi era registrata sopra, lo avvertirono che Cervellenstein avrebbe partecipato ad un Congresso sulla Sindrome di Stendhal che si teneva a Tenerife e che sarebbe stato fuori per una settimana.
Inutile dire che i due giorni che lo separavano dal venerdì della zumba furono per Tarallo un incubo interminabile, vissuto a rate da un minuto ciascuna.
Era talmente alienato che sul lavoro accettò senza fiatare l’ordine di Frangiflutti di stilare il resoconto di una serata di cori alpini che si sarebbe tenuta il mercoledì sera in riva al mare, nella suggestiva terrazza di un albergo della costa.


Il giovedì pomeriggio, svegliatosi dal torpore che il suo organismo aveva adottato come difesa, si rassegnò e comprese che pur di non deludere la ragazza dei suoi sogni, sarebbe salito sul patibolo innalzato al centro della Palestra El Coguaro, affidando la testa al maestro di zumba Ciro Duarte, boia per l’occasione.
Sì, avrebbe dunque accompagnato la splendente Consuelo alla Notte della Zumba. Il giorno successivo, quasi portatoci dai suoi passi, si ritrovò in un negozio di abbigliamento periferico, celebre per lo stile chiassoso delle cose che vendeva.
Tarallo, che solitamente vestiva come un esistenzialista evaso dalla galera nella Francia degli anni Cinquanta, sapeva di dover bere l’amaro calice fino in fondo: doveva dunque procurarsi il vestiario tipico degli zumbatori.


Chiese l’assistenza della commessa del negozio, una tizia coi capelli verdi, stipata a fatica dentro la pelle smessa di un pitone che aveva da poco fatto la muta.
La ragazza, parlando mentre faceva scoppiare palloncini di chewing-gum, non ammise repliche e quando Tarallo, qualche minuto dopo, uscì dal negozio, si ritrovò proprietario di una camicia gialla con canguri multicolori stampati su, una giacca “afro” azzurro leopardata e calzoni a pinocchietto color fucsia. 

La sera del venerdì, combinato in quella maniera, si infilò velocemente nella sua utilitaria per non dare nell’occhio e aspettò sotto casa di Consuelo che la ragazza scendesse.
Quando alla fine apparve, tutti i lampioni della via, all’unisono, spararono bagliori di luce accecante: d’improvviso si accesero le stanze in tutte le case, si accesero perfino le candele riposte nei cassetti e quelle delle auto parcheggiate, che si misero in moto ronfando come gattoni.

Tarallo a stento riuscì a recuperare la mobilità della mascella inferiore che gli si era sganciata finendo in basso: Consuelo indossava un attillato vestito a tubino, di una sobrietà e di una eleganza non narrabile.
Entrò, si sedette al fianco di Lallo e gli disse sorridendo: “Beh, che aspetti? Andiamo! Ti indico io la strada”.

Il giornalista, del tutto basito, ebbe la forza di replicare: “Ma… tu riusciresti a ballare quelle… quelle schif… danze… con quel vestito?”

Consuelo scoppiò in una risata così argentina e vibrante da colorare il mondo circostante e trattenendo l’ilarità rispose a Tarallo:

“MA NON CI AVRAI CREDUTO DAVVERO!!

In vita mia io non ho mai accennato ad un solo passo di danza!

Io odio ballare!

Te l’ho lasciato credere perché mi divertiva vederti reprimere il disgusto quando ti parlavo delle mie ipotetiche lezioni di zumba!
Anche il bigliettino d’invito era falso, mi aveva aiutato a farlo un mio amico romano, un fotografo.
In realtà tutti i venerdì andavo ad un ciclo di conferenze sull’arte medioevale.
Stasera ti porterò a quella dedicata alle vetrate della Cattedrale di Chartres, relatore il Professor Antimo Colostro.


Ecco, parcheggia, siamo arrivati: si tiene qui, nella Sala del Teatro.
Lallo, estasiato, si riempì d’amore per quella donna che raggiungeva così la perfezione ai suoi occhi.
Poi, orrificato, si rese conto della situazione: combinato come uno zumbista daltonico, avrebbe dovuto passare sotto centinaia di occhi acuminati e severi come le volte gotiche delle cattedrali, quelli di gente in confidenza con l’arte medioevale.
Consuelo capì quel che gli passava nell’animo e gli strizzò l’occhio.

Lallo Tarallo, raggiante al suo fianco, prese posto e, più colorato delle vetrate di Chartres, si dispose, interessatissimo, ad ascoltare la conferenza.






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