Racconto scettico di Natale

G. soffriva già da qualche giorno, ma questa pena sottile, sfuggente e in grado di spargergli addosso costantemente una polverina impalpabile di malinconia, la conosceva già.
Seppure fosse lievemente dolorosa, quella spina rientrava nella sua anormale normalità: lui da sempre detestava il Natale.
Oddio no, non proprio da sempre.
Ad essere precisi tutto era cominciato dall’anno tragico in cui aveva scoperto che Babbo Natale era un’invenzione, o meglio da quando ne era stato assolutamente certo.
Qualche voce gli era arrivata negli anni, sì, qualche dichiarazione netta, ma lui non l’aveva presa mai in seria considerazione, anche perché gli autori di quelle che gli erano parse da subito delle assurde, sfrontate insinuazioni, buone solo per mettersi in mostra, erano i compagni più sgradevoli, degli asini carichi di note negative sul registro di classe e di schifosi brufoloni ad alta eruttività in faccia.
Col passare del tempo però, le voci si erano infittite: ormai anche dal fronte dei “buoni” filtrava un malcelato scetticismo.

Fuoco amico su Babbo Natale.

Perfino il suo compagno di banco, Albertino, un bambino insidiosamente perbene, stirato ovunque, dentro e fuori, gli aveva spifferato di avere le prove che i regali che trovavano sotto l’albero la mattina del giorno di Natale, ce li piazzavano i genitori.
Lui si era coperto le orecchie e aveva cantato una tiritera senza senso, tirando fuori la lingua e roteando follemente gli occhi.
Albertino, sorridendogli con dolcezza, gli aveva stracciato, lentamente e guardandolo dritto in faccia, la copertina del quadernone, quella con la bellissima foto a colori del dugongo.
Era stato un atto da serpentello, eppure, molto più del compianto per l’estinto dugongo, lo aveva ferito quella sua drastica affermazione:

Babbo Natale non esiste,

i regali li comprano i nostri genitori! Dubbi, ancora dubbi: come poteva fabbricarsi la sua piccola, annuale santità se era roso dai dubbi?
Nulla naturalmente che un pio, catartico e caldo Natale in famiglia, la gioiosa macchina smacchiatrice, non cancellasse istantaneamente, nulla che non riuscisse a seppellire a colpi di tartine, di montagne di pasta, di cotechini, di regali, di nastrini e di preghiere.
Nel loro piccolo e organizzato angoletto di paradiso, ogni giorno per tutto il corso dell’anno ogni cosa risultava a misura, adeguata, ben gestita, lontana dai clamori dell’imperfezione, distantissima, e di diverse galassie, dai ruggiti di insoddisfazione e di rivendicazione cafona che provenivano dalle parti infime della terra.
Figurarsi dunque cosa poteva essere per la sua famiglia il Natale!
Il loro addobbo, grazioso e mai invadente, decorava sia il mondo materiale che quello umano.

Palle,

soprattutto palle, moltissime palle, il simbolo per eccellenza, piazzate sull’abete, fissate con nastrini colorati alle porte, ai cassettoni, alle librerie povere di libri ma cariche di soprammobili.
E se questi erano i tradizionali, immancabili e soverchianti addobbi fisici, altrettanto rigogliosi si presentavano quelli biologici, quelli umani cioè: le zie e gli zii, i cugini tutti, i cognati, le fidanzate di chicchessia e poi infinite distese di nipotini, di graziosissimi, vocianti e pluridefecanti nipotini, a perdita d’occhio…

La sala da pranzo, un appezzamento di terreno dalla plateale vastità, veniva riempita per metà da lunghi tavoli e dinanzi alla perfette apparecchiature di piatti e di posate dalla discreta doratura, venivano piazzati i segnaposto coi segni zodiacali, che stabilivano le gerarchie d’onore tra i presenti.
Mai un mormorio di protesta nei confronti di quella implicita classifica si era levato a contestarla, mai un malumore o un dissenso da che se ne avesse memoria.
Il restante e cospicuo spazio di quella stanza, ombreggiato dal colossale e pluripalluto abete, veniva adibito a discarica di regali che vi si ammonticchiavano senza tracimare, disposti ordinatamente. ”Merito di Babbo Natale, che la notte scorsa si è disturbato a portarveli; – dicevano i grandi ai piccini – sono bene in ordine perché lui è una persona educata e non mette mai in disordine le case che visita”. 
“Babbo Natale ti ringrazio!! – ragliò suo cugino nel momento culminante della festa di qualche anno prima, e strillò tanto forte ed esaltato da sovrastare il pigolio assordante dei piccoli che stracciavano a morsi le carte fluorescenti dei loro pacchi dono – Mi hai portato l’iscrizione al Master di People Financial Destroyng di Boston, quella che aspettavo da un anno!!
È un sogno: grazie! Grazie!! Grazie!!!”.  

L’esultanza del cugino

“Magia del Natale” pensò G., definitivamente rassicurato, tentando di commuoversi. Com’era tutto giusto, esatto, gradevole! Fossero tutti così i Natali, e invece…

Era stato invitato a casa di un suo compagno di classe, Engels, proprio nei giorni che precedevano la santa festività.
Tanto per cominciare G. fu enormemente stupito di trovare una casa davvero piccola, anche se luminosa, e carica fino a scoppiare di scartoffie, di riviste e di libri.

Poi, e questo gli provocò il suo secondo choc, non c’era una sola decorazione natalizia!
Nulla, non una palla, non due. Niente di niente, solo quadri, anzi poster che riproducevano quadri stranissimi, incomprensibili.
La madre del suo compagno era un tipo scarmigliato e divertente che quando scherzava era ancora bella, viva come quando era giovanissima. Faceva l’impiegata negli uffici di una fabbrica di maglieria, lavorava tanto e la pagavano poco.

Il padre invece stava a casa e scriveva soggetti per quei romanzetti d’amore che escono in edicola.
Lui, al contrario del padre di G., sapeva tutto ma guadagnava pochissimo e faticosamente: notti e notti ad inventare quello che era già stato inventato dai grandi della letteratura amorosa e a banalizzarlo per renderlo adatto a tutti.
Era un tipo ispirato e nervoso: G. ne era attratto, ma non riusciva a capirlo, forse neppure a concepirlo.
Quel pomeriggio, l’altra figlia, Morgana, la sorella maggiore di Engels, ad un certo punto era comparsa nella stanza dove tutti loro stavano prendendo un tè coi biscotti.
Era carina Morgana, terribilmente carina.
Si accostò come una gatta al padre, e lui la accarezzò con occhi che si erano fatti improvvisamente brillanti.
Lei, presa forse da quello che doveva dirgli, non badò più di tanto allo sguardo acceso e compiaciuto dell’uomo: aveva urgenza di parlargli.

Disse: “Papà, so che noi non lo festeggiamo, ma avresti qualcosa in contrario se io il giorno di Natale portassi qui a pranzo una persona?..” Poi tacque imbarazzata.

“ Mi devi dire qualcosa?” Il padre, dicendolo, le diede un’occhiata penetrante e ironica insieme. “Stai frequentando qualcuno? Debbo pensare che sia in corso una cosa seria?”

“Sì, te ne avrei parlato anche prima papà, ma sai com’è… Mi vedo, frequento, insomma sto, stiamo insieme con … Lui è l’Ingegner…

“COOOSAA!!?? UN INGEGNERE!!?? “ 

L’ingegnere

G. per la sorpresa e l’imbarazzo ebbe un sussulto e lasciò cadere un biscottino nel tè, provocando uno spruzzo che si disperse in macchioline sulla tovaglia.
Il padre aveva tramutato il suo primo sbigottimento in un’arringa appassionata, stranissima e quasi folle, che ebbe però l’effetto di catturare l’attenzione spasmodica di G., disabituato a vedere scene simili nella sua cerchia familiare, in cui perfino la peristalsi intestinale veniva tenuta sotto ferreo controllo. 

“Ma come figlia mia, mi porti un ingegnere?
Cosa ti è rimasto di quello che ti insegno da una vita?
Mi porti uno che fa calcoli?
Tu sai che il dolore che mi dai lo dai a te stessa: che potrà mai dirti un ingegnere, tesoro mio!
Di che parlerete? Hai un’idea anche vaga di cosa può essere dividere la vita con un ingegnere? Ecco, guarda, facciamo finta che tu non mi abbia detto nulla.
Ripetiamo tutta la scena, ma senza ingegneri in mezzo.
Riprendi il senno, il cuore e il tuo istinto a volare alto.
Portami di tutto ma non gente che fa calcoli.
Portami uno spiantato: lo adorerò. Portami… portami un poeta cecoslovacco figlia mia, mettimi davanti un cupo traduttore dal sanscrito, uno sceneggiatore russo che si chiami Finkelstein. Tutto, tutto, ma non un agiato, ordinato, organizzato, controllato ingegnere!”.

E la voce gli si incrinò.

Lo sceneggiatore russo

A questo punto la mamma di Engels, un po’ ansimante, disse: “Ma i tuoi staranno chiedendosi che fine hai fatto G.! Penseranno che ti sei smarrito o che sia stato rapito. Vieni, prendi il cappotto che io e Engels ti riaccompagniamo a casa”. 

“Che razza di casa, e che gente! – pensò G. quella notte prima di addormentarsi – Nessuna decorazione, nessun accenno a Babbo Natale e nessun desiderio da sottoporgli.

L’unico desiderio che ho sentito esprimere, quello di Morgana che proponeva nientemeno che un ingegnere, è stato rigettato come se questo fosse uno zotico pezzente.
Che gente! E che casa!”.

Passarono i giorni.

G. la notte della vigilia di Natale si svegliò, pressato da un bisogno non rinviabile. Ottuso, cisposo e barcollante stava caracollando verso il bagno quando sentì il bisbiglio di almeno un paio di voci provenire dal grande soggiorno.
Un chiarore pallido tremolava, schizzando qua e là sui muri di quello sterminato ambiente.
Incuriosito G. deviò i passi dirigendoli verso quella luce. Era scalzo e non fece quindi alcun rumore. Allungò la testa con cautela, come una tartaruga, verso l’interno della stanza e…

li vide:

vide suo padre e sua madre che aiutati dalla domestica con una torcia in mano, piazzavano dei pacchi dono sotto il fronzuto e nerboruto abete natalizio. Tutta l’operazione si svolgeva nel segno di una maniacale attenzione al dettaglio.

Quella notte G., a quarantuno anni di età, dovette dar ragione a quella coltivatissima serpe di Albertino:

Babbo Natale non esisteva,

i regali provenivano dai genitori. Perse così l’innocenza. Per sempre. 

Mentre tornava nella sua stanza, reduce da quel trauma e dal bagno, fece seduta stante il suo primo voto laico: decise di farsi crescere immediatamente la barba.
In capo a una quindicina di giorni divenne il ritratto sputato di Cacciari e iniziò a detestare il Natale.

******* FINE *******

“E questo sarebbe un racconto natalizio Tarà? È roba deprimente, biliosa, e tu sei matto, lascialo dire al professionista. 

Frangiflutti una cosa del genere non te la pubblicherebbe mai, né il giorno di Natale né in nessunissimo altro giorno qualsiasi dei prossimi tre millenni.

E poi che c’entra Finkelstein? Io lo conosco Finkelstein e non è uno sceneggiatore russo: è un macellaio rituale! Ma che ne vuoi capire tu, piccolo, scemo, sgualcito Tarallo…” 

Lallo, che aveva gli occhi pesti di chi ha dormito pochissimo, investito dal cipiglio severo del Professor Cervellenstein, abbassò lo sguardo, tentando contemporaneamente di giustificarsi:

“Ero sconvolto, sono a terra Professore, deve capirlo: mi hanno detto che Consuelo si è messa con un chimico: mi ascolta? Un chimico!!

Mi hanno raccontato anche che è ingrigita velocemente e pare che abbia perso i suoi poteri. A quanto dice Afid che l’ha incontrata due giorni fa, ora non riuscirebbe a far accendere nemmeno una torcetta piccola di quelle che vendono i cinesi. Come vuole che mi senta Professore? Mi pare di sfiorire insieme a lei. Pensi a quale Natale mi aspetta!”

Il chimico di Consuelo

“Tarallo, lei del Natale se ne è sempre preso gioco, che mi viene a dire? D’altronde quella che lei mi riporta è una gran brutta novità.
Un chimico, ma tu guarda: non conosco modo più rapido di suicidarsi per una ragazza con quelle doti eccelse che mettersi con un chimico.
D’altronde, abbia pazienza Tarallo, se avesse dovuto aspettare che lei si facesse avanti! In tante sedute non sono riuscito a sgretolare la sua timidezza. Passi a studio domani, cominceremo subito la sua riparazione”.

Così parlò Cervellenstein.

E con un sospiro molto lungo e profondo, restituì a Lallo  i tre foglietti di carta percorsi dalla sua scrittura elettrica. Nel margine di destra in basso erano anche sporcati da una cospicua macchia di caffè. 




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