Spine natalizie per Tarallo

Aveva smesso da poco di piovigginare

e il sole quasi estivo, che aveva occupato brutalmente la scena, iniziava già ad intontire la cittadinanza.
La maggioranza dei residenti si era infatti imbacuccata ben bene, come in teoria avrebbe comandato la stagione, ma ora, tradita e abbandonata dalle amate consuetudini, crepitava come le caldarroste nella padella bucherellata, boccheggiando per quel caldo abusivo.

Dalle pozzanghere ai piedi dei marciapiedi esalavano sottili fumi di marcia umidità, avvolgendo come serpentelli esotici i polpacci frettolosi dei passanti.
Puttini alati dall’espressione sorpresa e babbea, Babbi Natale dall’aspetto greve e cirrotico e abeti iperornati e strapalluti dividevano il loro spazio con le nevi fasulle che già da un mese si erano ammonticchiate nelle vetrine leziose dei negozi, ammiccando ad un gelo che il sudore muschiato delle genti, forzate al cautissimo shopping dei tempi di crisi, rendeva ancora più posticcio. 

Lallo Tarallo, precariamente poggiato su una sedia diroccata, era confinato nel suo posto di risulta in redazione, che era stato ricavato piazzando nell’antibagno un tavolino da bar, sufficiente a malapena ad ospitare il suo  minuscolo portatile.
Da mezz’ora il giornalista d’assalto lo fissava senza vederlo.
La luce tenuemente colorata di azzurro dello schermo, che rimandava l’immagine di Laurel e Hardy vestiti da legionari, si rifletteva pallida sul viso di Lallo, contratto in un’espressione dolente: stava ripetendosi per la sedicesima volta che avrebbe dovuto immaginare che fosse accaduto qualche cataclisma quando Cervellenstein lo aveva chiamato per disdire il loro appuntamento del giovedì anticipandolo alla sera precedente.
Figurarsi: il mercoledì sera lo psicologo teneva una serie di conferenze in un club di mature signore, alcune delle quali andava lavorandosi di seduzione in vista di un’eventuale attività erotica.

Il professor Cervellenstein
Il professor Cervellenstein

Il fatto poi che Cervellenstein gli avesse anche offerto una tisana alle carrube avrebbe dovuto provocare l’accensione di tutti i suoi segnali d’allarme: quando mai il ruvido Professore gli aveva offerto qualcosa di diverso dal suo scomodissimo divano azzannatore e dalla sua attenzione, spesso pure spazientita?

Non si era nemmeno accorto che l’illustre cattedratico gli aveva parcheggiato nella tisana sette bustine di valeriana per prepararlo a quella che si sarebbe rivelata una conversazione che Lallo avrebbe ricordato per un pezzo.

Alla prima pugnalata il poveretto rischiò addirittura di perdere i sensi e di cadere di schianto dal divano dei dolenti: Consuelo con un ingegnere!!??

Doloroso stupore taralliano

Già gli era sembrata una macabra burla che lei si fosse messa con un chimico, sfidando la prospettiva poco allettante di una vita di sbadigli, ma questa novità era ancora più sconvolgente, inaccettabile.
Si scoprì un saporaccio ferroso in bocca, ma sapeva che non dipendeva dalla tisana.

Da sempre somatizzava a livello gastrico e il suo stomaco ne aveva passate tante e tali che ormai, di fronte ad un violento shock nervoso, avrebbe potuto produrre e fare uscire dalla bocca zollette di cemento col marchio Gaviscon stampato a fuoco sopra.
Provò a parlare ma non ci riuscì.
Cervellenstein aveva sul volto un’espressione per lui inconsueta, qualcosa che si sarebbe potuta addirittura paragonare ad  umana pietà.

“Professore, Consuelo nel tunnel della noia si spegnerà come un cerino d’inverno a Trieste”.

E la voce, che miracolosamente aveva ritrovato, gli si spezzò subito. 

“Si faccia forza Lallo, purtroppo non abbiamo ancora terminato la seduta…”.

Tarallo fu così costretto a sentire il resto della storia, frustata dopo frustata: “Maniaco scacchista?? Oddio no!
Radioamatore… Ma cosa cav…??
E qui il Professore dovette afferrarlo per una manica per non farlo precipitare in terra.

“Lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!! Carica a 350!”:

Cervellenstein, che aveva la debolezza delle serie tivù di pronto soccorso, a quel punto si infiammò, immaginandosi all’opera nella rianimazione del malcapitato giornalista… 

“Su, su Lallo, un po’ di contegno! Tanto più che mi corre l’obbligo di dirle anche che l’ingegner Ferrozzi è un appassionato modellista di aerei della seconda guerra mondiale. Li assembla e li dipinge tutti personalmente, mi duole avvisarla anche di quest’altro abominio”.

Non si sa come, Tarallo, di fronte a quella mattanza, riuscì a non scoppiare in singhiozzi, ma nel frattempo aveva preso l’aspetto che doveva avere l’Abate Faria quando Edmond Dantes lo conobbe in cella.

L’abate Faria nella sua cella

La testa reclinata da un lato, guardava ad occhi sbarrati i tanti attestati professionali del Professore, leggendoli lettera per lettera in un disperato tentativo di difendersi spostando l’attenzione altrove.
“Università degli Studi di Roma: Diploma di Specializzazione in Disturbi della Sfera Ludica: Toh, esistevano pure quelli?”. 

Il cellulare di Cervellenstein squillò.
Il professore rispose, stette un po’ ad ascoltare in silenzio, poi chiuse la scarna e unilaterale conversazione.
Si schiarì la voce, e adottando un tono di sincera commiserazione, si rivolse nuovamente a Tarallo: “Era Abdhulafiah, Lallo.
Le devo dare un aggiornamento, purtroppo pesante anch’esso: l’ingegner Ferrozzi disgraziatamente si sta rivelando da solo un vero e proprio festival delle ovvietà: è venuto fuori anche che ha frequentato con successo tutti e tre i gradi del Corso per diventare Sommelier…

che le devo dire di più… Mi rendo conto, mi creda…”. A quel punto perfino l’illustre Psicologo tacque significativamente. 

Tarallo uscì da quella casa a sera inoltrata, drogato di valeriana al punto di dormicchiare in spagnolo: usciva infatti da appisolamenti fulminei gemendo “Adelante Pedro, si puedes!”.

L’alba lo aveva trovato con l’animo picchiettato di lividi. Si era comunque fatto forza e così come stava, spiegazzato dentro e fuori, con gli abiti blu che non si era tolto di dosso dalla sera precedente, si era diretto verso la redazione del giornale.

Qui, a peggiorare il suo stato emotivo, il tentativo di far accettare a Frangiflutti il suo racconto natalizio, proprio come Cervellenstein aveva previsto, si era risolto in una cocente sconfitta.
Il giornalista al momento però, sentiva di non avere nemmeno l’energia sufficiente ad alimentare la sua potenziale rabbia.
Il direttore, dal canto suo, aveva più di un motivo per essere fortemente stizzito, e infatti aveva la luna di traverso, come si diceva una volta.
Nel corso di una delle frequenti telefonate di controllo che la Proprietà gli faceva nel corso della settimana, per la prima volta in quattro anni, si era fatto cogliere impreparato sulla classica domandina di cultura generale che gli veniva rivolta.

discarica
Il coraggio del rifiuto

Non aveva saputo dire quale fosse il prezzo con il quale “Il coraggio del rifiuto”, la rivista di novità dalle discariche, stampata dalla Proprietà medesima, veniva venduta nelle edicole di Maseru, capitale del Regno di Lesotho.

Cazzo, il Lesotho!

Una roba minuscola in punta all’Africa, accidenti!
Ognissanti Frangiflutti aveva balbettato come un qualsiasi moccioso impreparato all’interrogazione di storia, quando prova ad improvvisare, divaga, getta cortine di nebbia e finisce poi per puntare su una risposta qualunque, fallendola. 

“Quaranta… quaranta… pula…” aveva sussurrato, quasi afono per il nervosismo.

“Pula!!??

– ridacchiò maligna la Proprietà – Ma Frangiflutti, che mi combina!
Di solito lei si prepara meglio, non dà risposte abborracciate come questa, detta tanto per dire.
La pula, tutti i direttori di quotidiani italiani di provincia dovrebbero saperlo, è la moneta che si usa in Botswana!
A Maseru invece si usa il loti lesothiano, è ovvio che sia così, visto che si trova in Lesotho.
E la nostra bella rivista viene lì venduta per quindici loti a copia.

Capito Frangiflutti? 

Q. U. I. N. D. I. C. I.  L. O. T. I. !! 

Mi spiace doverle comunicare che questo piccolo incidente verrà segnato sulle note personali che la riguardano”.
“Avete ragione, – belò Frangiflutti, violentando la sua rabbia e forzandola ad apparire umile obbedienza – voi dovete essere inflessibili, lo capisco perfettamente: non succederà più…”. 

Appena riagganciata la cornetta quell’uomo esasperato aveva sbrigliato il suo furore ululando a tutto polmone, facendosi crescere di colpo un irto pelame argentato e addentando e sbranando a morsi il discutibile trofeo in metallo placcato d’oro, da lui vinto al Quarto Torneo di bocce “Emilio Fede”, che si giocava tra giornalisti di seconda fascia a Bevagna, nel giugno di ogni anno.

Subito dopo i redattori, messisi al riparo dietro le scrivanie e protettisi come sempre con caschetti militari o da minatore, secondo la dotazione di ognuno di loro, avevano resistito stoicamente al consueto lancio di suppellettili e cancelleria assortita.

Quando un’ora dopo si era presentato Lallo, giù di tono e ignaro di tutto, Frangiflutti non si era fatto sfuggire l’occasione di infliggere una lezioncina acida a quel sovversivo, a quell’idealista marcio, a quel babbeo stordito come un egittologo in discoteca.
Del resto il direttore lo teneva in redazione (al minimissimo di paghe già minimissime) solo perché possedeva uno zio piduista, e quindi non si sapeva mai… 

“Non si tocchi il Natale Tarallo, mi sono spiegato?
Il Natale piace a tutti,
fa audience, e la fa con tutti i suoi addentellati: Babbi Natale con renne a carico, pupazzi di neve, cori gospel in alta montagna, stelline comete, cammelli, magi e capanne, tombole, panettoni, pandori e così via.

Tutti amano il Natale, Tarallo, tutti lo subiscono: piace al bimbo e al nonnino, ma ferma anche la mano operosa dello strangolatore seriale: mi segue?
Allora guardi, lasci perdere quel racconto, non mi occorre neppure leggerlo per sapere che si tratta di una delle sue consuete pazzie, e mi prepari invece qualcosa di consono: un ampio reportage sulle tradizioni natalizie nel paese di Roccamassima.

Ci vada subito, descriva le vetrine e gli addobbi comunali, parli con i vecchi del posto, chiami una medium per intervistare i defunti, si faccia invitare a pranzo da una massaia tipo: faccia insomma tutto quello che le riesce di fare, ma mi porti quel pezzo! Vada ora, vada…”
E con un ghigno di maligna soddisfazione il Direttore congedò Tarallo.
Certo di essere solo e di non venir più disturbato, si gettò con un ruggito su quel che restava del trofeo metallico e sbranò a morsi il braccino dorato del lanciatore di bocce, ultimo pezzo residuo che fosse ancora decifrabile.      






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