Gli Orchi di Capodanno

Tutti quelli che incontrava gli sembravano sfasati, mezzo diroccati, strani insomma, come se qualcosa, una enorme manona maleducata, li avesse strizzati e scossi ripetutamente, lasciandoli infine andare barcollando al loro destino immediato.
Lui invece, Lallo Tarallo, giornalista spiegazzato e sottopagato, camminando qualche centimetro sopra il livello della strada, non risentiva di nessuno dei micidiali postumi delle bisbocce natalizie.
Miracolato dall’effetto Consuelo e fradicio d’amore per la ragazza prodigiosa, era l’unico dei cittadini ancora in grado di deambulare, ad essere impregnato da qualcosa di diverso dall’umidità, dal Maalox o dalla ferocia dei tempi.


Filava dunque come un aliscafo per il corso, verso la redazione, e inebriato dai suoi pensieri, degnava appena di uno sguardo i detriti bipedi che incontrava.
Se fosse stato nelle sue normali condizioni di spirito, al suo occhio acuminato ed ironico, non sarebbe sfuggito il vistoso fenomeno che si riscontra negli esseri umani nelle ore e nei giorni successivi ai grandi bagordi rituali.


Anche un occhio non troppo indagatore infatti, non potrà fare a meno di notare che ciascuno di noi superstiti dei banchetti natalizi, porta impresso nel volto e nel corpo il segno degli eccessi ai quali si è sottoposto.
L’aria beota e incongrua, l’incarnato grigio oppure troppo rubizzo, la tendenza ad aprire bocca per richiuderla immediatamente per il fiorire improvviso di un meteorismo: questi sono solo alcuni e più comuni tra i segni di cui parliamo.
E questa è una cosa logica, comprensibile, normalissima direi.
A volte però, e in casi nemmeno troppo isolati, quel marchio di dissolutezza alimentare incide così fortemente il soma di certi dolenti, che lascia addirittura indovinare la portata principale del loro devastante cenone, quella sulla quale si è maggiormente sfogata la loro astronomica lussuria gastronomica.
I poveretti e le povere disgraziate assumono insomma una forma corporea che richiama in qualche modo quella della pietanza che li ha massacrati.
Così, il giorno di Natale, quello che segue i baccanali del cenone della vigilia, per le strade delle città, con gli occhi spenti, le trippe tese e le gambe arcuate per l’incombere di peso in più, passeggiano Uomini Polpettone, Donne Lasagna, Giovani Cappelletti, Vecchi Brasati, Signorine Patatine e Piccoli Panettoni Crescono.

Tarallo però, come si è già detto, non badava a nessuno, e quel giorno andava dritto alla meta, macinando veloce aria coi piedi.
Naturalmente aveva dimenticato che il giorno di Natale la redazione era chiusa, così davanti a quella porta serrata, uscì dal suo trance e imprecò mentalmente.
La tensione amorosa non gli aveva impedito di elaborare uno dei suoi piani professionali ambiziosi, quelli che ne facevano una rarità tra i cronisti di provincia, gente solitamente più polverosa dei peluches di una vecchia zia: lui si muoveva su ben altri scenari culturali, certamente più ampi.
Il vero problema era la sua controparte: Frangiflutti, il direttore del fogliaccio quotidiano per il quale Tarallo lavorava, era il tipico frutto di una visione giornalistica da clientes, ed era stato in tutto e per tutto prono ai diktat delle varie proprietà che aveva servito in tanti anni, interessate unicamente a favorire questa o quella cordata politica in relazione ai favori che se ne potevano ricavare.
L’etica professionale di quell’uomo era insomma immacolata come un frullato di bitume.
Quel giorno, del tutto dimentico che fosse la mattina di Natale, ebbro d’amore per Consuelo ed in possesso di un piglio del tutto nuovo, una forza che traeva origine dalla svolta positiva nelle relazioni con la bellissima, Tarallo aveva deciso di sottoporre a Frangiflutti l’idea di trascorrere il Capodanno su una delle navi che battevano il Mediterraneo per salvare i disperati dei gommoni e farne un resoconto speciale, da pubblicare subito, nel primo giorno del nuovo anno.

Ora avrebbe dovuto attendere l’indomani per presentare quel progetto all’indigesto Direttore.
Scese di nuovo in strada, nel corso principale della città e fu lì che si imbatté nel primo: un tizio che conosceva appena – di lui sapeva solo che si chiamava Gianroberto e che faceva l’astrologo per un grosso gruppo bancario – gli si accostò con un sorriso che soverchiava di un bel po’ il loro grado di confidenza e gli chiese:

“Ohè mastro Tarallo, che fai a Capodanno?”.

Lallo, preso di sorpresa, fece qualcosa di assolutamente eccentrico per lui: gli rispose.
Gli disse, pur rimanendo molto asciutto nel tono, che lui odiava le feste in cui c’era l’obbligo sociale di divertirsi, diventando questa una faccenda di vita o di morte, e che quindi non avrebbe fatto assolutamente nulla di particolare quella sera.

Gianroberto il bancario astrologo

Il sorriso abbandonò repentinamente il volto antipatico dell’astrologo, che guardò Tarallo come se fosse un mucchietto di sterco, prima di sibilargli in faccia:

“Sei il solito antisociale comunistadelcazzosotuttoio! Tanto siete rimasti in tre o quattro e vi stiamo addosso, fate attenzione”.

Gli voltò le spalle ostentatamente, allontanandosi.
Lallo non ci sprecò su nemmeno troppa meraviglia e prese a camminare per il corso, avendo in mente di andare a fare quattro chiacchiere con Abdhulafiah nel parcheggio del supermercato e già che c’era comprare qualcosa da cucinare a pranzo.
La strada nel frattempo si era affollata e si era infittita moltissimo la presenza degli Uomini Polpettone, delle Donne Aragosta, dei Vecchi Brasati e delle altre vittime del cenone.
Erano diventati una folla, sbucavano dappertutto tenendosi le pance con le mani ed emettendo corti lamenti.


Tarallo notò che, se possibile, le loro condizioni erano vistosamente peggiorate: oltre a ricordare fisicamente i piatti che li avevano sopraffatti, il loro colorito si era fatto verdognolo, dei bugni ripugnanti costellavano i loro visi inespressivi come piccole montagne di guano, e le labbra, fattesi vizze e scheletriche, si aprivano e chiudevano di continuo senza articolare altro che quei brevi gemiti.
Lallo non era mai stato un pusillanime, ma dinanzi a quello spettacolo mai visto prima cominciò a preoccuparsi, e va detto a suo onore che i suoi timori riguardavano soprattutto Consuelo, che aveva lasciato a casa sua, ancora immersa in un sonno da bambina.

Tarallo affrettò dunque il passo ma venne bloccato da un Vecchio Brasato che dopo avergli scaricato addosso un meteorismo fetido di umori cenoneschi, gli mise la mano verdastra su una spalla e con una voce che sembrava venire dalle profondità abissali del suo conto in banca e che dunque non aveva più nulla di umano, gli sibilò:

“AAaarghh… Chee fahhai aa Capodaannooo?”.

Lallo fece un salto per liberarsi dalla stretta di quella “cosa”.
Strillò: “Niente, non faccio niente a Capodanno, odio il Capodanno!!”, e riprese a camminare, veloce come la fuga in Svizzera dei soldi di un faccendiere.
La protesta, sorda, cavernosa e intrisa di disprezzo, dell’Uomo Brasato lo inseguì:
“Coomunishtaa del caazzoo arghh… Antisociaaleesootuttoiooo… Arghh”.
Ormai Lallo correva, ma non andò troppo lontano.
Si sentì infatti afferrare una caviglia da una presa d’acciaio: qualcosa lo stava trattenendo.
Guardò in basso e si accorse che un orrendo esemplare di Bambino Merendina, un Mars vestito da marinaretto, particolarmente ributtante, gli teneva la caviglia stretta nell’artiglio, guardandolo con enormi orbite vuote e gemendo:

“Diccii cosa faii aa Caapoodaannoooo… Avantii diilloo”.

Tarallo lasciò la scarpa nelle manine schifose del Bimbo Merendina e prese a correre, mezzo calzato e mezzo scalzo.
Una Donna Lasagna gli strappò il maglione blu nel tentativo di afferrarlo, altri, troppi, tra i mostri creati dal cenone della vigilia, gli sbarravano il passo, verdi, gonfi e mezzi sfatti, ma con sufficiente energia per chiedergli:

“Aarggh… Arghh. Chee faaii a Caapodaannoooo?” 

Lallo cadde in terra e subito i mostri del cenone, ruttando rumorosamente ed emettendo vapori mefitici, gli furono addosso, sovrastandolo.
Il giornalista non vedeva più il sole, solo la cerchia di quei volti distrutti da Re Colesterolo, che gli stavano sopra.

Ghignavano sbavando:

“Ora ci dirai cosa farai a Capodanno! Ora ce lo dirai, avanti, suuu…”.

Stavano per afferrarlo, tutti insieme, non c’era più modo di salvarsi.
Tarallo fece per gridare ma le corde vocali non risposero al suo comando: gli uscì un solo soffio d’aria, vuoto di parole.
Cercò allora un urlo, sì un grande urlo …e si svegliò. 

“Cazzo facciamo a Capodanno?”

Lallo Tarallo al risveglio

disse subito, concitato, ad occhi sbarrati e respirando affannosamente. 

Consuelo lo calmò al primo sguardo, lo baciò sulla fronte come si fa coi bambini e con un sorriso che fece bollire il latte nel bricco che stava sul fornello spento, gli disse:

“Shh, taci, sta’ buono, tranquillo amore mio, non faremo nulla di nulla a Capodanno: era solo un incubo. Tranquillo. Tra l’altro abbiamo anche Cervellenstein a pranzo, magari gliene parli!”         

La bellissima



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