Loch Tarallo

“Non riesco a comprendere bene perché io senta il mio legame con Consuelo simboleggiato, o addirittura presupposto, dall’immagine di un lago.
Eppure, mi creda Professore, questa è una mia suggestione fissa, un sogno ricorrente, qualcosa che torna da chissà dove e da chissà quando: mi vedo vagare su una barchetta senza remi sulla calma superfice di un lago, un lago abbracciato da alte cime di monti.
Sento la corrente che mi trascina lentissimamente mentre il paesaggio, al contrario, assume in sequenza tutti i colori conosciuti e le stagioni cambiano, si alternano velocissime e ritornano, compiendo decine di cicli. Non mi accorgo nemmeno se durante la traversata soffro il freddo, la fame, la sete o il caldo. Non tocco nemmeno una volta l’acqua del lago, probabilmente gelida: continuo a fluire con la barchetta e dopo un’eternità mi vedo approdare a lei, che dalla sponda mi sorride facendo accendere le luci di tutti i paesi, di tutti gli alberghi e di tutte le baite perse per le montagne.

L’altra sera, prima del tramonto, Consuelo ed io siamo stati qui vicino, sul nostro lago costiero. C’erano tinte straordinarie ed un silenzio che sembrava apparecchiato per far da eco alle nostre voci. E davvero, seduti davanti a quella massa d’acqua placida e sorniona, non riuscivamo a smettere di parlare, di raccontarci, di stringerci ancora più strettamente l’uno all’altra con forti funi di parole.
Riesce a spiegarmi perché io senta questa specie di connessione tra me, Consuelo e il lago, Professore?”
L’illustre Psicologo stava seduto con l’espressione poco professionale che solo quel paziente, Lallo Tarallo, gli ispirava, ed era sprofondato, quasi assimilato anzi, alla sua poltrona, posta a ridosso del famoso divano mordace riservato ai pazienti.
Quella poltrona dall’aria veneranda, grave e un po’ stazzonata, aveva una caratteristica peculiare e misteriosa: era di una comodità esagerata, tale da spingere chi vi si poggiava, senza starci troppo a pensare, a cadere di botto e senza un gemito in un sonno profondo.

Non era tuttavia un sonno sereno quello che imboccava, tutt’altro: era opprimente, doloroso, sofferente, visitato da sogni angoscianti, e portava chi vi era immerso ad uno stato di crescente tensione, fino a causare un risveglio ad occhi sbarrati, così sconvolgente da fargli cercare l’aria a bocca spalancata.
Spezzoni di immagini mosse, ansiogene, arrivavano deformate, come da un’altra dimensione: attorno al dormiente gente scappava urlando per le scale di un palazzo, forse romano, ma non era sicuro; bambini strillavano terrorizzati sfuggendo alla presa di mamme coi volti piangenti, arrossati di paura, mentre altri inquilini correvano giù per finire letteralmente in braccio a sgherri delle SS con le orbite vuote e le braccia cariche di armi.
Ragazzi e ragazzini prendevano a salire correndo per le scale, verso terrazze e tetti che non gli avrebbero comunque lasciato che qualche minuto di scampo: anche i tedeschi salivano infatti, col passo pesante che gli davano i loro scarponi e la loro missione mostruosa.
Li avrebbero presi.
Tutto il quartiere risuonava delle urla, dei lamenti e dei secchi crepitii di ordini dati in tedesco e di corti colpi di mitraglia.
Giù in strada, persone anziane, donne e uomini dall’aria dignitosa e rassegnata e ragazze scarmigliate di paura, venivano fatti salire con malgarbo sui camion mentre dalle finestre dei palazzi vicini gente affacciata seguiva quelle scene apocalittiche, chi rabbrividendo di pena, chi assolutamente indifferente, chi vivamente interessato alle possibilità favorevoli che sarebbero scaturite da quella retata.

Spariti i camion col loro sventurato carico umano, rimaneva un silenzio ferito.
L’ultima cosa che il casuale occupatore della poltrona riusciva a vedere in quell’incubo, prima di svegliarsi sconvolto, era la testa di un tizio che, con un sorriso appena accennato sul volto, dalla porta della stanza di una delle case svuotate dai nazisti, guardava all’interno, valutando con occhio interessato quella stessa poltrona, che nel sogno aveva però il bell’aspetto delle cose nuove.
Solo Cervellenstein conosceva lo strano potere della poltrona ed essendo oltretutto l’unico essere umano al mondo che sapesse gestirlo, non permetteva a nessun altro di accomodarvicisi.
Era capitato comunque che qualcuno per provarne la comodità lo facesse, approfittando di una momentanea assenza dello psicologo, ma il trauma che ne aveva riportato era stato così violento da richiedere alcune sedute specifiche di terapia.
Lo stesso Professore, del resto, non sapeva spiegarsi come la memoria di vicende così terribili potesse essersi impressa in un oggetto di arredo.
Stava di fatto che quella poltrona, da lui recuperata in modo avventuroso molti decenni prima, era appartenuta a suo nonno paterno, David Cervellenstein, deportato a Birkenau e morto in quel campo, dopo essere stato catturato nel corso della retata romana nel ghetto, quella del 16 Ottobre del 1943.
Quel giorno suo padre Oscar, che si trovava in casa di un amico in un altro quartiere, si salvò per miracolo.

16 ottobre 1943: La deportazione degli ebrei di Roma

“Ma sa che lei è un bel tipo Tarallo!”

Sbottò infine Cervellenstein: “Il suo condirettore ha scatenato una caccia senza precedenti mettendo una taglia sulla sua testa, tutti la cercano, ogni angolo di questa città è tappezzato di sue foto, e lei viene a parlarmi di laghi?
Per fortuna l’unica sua foto che siano riusciti a recuperare è quella in cui lei ha due anni, sta sul seggiolone tutto sbrodolato di pastina e ha indosso il bavaglino con scritto NON BACIATEMI.

Questo rende indubbiamente più complicato ai cacciatori di taglie individuarla: lei deve essere allergico ai fotografi e questo ora finisce per tornarle utile.

In merito a quell’altra storia, che vuole che le dica Lallo – borbottò lo Psicologo riscuotendosi da un istante di straniamento – vediamo cosa si potrebbe ipotizzare su questa sua attrazione per il lago.
Certo sembra un legame che lei sente sia in veglia, coscientemente quindi, che in sogno e questo fa pensare a qualcosa di molto radicato nel suo subconscio.
Intanto lei saprà di certo che l’acqua ci riporta simbolicamente ad una nostra condizione primigenia: noi come i pesci che vennero fuori dagli oceani in tempi preistorici, divenendo mammiferi, proveniamo da un lungo periodo in cui siamo immersi nel liquido amniotico.
Questa nostra attrazione per le masse d’acqua potrebbe spiegarsi dunque con la nostalgia del periodo nel quale, privi di ogni pensiero fastidioso, sguazzavamo protetti da tutto e da tutti in quel mondo materno, liquido, ovattato, caldo e gradevole.
Chiunque di noi, con l’eccezione di un mio cliente che ha in odio il suo vecchio mestiere di feto, non può che desiderare inconsciamente di ritrovare una condizione così confortevole e sicura.
Diceva infatti il grande Woody Allen:

“Provo un intenso desiderio di tornare nell’utero… di chiunque”.

Woody Allen

Ma al di là dello scherzo, lei Tarallo non fa eccezione al resto del genere umano e con ogni probabilità associa il lago, simbolo del suo rimpianto per il liquido amniotico, ad ogni cosa che ritiene bella, portandosela idealmente con sé nella placenta.
E quale cosa può superare in bellezza il suo amore?
Nessuna: ecco perché lei associa Consuelo all’immagine del lago.
Lei vorrebbe inconsciamente rinchiudersi nel grembo materno con la persona che ha più cara al mondo, isolando e tenendo all’esterno ogni bruttura, ogni minaccia, ogni dolore. Ecco perché il lago le suggerisce un senso di bellezza e di intimità.

Che ne dice? Plausibile eh? Quasi perfetto!

Vede, caro Lallo, qualche coglione di collega mi applaudirebbe pure per questa risposta da rubrica psicologica da rotocalco, e qualche altro, ancora più coglione, la confuterebbe sparando stronzate anche più grosse o approfondirebbe l’ipotesi con chissà quali esperimenti clinici, magari deportando folle di volontari di entrambi i sessi sulle sponde di svariati laghi italiani.

Non mi faccia quell’espressione ittica Tarallo, ormai i nostri rapporti sono talmente sui generis che non mi sento di appioppare a lei le solite scemenze che rifilo ai clienti normali, anche perché, oltre ad essere un mio amico, lei è tutt’altro che normale.
Sinceramente, e lo dico col cuore in mano, non so dirle un accidenti di sensato sul perché lei associ Consuelo all’immagine di un lago. Paradossalmente, dicendo quelle scempiaggini, potrei pure averci preso, tutto è possibile, no? O magari il fatto non sussiste e semplicemente a lei piace il panorama che un lago offre, lo trova bello e le fa piacere dividere le cose belle con chi ama.
Non stia a superanalizzarsi: viva piuttosto quel che sente, perché la vita è dura e breve ed è la bellezza il vero liquido amniotico, la miglior difesa dall’assedio del brutto, del dozzinale, dell’ordinario. Ha capito? Stia sereno dunque e si viva il suo amore dove più le piace”.

Il professor Cervellenstein
Il professor Cervellenstein

Tarallo aveva inconsapevolmente sorriso: beveva beato ogni parola del Professore. Si alzò riconfortato, con qualche livido in più, causato dal morso del divano carnivoro riservato ai pazienti.
“Lei come sempre mi ha illuminato Professore!”
Così Lallo ringraziò Cervellenstein , imboccando il lungo corridoio che conduceva all’uscita dallo studio.
Il Professore lo bloccò con una domanda dell’ultimo momento, in stile Tenente Colombo:
Ora che ci penso, lei Tarallo non mi ha mai detto come e dove conobbe Consuelo, mi sbaglio?”
Lallo, al ricordo di quel giorno fausto, allargò ancor di più il sorriso:
“E’ vero, non glielo ho mai detto, ma quel primo incontro fu un fulmine per me: vidi quella creatura bella e amabile rientrare da una passeggiata per un viottolo che portava al mio stesso albergo, con un bel cane che le trotterellava intorno. Era una scena incantevole che si inseriva in un contesto già magnifico. Mi trovavo infatti in vacanza al Lago di…….”.

“Tarallo?”


“Si professore?”


“Vada a quel paese, per essere gentili!”.

 



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