Tarallo e la Restaurazione

Uno dei primi provvedimenti presi da Ognissanti Frangiflutti una volta che si fu nuovamente insediato, uomo solo al comando, alla Direzione del Fogliaccio quotidiano, fu quella di rivoluzionare gli spazi interni della redazione, e non solo quelli.
Per qualche giorno ci fu un gran trambusto: operai di vario genere affollarono l’ambiente, trasportando pannelli, arredi vari ed una specie di baobab per l’ufficio del direttore.
Tra il velo di polveri di calcina che offuscava la vista durante i lavori, qualcuno disse addirittura di aver notato il fuggevole passaggio di una antilope; quel che però certamente si poté registrare tra i fatti reali e tangibili fu l’arrivo, nella plancia di comando del giornale, dell’ultimo miracolo della tecnologia: una poltrona imperiale, nuova di zecca.

La superpoltrona “Onyric”

Superimbottita, tanto da sentircisi come sollevati dalla spinta dell’oceano, e telecomandata, era un congegno con svariate opzioni oniriche.
In sostanza quell’aggeggio, comodo e sofisticatissimo, dava la possibilità a chi vi si adagiava, non solo di accomodarvisi facendosi contemporaneamente una tisana al mirtillo e alla  segatura premendo un certo pulsantino, ma principalmente favoriva un riposo a ventiquattro carati permettendo al fortunato addirittura di decidere cosa sognare.
Il display del telecomando, un affare di un certo ingombro con lucine che si accendevano in continuazione, apparentemente senza un vero perché, prevedeva un ricchissimo menù di possibili sogni.
Era una piattaforma compilata in modo da rispondere alle più diverse esigenze.
Dava soddisfazione infatti innanzitutto a chi puntava ad infilarsi in sogni classici, romantici o avventurosi.
Si potevano quindi vivere amori tormentati con Greta Garbo, sostituirsi a Gregory Peck nel guidare la Vespa scarrozzando per Roma Audrey Hepburn o dare una vigorosa sculacciata alla bambina dell’esorcista.


Una sezione del menù prevedeva anche sogni in costume che a richiesta ti spedivano a saltare sulla groppa dei tori nella Creta di Minosse o a stare a Monmartre, piazzato dietro a Van Gogh che dipingeva, suggerendogli piccole modifiche al quadro e facendolo innervosire vistosamente.
Più seduttiva di tutte le altre era però la possibilità di intervenire in prima persona nella programmazione del sogno, sfuggendo al plafond di quelli, per così dire, già pronti, e organizzandoselo autonomamente.
Ci si potevano mettere dentro tutte le persone e le situazioni che si volevano, senza limitazioni: a piacimento, insomma.
Naturalmente questo tipo di opzione, certamente più sofisticata, richiedeva una buona pratica da parte di chi la sceglieva e purtroppo, scorrendo le centinaia di pagine che componevano il corposo manuale di uso, l’impressione era che, per quanto riguardava la programmazione individuale, la parte scritta in giapponese medioevale fosse più esauriente delle istruzioni scritte in italiano, ma tant’è, da noi ci si arrangia un po’ con tutto e il Direttore avrebbe fatto lo stesso.

Il manuale di istruzioni in giapponese medioevale

Nei giorni in cui gli uffici della redazione erano sottoposti dunque a questo non comune bailamme, i giornalisti si erano visti restringere di molto lo spazio fisico necessario a portare avanti la loro attività, e questo naturalmente aveva comportato che facessero una vasta gamma di sacrifici.
Le scrivanie erano state ammassate in pochi metri quadrati: si lavorava gomito a gomito con chi si detestava da anni, e per di più tutti, senza distinzione, avevano dovuto spostare le cornici con le foto di cani, gatti, mogli, mariti e figli, che di solito vi stazionavano.
Anche chi da anni teneva sul proprio scranno un qualche pupazzo impolverato, era stato costretto a toglierlo di mezzo, non senza toccanti conseguenze.
In alcuni casi, come in  quello di “Referto” Lugosi, il redattore che si occupava dei più feroci delitti di cronaca nera, che a seguito dei lavori aveva dovuto riportare a casa Gobbolo, il suo adorato pelouche di cammello a tre gobbe, si erano viste scorrere lacrime di bruciante dolore.

Gobbolo

A qualcun altro, come il nostro Lallo Tarallo, era stata affidata una inchiesta, una qualsiasi che lo levasse dai piedi.
Da tre giorni infatti si trovava a Monteasprigno, un paese posto su un alto sperone di roccia, soggetto ad un clima orrendo e situato nell’interno della provincia.
Il giornalista era stato spedito lì, portandosi Consuelo in qualità di fotografa, perché quel piccolo centro, nonostante la sua collocazione montana, era divenuto famoso per l’incongrua pasta con le vongole che i suoi abitanti, i pochi centenari rimasti, si ostinavano a cucinare, proponendola anche come piatto tipico nelle due sole trattorie superstiti: “ Lo stambecco marino” e “Il bosco delle orche”.

Pasta con le vongole di montagna

A Monteasprigno il concetto di chilometro zero era sconosciuto come la grammatica tedesca ad un paguro, o una nota intonata a Jovanotti.

E mentre Tarallo insieme col suo amore infinito consumava, prendendo appunti senza troppo senso, una quantità anomala di vongole di montagna, cercava nel contempo di intervistare i due vecchissimi chef rivali, tipi che la loro età macellaia non aveva piegato e che, ovviamente, si odiavano.

Salvatore Nespoli, detto Celluzzo, classe 1920, grazie all’aria tersa del suo paese era arrivato alla sua gravosa età in condizioni invidiabili.
Risultava ancora l’unico gestore, cuoco e cameriere del suo locale, “Lo stambecco marino”; dimostrava vent’anni di meno di quelli che aveva, e nei ritagli di tempo dirigeva la Compagnia di ballo denominata con ammirevole autoironia “La sciatica danzante”, della quale lui stesso era l’etoile maschile, un gruppo di dilettanti formato da una quindicina di vecchi e vecchie perniciosissimi.

“Celluzzo” chef de “Lo Stambecco Marino”

L’altro passatempo prediletto di Celluzzo, un’attività alla quale il prestante vegliardo dedicava molto tempo ed altrettanta passione, era la maldicenza sul conto del suo concorrente, Gastolfo Battilardo, suo coevo, detto “Fringuelligno”, titolare della “Trattoria Il bosco delle orche”, piazzata dall’altro lato dell’unica strada del paese.
Tarallo, non senza un certo stupore, nel corso dell’intervista sentì Celluzzo accusare Fringuelligno di procurarsi le vongole che poi serviva nel suo locale in una zona interna e impervia dell’Azerbaigian.
Sinceramente, nonostante fosse proferito con insolita foga, questo rilievo geografico era un elemento che toglieva un po’ di credibilità alla dura accusa.
Battilardo, il suo concorrente, replicava che i mitili di Celluzzo erano cose così minuscole da non essere nemmeno vongole ma promesse di vongole, promesse peraltro, soggiungeva ghignando sdentato, mai mantenute.

“Fringuelligno” chef del “Bosco delle Orche”

Mentre Tarallo, negli intervalli di tempo lasciatigli dal suo impegno amoroso nei confronti di Consuelo, così vagava intervistando vecchi montanari di Monteasprigno, tirati su a molluschi e pesce, il Direttore Frangiflutti aveva terminato di sistemare la sede del giornale, e si concedeva lunghe sedute di riposo sulla poltrona ipertecnologica.
Entusiasta per la straordinaria novità, aveva già effettuato svariatissimi tour all’interno del catalogo dei sogni forniti di serie dalla ditta produttrice. 

Era stato a cena con Marilyn Monroe: lei era splendente di bellezza e lui l’aveva portata all’”Osteria dello Zozzone” a Frascati Nord.
Lei persa a spandere sorrisi irresistibili non aveva quasi toccato cibo, lui aveva spazzolato vorace una quantità inimmaginabile di piccioni salmonati e con scarsa galanteria, nel momento in cui lo Zozzone gli aveva portato il conto, due segnacci su un foglietto unto, Frangiflutti lo aveva fatto pagare interamente alla platinatissima diva.

Marilyn sbocconcella qualcosa all’Osteria dello Zozzone

Delusa e piccata, la Monroe, smessi i sorrisi abbacinanti, aveva finito per strofinargli sulla giacca una bruschetta coi fegatini. In un altro sogno, corrompendo centocinquantaquattro magistrati, un cassiere di banca ed un addetto alla pescheria dei grandi magazzini Rebibbia, il Direttore era riuscito a smacchiare la fedina penale del suo vecchio capo, il bancarottiere Cicciafico, portandola alla stessa limpidezza di quella del feto di una monaca.
Quando però volle provare in sogno l’ebbrezza di vincere il Premio Pulitzer per il giornalismo, la scarsa conoscenza del programmatore onirico gli giocò un brutto tiro.
Manovrò pulsanti e pulsantini, ascoltò un’infinità di bip e pernacchiette finchè, soddisfatto, si accoccolò beato sulla poltrona e chiuse gli occhi. Piombò nel bel mezzo dell’annuale raduno degli alpini, dopo anni tornato inspiegabilmente nella sua città palustre.
Camminando tra le maglie di una folla più caciarona che marziale, incappò in un nutrito gruppetto di penne nere che mangiavano meringhe, bevevano e cantavano la versione di Crocodile Rock che si canta in Val Pusteria.
Tra quelli più alticci di tutta la compagnia, uno stonatore d’eccezione, Frangiflutti con un sobbalzo riconobbe la faccia barbuta di Joseph Pulitzer in persona!
Il magnate della stampa da parte sua posò gli occhi su di lui e li strabuzzò, come se lo riconoscesse.
Smise di strillare e gli si avvicinò. 

Joseph Pulitzer nel sogno di Frangiflutti

“Frangiflutti – gli sibilò, alitandogli in faccia un tremendo fiato da vino scadente, –  segnati questa: tutti indagati! Nella tua città sindaco e giunta sono tutti indagati, scrivilo subito, fai lo scoop, che poi ti premierò io in persona: The winner is…Ognissanti Frangifluuttiii!”.
La bocca del Direttore a quel punto si aprì ad un sorriso così immenso che gli cirumnavigò  per intero la testa. Era in estasi: lui vincitore del Premio Pultzer!!

Era così verosimile quel sogno che il Direttore, svegliandosi, non riuscì a recuperare un minimo di senso della realtà.
Si alzò meccanicamente dalla poltrona e, con lo sguardo offuscato ancora dalla meravigliosa visione e con  l’andatura sballata di un sonnambulo, corse a dettare ad un perplesso collaboratore il titolo centrale del giornale:

Solo alcuni giorni più tardi si rese conto della provenienza onirica di quella soffiata, sulla quale aveva innestato una lunga e intensa campagna diffamatoria.
Tornato per la seconda volta nello stesso sogno incontrò di nuovo Pulitzer, vestito stavolta da torero che come lo vide, puntandogli l’indice addosso gli disse, piegandosi tra scrosci di risa irrefrenabili:

“Ma dai, ci hai creduto!! ??Ci sei cascato?? Non è possibile!Ah Ah Ah!!”… E giù altre risate convulse. 

Al risveglio, a Ognissanti Frangiflutti venne notificata una querela di diversi megaton 



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