Robert McLiam Wilson e l’irriducibilità del talento

“La città di Belfast è uno scrigno di storie e di racconti presenti, passati e futuri. E’ un romanzo. Anche la persona più noiosa e ordinaria è un racconto che non teme confronto con la trama più bella e più ricca di Tolstoj”

Queste parole, estremamente significative del suo rapporto con l’umanità e con la sua città di origine, sono di Robert McLiam Wilson, forse il più originale tra i figli di una terra assai fertile in materia di scrittori: l’Irlanda. 

Diversi anni fa la Fazi, benemerita casa editrice alla quale non si può certo rimproverare l’inerzia o la prevedibilità delle scelte che affliggono la maggior parte delle imprese editoriali italiane, pubblicò un libro il cui titolo mi incuriosì immediatamente: “Eureka Street”.

Lo divorai e al termine di quel pasto gustoso e sostanzioso, fui certo di trovarmi dinanzi ad uno dei maggiori talenti narrativi contemporanei: Robert McLiam Wilson.
Cercai notizie su di lui, ma non reperii granché,  oltre al fatto che fosse di Belfast, che fosse abbastanza giovane e  e che avesse al suo attivo due romanzi:“Ripley Bogle”, che aveva un barbone intelligente per protagonista, e “Il dolore di Manfred”, opera in cui dolore e leggerezza si fondono in una mistura che si rivelerà tipica dell’autore.
Entrambe le opere avevano destato qualche interesse senza tuttavia aver conseguito clamorosi risultati di vendita. 

“Eureka Street” , pubblicato nel 1996, è un’opera in cui allo scenario teso ed inquietante di una città in cui è normale trovare vie recintate con cancelli, posti di polizia che sembrano fortilizi, quartieri separati in base ad appartenenze religiose, tra loro ostili, e capace a volte di produrre una violenza feroce ed insensata, si accompagna un senso dell’humour particolare e fresco, in grado di allentare la costante tensione ambientale.
Sullo sfondo di una città non ancora pacificata, perennemente in allarme a causa dell’inconciliabile situazione dello scontro tra cattolici e protestanti, McLiam Wilson racconta la storia di della solida amicizia tra Jake e Chuckie, due personaggi particolarissimi, intesa mai minacciata dalla diversità della loro fede religiosa di origine.

Belfast – Una parte del muro che divide il quartiere cattolico da quello protestante

Jake, cattolico, lavora, con più di un problema di coscienza, per una ditta che recupera oggetti (televisori, divani, ecc) dalle case di famiglie insolventi, quasi sempre le più disagiate. Lasciato dalla sua donna, una ragazza inglese, Sarah, che non reggeva più le notti di Belfast, nelle quali il silenzio è continuamente rotto dagli elicotteri della polizia, Jake continua a vivere da solo nel suo appartamento in Poetry Street.
Chuckie, protestante, fin da ragazzo suo amico e complice delle tante nottate di sbronze, al risveglio da una di queste, prende coscienza di botto dell’inconcludenza della sua vita:

“E’ più facile sognare e fantasticare la sera, quando un po’ di ottimismo o di birra possono inocularti qualche spilla di speranza, ma alla pallida luce dell’alba la miseria e l’umiliazione assumono un’aria alquanto realistica e immutabile”. 

Robert McLiam Wilson

Un’idea commerciale, apparentemente folle, renderà molto ricco lo stropicciato, corpulento e disastrato Chuckie, trasformandolo in un uomo d’affari che non avrà bisogno di cambiar personalità e idee per riuscirci e che dalla vita otterrà anche l’amore della donna che lo ha stregato.
Anche Jake, dopo una serie di incontri sconclusionati, riuscirà ad innamorarsi di nuovo.
L’umanità di Belfast, così vivacemente descritta da McLiam Wilson con la sua prosa lieve, efficace ed intrisa di ironia, si misura come nessun’altra con una realtà che strappa ben pochi sorrisi, dura com’è, apparentemente lontana da qualsiasi mediazione dell’intelligenza e della buona volontà.
La grandezza di “Eureka Street” sta proprio nel contrasto tra le imprese divertenti dei due protagonisti e lo scenario spesso angosciante che gli fa da sfondo.

Il romanzo ebbe un grande successo anche fuori dai confini irlandesi e venne ben considerato un po’ in tutta Europa, Italia compresa, ma paradossalmente ebbe l’effetto di caricare il suo autore con un eccesso di senso di responsabilità, bloccandolo per un bel po’.
Il suo grande talento non ammetteva di poter scrivere cose che non lo convincevano, ed esprimeva così una sua netta irriducibilità a logiche che non fossero unicamente letterarie, men che meno a quella del cavalcare a tutti i costi il successo commerciale riscosso.
Sappiamo infatti che da quel momento ha scritto moltissimo, ma senza pubblicare, lasciando il grande pubblico precedentemente conquistato, in attesa di sue nuove produzioni letterarie. 

Un alone di mistero circonda tuttora lo scrittore, anche se chi lo ha conosciuto o intervistato, come fece una mia amica giornalista alla quale avevo fatto conoscere Eureka Street, lo descrive brillante, spiritoso ed affabilissimo.
Su di lui circolano diverse leggende, tali da farne di lui una sorta di personaggio da romanzo, storie che essendo tutte in cerca di conferma, debbono per correttezza essere introdotte da un “sembra che”. 

Ed in effetti sembra che Robert McLiam Wilson, nato a Belfast nel 1964, in un quartiere cattolicissimo, sia stato cacciato di casa dalla madre all’età di quindici anni, per via di una sua storia con una ragazza protestante. 

Sembra anche che prima di essere accolto da una famiglia di umili origini ma di grande umanità, abbia vissuto per otto mesi una vita da barbone, dormendo in un parco e cercando di non saltare troppe lezioni scolastiche. Lo scrittore ricorda:

“Di quel periodo ho una precisa percezione del freddo. Non avrò mai più così freddo, di sicuro”. 

Sembra anche che McLiam Wilson abbia frequentato il St. Catherine’s College di Cambridge per due anni, mollandolo nel 1985, un giorno dopo aver iniziato a scrivere. Pare che, acquistata una macchina da scrivere, sia partito con l’intenzione di scrivere un saggio per accorgersi successivamente che gli era venuto fuori il primo capitolo di un romanzo.

St. Catherine’s College di Cambridge – Photo ©: Tim Rawle

Si dice che lo scrittore abbia svolto una serie impressionante di mestieri: muratore, commesso di negozio, guardia di sicurezza, venditore di finestre e di kilt, regista di documentari ed insegnante universitario. 

Sembra anche che, e questa non dovrebbe essere una leggenda, che McLiam Wilson abbia avuto un padre alcolizzato, del quale sarcasticamente racconta che:

“Oltre a un po’ di violenza, mi ha dato la raccolta completa di Dickens quando avevo sette anni”.

Pare anche che quel contatto anzitempo con la lettura abbia avuto conseguenze rilevanti, perché si dice che proprio a quell’età, o forse un solo anno dopo, sia stato portato di forza dallo psicanalista  perché rubava e leggeva Stendhal, Thackerey, George Eliot e altre letture ritenute esageratamente precoci. 

Infine, se vogliamo fare qualche concessione alla leggerezza, va ricordato che il suo nome d’arte è parzialmente uno pseudonimo, perché il McLiam è la traduzione in gaelico irlandese di Wilson (Will son, figlio della volontà), che lo scrittore è un fumatore accanito, che attualmente vive a Parigi e che è un fervente appassionato di calcio e un romantico amante dei gatti. 

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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