Amore Perdonami


“Quante lacerazioni può sopportare un cuore prima che smetta di battere?”

chiede Stephenie Meyer scrittrice statunitense.

In nome dell’amore sopporti che l’altro ti infligga ancora un ennesimo dolore. Ingoi e taci, sopporti e soffochi.  Perdonerai di nuovo.
Per innumerevoli volte hai assorbito le sue giustificazioni, normalizzato il male che provavi quasi si potesse trattare di un effetto collaterale dell’amore: ti amava troppo, era geloso, non riusciva a trattenersi, non aveva intenzione di farti soffrire, in quel momento non ragionava.
Quando torna a pregarti e a chiederti di essere scusato, capito e rassicurato, tu lo rassicuri, capisci e scusi.

Ti hanno raccontato che quando si ama davvero si sopporta tutto, si accetta tutto e forse credi che se comprenderai e sarai sempre disposta a perdonare non potrai che essere considerata migliore, sarai apprezzata per queste doti di pazienza, quindi verrai ricambiata per quel che vali e sei. Ma forse sei tu ad avere un problema con te stessa, a sentire di non essere mai abbastanza, e perciò continui a cercare di superarti sino ad arrivare al limite estremo del possibile.
Si dovrebbe invece tenere a mente questa frase della poetessa Alda Merini:

“Dovrei chiedere scusa a me stessa per aver creduto sempre di non essere mai abbastanza”.

Invece tu, persona sensibile educata al sacrificio, giustifichi e menti a te stessa, ti ripeti che in  fondo non voleva ferirti, soltanto perché ti è inconcepibile accettare che ci sia la volontà di ferire e che possa esistere il male da rivolgere contro chi si sostiene di amare.
Allora passi la mano, lanci di nuovo i dadi, percorri altre cinque caselle, ritorni al “Via” da dove tutto ha avuto inizio e credi di potere ripartire da capo, ma ogni volta non sei più la stessa persona.

Ci sono storie fatte di caselle che girano a vuoto sullo scacchiere di una vita. Ti scegli un segnalino, il ruolo che ti hanno insegnato e che hai appreso come si fa col respirare. Registri l’immagine di te che lo specchio di altri sguardi ha riflesso in segno di approvazione.
Ti sei normalizzata eppure sei tu che per prima non riesci a vedere nei tuoi occhi.
La sconvenienza sarebbe capovolgere quel tavolo, mandare all’aria tessere e caselle, calpestare quei segnalini, ridurli in pezzi, lanciare i dadi fuori dalla finestra e non tornare mai più al punto di partenza da quello stesso “Via” di un eterno gioco dell’oca, rinunciando con forza alla ricompensa che ti è stata promessa se ripartirai da lì un’altra volta, ancora una.

Il premio promesso si ritira ad una specie di casello autostradale, posto al principio di un viaggio, dietro pagamento di un pedaggio la cui riscossione viene esercitata da un esattore che non batte mai ciglio, mentre tu non puoi trattenere un senso di inquietudine proveniente dalla consapevolezza che il prezzo è ogni volta più alto e che il premio subito dopo si dissolve, insieme all’illusione di partire, ed è stato perciò come mettere un panno caldo sopra il dolore che ti ha contuso l’anima.
Il viola livido che affiora sulla pelle è l’unica reazione visibile del corpo e, mentre di dentro continua a morire qualcosa di te, ti sembra incredibile che esteriormente tu riprenda a guarire, che il viola da bluastro diventi diafano, sfumato in grigio tenue sino a svanire, e che la pelle lo riassorba in silenzio naturalmente, senza alcuno sforzo, mentre prosegue un lento disfacimento dei tuoi pensieri.

La dignità che ti pare di avere barattata per una promessa d’amore ti fa perdere l’idea, intesa proprio come cognizione, che l’amore esista, se pure sia mai esistito qualcosa che si possa dare senza sentire reclamare e vedere soppesare tutto come farebbe un sensale.
La tua persona ha subìto questa dominazione, quasi che un invasore avesse preso il posto della tua identità in cambio della rassicurazione di essere amata, quindi ti chiedi ora “di quale amore?”,  e se l’amore esista tra i pesi e i contrappesi, oppure se sopravviva nei destini segnati che si portano via la vita, senza capire come.

Trovo molto reale ciò che afferma lo scrittore britannico C.S. Lewis, famoso per essere l’autore de “Le cronache di Narnia”:

Il dolore mentale è meno drammatico del dolore fisico, ma è più comune e anche più difficile da sopportare. Il tentativo di nascondere i frequenti dolori mentali ne aumenta il peso: è più facile dire “Il mio dente fa male” che dire “Il mio cuore è spezzato”.

Del resto la mente non sanguina come il corpo.
Spesso percepiamo la nostra condizione di sofferenza interiore come più sopportabile se taciuta e nascosta agli occhi del mondo, troppe volte arriviamo all’estremo limite della sopportazione del male che ci viene inflitto e tacendo amplifichiamo allo stremo il dolore sino alla disperazione.  Ma ciò che si sopporta non viene realmente perdonato, piuttosto accantonato, poiché il perdono presuppone la consapevolezza e la volontà di cambiamento.
Il perdono esige una risposta: dietro la parola perdono c’è una forte aspettativa, un patto sottinteso che non può mai essere unilaterale.

Il perdono e l’amore sono connaturati, ma L’Amore non può perdonare tutto e non può pretendere questo da colui che ama. 

Nell’Amore non si annulla l’altro, l’Amore rende creature complici e capaci di perdonarsi reciprocamente quegli errori che ha senso perdonare affinché nell’Amore si cresca.
In Amore non si smette di esistere, si afferma il proprio essere nel mondo che non è mai solo il mondo dell’altro, ma una complessità che ci realizzi come singole persone (dotate quindi di individualità) che desiderano essere riconosciute, e amate per questo, e che a sua volta sappiano riconoscere colui che amano.

Solo nel momento in cui finalmente vi vedrete ciascuno negli occhi dell’altro per chi siete realmente, non per come vogliono che siate, allora saprete riconoscervi e all’occorrenza anche perdonarvi…

FORSE.

*tutti i disegni sono di Amanda Cass

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale



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