L’Officina del racconto: “Le scarpe del sindaco”


Tratto dalla raccolta di racconti “La valigia” di Sergej Dovlatov

Una delle caratteristiche che uno scrittore satirico dovrebbe avere, è quella di stabilire un’immediata sintonia col lettore, metterlo a suo agio, introdurlo con uno stile adeguato a vicende in cui l’umorismo, più o meno rapidamente, più o meno mediatamente arrivi comunque a bersaglio.
Ci sono autori che per ottenere quel risultato fanno sforzi di immaginazione, costruiscono universi surreali, amplificando la realtà per mostrarla meglio, satireggiando così situazioni, personaggi viventi o tipologie umane.
C’è poi chi per raggiungere lo stesso fine usa una forte dose di fantasia, costruendo metafore che mostrino i lati ridicoli o esecrabili delle vittime scelte:

“Era così sensibile che una volta, assistendo ad un terribile disastro minerario, non riuscì a terminare la sua seconda porzione di trippa”
(W. Allen).

Ennio Flaiano

Altri scrittori, si pensi al nostro Ennio Flaiano, sono capaci di sintetizzare in pochissime parole, in frasi brevissime, gli aspetti comici, contraddittori o insensati di  situazioni o di persone, estraendo brillantemente il loro succo, la loro sostanza:
“Era così pessimista che faceva i suoi progetti per il passato”.
Questo tipo di autore si esprime di solito per paradossi, producendo aforismi, e l’aforisma è un genere letterario assai duttile, capace in una sola battuta di tagliare a fette un malcapitato, di descrivere le debolezze di una comunità o i vizi storici dei suoi membri:

“L’italiano è sempre il primo a correre in soccorso del vincitore”
(E. Flaiano).

C’è ovviamente anche chi per arrivare allo scopo che si è prefisso arriva alla satira per mezzo del sarcasmo, intingendo la penna nel veleno: la preda non solo è colpita ma viene in qualche modo anche strapazzata prima di darle il colpo di grazia.

Ambrose Bierce

Ambrose Bierce, grande scrittore americano di racconti neri, vissuto tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, che si compiaceva di essere dipinto come “l’uomo più cattivo d’America”, elaborò ad esempio un suo dizionario alternativo, intriso di sarcasmo, cinismo e cattiverie varie, opera che non a caso venne da lui battezzata “Il Dizionario del Diavolo”.
Le definizioni da lui elaborate, sempre brillanti, potevano essere brevi, straordinariamente asciutte o desolanti (“Anno: una serie di trecentosessantacinque delusioni”) oppure elaborate e pungenti, capaci di colpire più di un bersaglio alla volta (“Dissotterratore di cadaveri: Dicesi di chi deruba i vermi e procura ai giovani medici ciò che i loro colleghi più anziani hanno fornito al becchino”).

La tradizione del racconto satirico, nel quale, al contrario degli esempi appena fatti, la forma letteraria consente all’autore di diluire la materia in uno spazio maggiore, dosando sapientemente toni e tempi della narrazione, ha come si sa una storia densa, importante e internazionalmente frequentatissima.
Ogni letteratura ha infatti avuto i suoi grandi scrittori satirici o umoristici, che si sono espressi ad alti livelli nel genere del racconto, inutile far nomi, chiunque di noi ne conosce diversi, di ogni nazionalità.
Quella russa, in particolare, ha prodotto un autore di vertice in questa forma letteraria, un genio, cioè, della caratura di Gogol, capace di satireggiare sottilmente alcune caratteristiche costanti e deteriori dei suoi connazionali, sudditi allora dell’impero dello Zar, sbertucciandole con estrema eleganza.

Michail Bulgakov

Al di la di Cechov, autore di racconti più umoristici che strettamente satirici, erede in qualche modo di questo talento gogoliano fu Michail Bulgakov, il quale, accanto ad un capolavoro assoluto del Novecento letterario, come “Il maestro e Margherita”, scrisse anche folgoranti racconti, alcuni dei quali lunghi abbastanza da poter essere considerati quasi dei romanzi brevi, quali “Le uova fatali” o “Cuore di cane”, segnando per sempre il suo nome tra i migliori interpreti del genere del racconto satirico.
Bulgagov, naturalmente, essendo di qualche generazione successivo a Gogol, già rivolgeva i suoi strali alla appena nata Repubblica Socialista Sovietica, mettendone in evidenza le prime ferraginosità economico sociali, le nascenti rigidezze culturali, lo zelo e la tradizionale piaggeria di funzionari e di parte del popolo, proni al nuovo potere esattamente come lo erano stati a quello zarista.
Nel prosieguo della sua storia, come ormai sappiamo, l’Unione Sovietica accentuò molto le caratteristiche repressive che avevano già attirato la satira immaginifica di Bulgakov.
La nazione imboccò progressivamente un tunnel plumbeo nel quale il dispendio di risorse dovuto al mantenimento di un sistema imperialistico nell’Est europeo, contraeva pesantemente le possibilità economiche dei cittadini, oltre a riflettersi naturalmente sul livello dei loro diritti civili e sulla loro possibilità di esprimersi liberamente.
La sclerosi che colpiva la direzione di ogni attività, l’indolenza della popolazione da sempre schiacciata e la sua capacità di adattarsi al peggio, ovvero le forme di quella  patologia sociale che Gogol prima e Bulgakov poi, avevano cominciato a mettere al centro della loro attenzione satirica, col  progredire dell’esperienza sovietica, si erano fatte intanto regola, modo d’essere.

© Photography by Mark Serman: Sergej Dovlatov with the Birds

Arriviamo dunque all’ultima fase della storia dell’Impero sovietico e in questo estremo scorcio della sua vita incontriamo Sergej Dovlatov,  uno scrittore che come pochi ne ha messo alla berlina le rigidezze, certa insensatezza e gli eccessi burocratici.
Ne “Le scarpe del sindaco”  lo scrittore attraverso la descrizione della creazione di un monumento marmoreo, una gigantesca scultura che a gloria del presente avrebbe dovuto rappresentare un famoso scienziato russo del passato, ne ricostruisce ogni fase, dalla commessa alla temutissima posa finale.
Inutile dire che le peripezie del gruppo di lavoratori specializzati impegnati in questa titanica impresa, lo scultore, i marmisti e i funzionari politici, sono puro pretesto per mostrare quella sclerosi politica cui si accennava e i mille rivoli coi quali andava ad impattare la realtà quotidiana.

Dovlatov, che per la sua attitudine critica e la scarsa propensione alla piaggeria fu costretto infine ad emigrare a New York, è un perfetto esempio di scrittore satirico che, rispettando la condizione ricordata all’inizio, col suo stile discorsivo e vivace, mette subito a suo agio il lettore.

Dovlatov a New York

La sua ironia apparentemente bonaria, ma in realtà acuminata, ne fa il vero erede di Gogol, possedendo la medesima capacità di denudare un sistema ed i suoi più zelanti interpreti.
In linea col vecchio maestro, Dovlatov è un brillante catalogo dei vizi cronici dei suoi connazionali, uno che va oltre i confini della mera satira politica, affondando i denti nel costume, nelle debolezze individuali e collettive, nel difetto culturale.
Con la sua straordinaria capacità di disegnare con pochi tratti i suoi personaggi, traendoli  dalla sua esperienza personale e di raccontare il contributo individuale che tutti loro, senza eccezione, forniscono allo sfascio morale e materiale di un paese e del suo sistema, lo scrittore sembra dipingere uno scenario che finisce per riguardare più l’antropologia culturale, che la sola satira politica con le sue ficcanti sintesi.
Il gruppo di marmisti beoni, di dirigenti nervosi, di scultori di regime eccitabili e narcisisti che animano il racconto, mette in atto comportamenti che ritroviamo ovunque nelle pagine de “La valigia”, la raccolta da cui è tratto.

Leggiamo una dopo l’altra, divertendoci, storie irresistibili come quella delle “Scarpe del sindaco” e in tutti questi racconti scopriamo l’inerzia generale sul lavoro, il pressappochismo e la rigidità insensata di direttive che arrivano da un potere che sembra tanto incombente quanto astratto e surreale.
Ridiamo delle sbornie, perenni compagne di vita di ogni russo e del rubacchiare dilagante, generalizzato ed irrefrenabile, riflesso di Pavlov di un’intera popolazione.
Il tono falsamente innocuo dell’amico che ti racconta qualcosa delle proprie avventure, sapientemente usato dallo scrittore, sembra arrivare infine a dire, quasi allargando le braccia: sì, questo potere è schiacciante, ottuso e oppressivo, ma, sia sotto lo zar  che sotto il partito, entità meno distanti tra loro di quanto non appaia, noi, in fondo, siamo sempre gli stessi, è questo il nostro modo di essere, il prodotto di secoli e secoli di pressioni dall’alto, di compressione dei diritti, di ignoranza ben coltivata, di quel misto di paternalismo e di oppressione che non è troppo cambiato nel passaggio epocale da un sistema politico all’altro.   

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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