Tra il dire e il capire…

Quanto  è importante per noi comunicare?

Nell’era della comunicazione, dei social net, delle chat e dei media, in cui impazzano opinioni, tendenze, discussioni e provocazioni, si potrebbe pensare di sostenere che l’incomunicabilità sia un fatto superato, oramai obsoleto.
Niente più colombi viaggiatori o lunghi silenzi in attesa di una missiva, soprattutto neanche il tempo di riflettere su qualcosa che tutto è già stato superato da altro.

I  fatti si susseguono a suon di trilli, di twitt o di vibrazioni che ti avvisano dell’arrivo di un nuovo messaggio.
L’immagine segue l’immagine in una grande bulimia visiva, mentre vi si sovrappongono titoli sempre più ad effetto, talmente incalzanti da annullarsi l’uno con l’altro, al ritmo furioso di una frenetica corsa a rappresentare per primi, e per un nano secondo di vantaggio, la tendenza del momento. In pochi si soffermano su una lettura attenta, ancora di meno sono coloro che saggiamente ricercano un confronto tra fonti o attente ricostruzioni di fatti e misfatti.
Ciò che mi pare ancora più inquietante è come in troppi si cimentino a disquisire continuamente sul nulla e sui suoi derivati.
Molteplici, fantasiose e rocambolesche trasformazioni del Nulla in tutte le sue possibili forme.

Si trascura però un piccolissimo, determinante dettaglio:
il problema non è comunicare, il vero problema è capirsi.
Ed è sempre stato così, sin dalla notte dei tempi. Dal primo graffito comparso in una grotta fino all’ultimo twitt del giorno presente: non c’è scampo, la tecnologia non può farci nulla.  Può batterci sul tempo, può rendere talmente reale un’illusione da lasciarci sospesi tra essere e apparire, ma non può alleviare in alcun modo il vero e profondo divario che esiste e sempre esisterà tra comunicare e capirsi.

Italo Calvino

Italo Calvino, scrittore che non ebbe l’avventura di conoscere l’avvento di internet e di vivere nell’era degli ultimi modernissimi mezzi di comunicazione, scriveva:

“Il problema è capirsi. Oppure nessuno può capire nessuno: ogni merlo crede d’aver messo nel fischio un significato fondamentale per lui, ma che solo lui intende; l’altro gli ribatte qualcosa che non ha relazione con quello che lui ha detto; è un dialogo tra sordi, una conversazione senza né capo né coda. Ma i dialoghi umani sono forse qualcosa di diverso?”,

Calvino ritrae così, alla perfezione, i dialoghi che intercorrono frequentemente anche nell’universo, così affollato, dei social, delle chat e dei modernissimi mezzi di comunicazione, e riassume in modo inequivocabile il dramma del parlare tra sordi, in un contesto nel quale ciascuno crede di essere ascoltato, ma fondamentalmente dialoga solo con sé stesso. 
E’ una condizione illusoria, che si fa sempre più reale nell’irreale, dove l’amplificazione di questa solitudine può divenire assoluta, ancora più stridente con la promiscuità cui ci ha abituati la frequentazione di luoghi affollatissimi e proprio per questo rumorosissimi. Posti che risuonano di fischi di merli e affini, che non producono un canto armonioso, una bella melodia intonandosi gli uni con gli altri, ma che provocano una cacofonia di stridii, di crepiti e grida all’indirizzo di questo o quello, e lo strillo più forte emerge solo per l’istante sufficiente ad essere subito scalzato dal successivo.

Da ciò si può dedurre facilmente come la agevole disponibilità di mezzi di comunicazione e la loro diffusione a livello mondiale, abbiano amplificato un fenomeno che già il poeta statunitense Robert Frost (1874 – 1963), premio Pulitzer per la poesia, aveva ben descritto in un suo aforisma, attualissimo nonostante lui fosse vissuto in un’epoca che ha preceduto di molto l’impazzare delle tecnologie di comunicazione contemporanee:

Robert Frost

“Metà della popolazione mondiale è composta da persone che hanno qualcosa da dire ma non possono.
L’altra metà da persone che non hanno niente da dire e continuano a parlare”.

Se ne evince che chi non ha niente da dire oggi ha comunque molto più spazio e agio di dirlo…

Forse.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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4 commenti su “Tra il dire e il capire…

  1. Comunicare non significa scrivere o sentire o leggere o vedere. Se non c’è scambio, empatia, se non ci sono silenzi o sguardi o atteggiamenti, se non si percepisce un tono diverso della voce, un’inflessione, anche un errore diventa solo un fatto meccanico che scorre via. Molti scambiano la comunicazione con l’esibizione, magari con la necessità di stupire. Oppure di imporre qualcosa che però, se è imposto, scivola via con facilità. Ad un amico, a una persona cara basta uno sguardo o un movimento che altri invece non notano. In pochi sanno riconoscere una luce oppure una richiesta di aiuto o il semplice bisogno di comprensione una stretta di mano, una carezza o un abbraccio. Vale anche quando si parla in pubblico. Se non si trasmettono emozioni il parlare o l’insegnare restano vuoti. I social così diventano simili a tanti amici o conoscenti che ti fanno una domanda ma che non sono disposti ad ascoltare il resto della frase, ti interrompono o ti parlano sopra. Nelle relazioni è sicuramente importante la continuità, ma numeri o quantità non arrivano mai all’intensità di chi ti accarezza con uno sguardo e non ti chiede nulla se non è il caso

    1. Grazie Giorgio, un commento molto sentito il tuo sul quale è il caso di dire che trasmette empatia e ci riesce anche senza lo sguardo o l’aiuto di un tono di voce.
      Esiste una scrittura che può questo, ci sono grandi scrittori, poeti e artisti che hanno questo dono per es., sanno toccare con le parole, hanno molto da dire e da trasmettere. I più grandi romanzi di tutti i tempi restano grandi per questo, dentro ci sono gli uomini, nel senso di umanità, e si sente.
      Forse il limite di questa bulimia compulsiva di parole è proprio l’esibizione senza contenuti, la disattenzione con la quale tutto viene lasciato andare, c’è una specie di disimpegno delle parole, di rumore costante al di là del dire, necessità di presenziare, esibirsi, o chissà… i social non sono luogo dove si cercano risposte, forse anche le domande che si pongono non sono domande… ma sono un mezzo, e i mezzi sono al servizio degli uomini che se ne servono come credono, è sempre così.
      Buona giornata
      Nota Stonata

  2. è vero per molta parte delle persone, ma esistono ancora spazi del silenzio interiore ed esteriore che intimoriscono i deboli e attraggono i forti…ma non è una novità

    1. Certo Claudio, giusta osservazione. Gli spazi di silenzio esistono, sono spazi di riflessione e attenzione…. sono pane per la nostra crescita come persone.
      Un caro saluto
      Nota Stonata

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