ArcheoTour: Porta Pia, la burla di Michelangelo

CURIOSITA’ ROMANE

di Annamaria Sanasi

Questa volta ho voglia di spostarmi dalla zona del centro e curiosare in un altro quartiere, il Nomentano, che ospita la celebre “Porta Pia”.
Sui libri di storia tutti abbiamo studiato di un certo generale piemontese, Raffaele Cadorna, che nel 1870, all’alba del 20 settembre, con un’azione di forza, riuscì ad abbattere una delle porte delle Mura Aureliane. Spodestò in questo modo, dopo più di mille anni, lo Stato Pontificio.

Cartolina commemorativa della “breccia di porta Pia”
(dal sito Roma Sparita)

L’episodio segnò un passo importante nella storia d’Italia, un evento così decisivo da oscurare la figura di Giuseppe Garibaldi che in passato aveva tentato più volte, senza riuscirvi, di ottenere le condizioni politiche favorevoli al compimento della medesima impresa.
Dopo un anno, nel 1871, la capitale d’Italia passò da Firenze a Roma in seguito all’evento che ricordiamo come “La Breccia di Porta Pia”.
Dopo la stipula dei Patti Lateranensi, in ricordo dell’evento, fu realizzato il monumento al Bersagliere.
Rinfrescata così un po’ di memoria scolastica, eccovi la stranezza che tanto mi ha incuriosita; pochi la conoscono, e riguarda i bassorilievi che si trovano sull’arco di Porta Pia.
Osservando il frontale, troviamo tre decorazioni sporgenti a forma di scodella. In un monumento sono alquanto insolite e somigliano sfacciatamente a quelle usate dai barbieri.

La decorazione centrale con il pezzo di sapone nella bacinella

All’interno vi si distingue la forma scolpita di un pezzo di saponetta e intorno al catino, un asciugamano con delle frange.
Inizialmente non riuscivo a capire perché questi tre bassorilievi, mi ricordassero qualcosa di famigliare. Non che io attualmente frequenti ambienti di barberia, per ovvi motivi, essendo io una donna, ma quella curiosità insistente è stata infine soddisfatta da un ricordo.
Come non riconoscerli infatti quegli attrezzi, visto che io ho avuto un nonno barbiere?
Era bellissimo il ricordo di quel salone dove da bambina amavo mettermi seduta, sprofondata in cuscini morbidissimi, avendo davanti tutti i suoi utensili di lavoro.

Ma, accidenti che confusione! Che ci fanno quegli strumenti scolpiti su un monumento? Facciamo un po’ d’ordine. Intanto dobbiamo parlare di una leggenda, ma si sa che in fondo in esse c’è sempre una percentuale di verità.
Il protagonista della storia in questione è niente meno che Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Buonarroti

Andando a spulciare tutte le informazioni, viene fuori che nel 1560 era in carica Papa Pio IV, le cui origini si legavano ai Medici, ma che non poteva vantare una discendenza diretta con la famiglia fiorentina. Il Papa, insomma, era un aristocratico discendente da essa per vie traverse.
Sembra che in realtà appartenesse ad una casata di barbieri milanesi. A ciò si deve il fatto che anziché scolpire senza problemi l’emblema dei Medici, ostentato in questo caso esageratamente, Michelangelo, che era notoriamente legatissimo al ramo principale della famiglia, non accolse favorevolmente la richiesta quando gli fu commissionato il progetto per la sostituzione della vecchia Porta Nomentana.
Propose invece a Papa Pio IV tre diversi progetti che a detta del Vasari (architetto, pittore e storico dell’arte italiana) apparivano tutti e tre bizzarri: erano dunque del tutto fuori dal comune.
Il pontefice, forse sotto consiglio di Michelangelo, scelse quello più economico. L’artista colse la palla al balzo per sbeffeggiarlo, per deriderlo per le sue origini non proprio aristocratiche. Quei bassorilievi infatti sottolineano ironicamente, come ho già detto, la sua appartenenza ad una famiglia di barbieri.
Questo scherzo, che probabilmente non fu compreso dal Papa, rimase in penombra per quasi un secolo.

Scriveva Giggi Zanazzo, all’anagrafe Luigi Antonio Gioacchino Zanazzo (Roma, 31 gennaio 1860 – Roma, 13 dicembre 1911), poeta dialettale romanesco:

Giggi Zanazzo

“Siccome dice ch’er papa che l’ha fatta fa’ ne vieniva dé discendenza de la famija d’un barbiere, l’architetto pe ffallo sapé a tttutto er monno, cià fatto scurpì quella gran cunculina, co’ ddrento in mezzo un ppezzo de sapone e ‘ntorno a la cunculina er si sciuttamano co la su’ bbrava frangia de qua e dde llà. Scherzo che dar medemo architetto è stato messo puro de qua e dde llà de la porta medema”.

Annamaria Sanasi, documentarista, costretta (però non suo malgrado) a seguire il marito anche nelle peripezie più strane della Roma sotterranea. Speleologia e sub, si è interessata da sempre del mondo ipogeo anche se, specialmente in questi ultimi tempi, preferisce mettere la testa fuori del tombino alla ricerca di curiosità sopraffine di cui l’Urbe è ricchissima.


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