Il “Salvadanaio”: Banco del Mutuo Soccorso 1972

Non poteva passare inosservato nei negozi di dischi questo Lp sagomato a forma di salvadanaio che svettava su tutti gli altri per le sue dimensioni.
Lo avevo visto e rivisto e aveva suscitato in me una certa curiosità, ma al tempo io ero un giovanissimo fan dei Rolling Stones e degli altri dischi mi importava poco o nulla.

La facciata ed il retro del disco
L’interno della copertina

Quel disco era uscito nel 1972 e all’epoca gli Stones stavano sfornando quelli che sarebbero diventati dei capolavori della musica rock. Per la delizia dei fans, ancora esaltati dall’uscita di “Sticky Fingers” (1971), aveva fatto capolino quel magnifico doppio Lp “Exile on Main Street” (1972), prima screditato dalla critica per poi essere osannato dopo molti anni.

Quando però la mia curiosità musicale cominciò ad ampliare i miei orizzonti e cominciai a guardar meglio intorno, mi decisi a comprare il famoso “salvadanaio”.

Il Banco negli anni ’70: a sinistra Francesco Di Giacomo, a destra Vittorio Nocenzi

Il Banco del Mutuo Soccorso (BMS) si era formato a Roma nel 1971, appena un anno prima che uscisse quel disco, quando i fratelli Nocenzi, Vittorio e Gianni, ambedue tastieristi, ingaggiarono Francesco “Big” Di Giacomo, cantante di origine sarda e autore di testi.
Dotato di una grande presenza scenica, sia per la sua mole imponente e per la folta barba, ed in possesso di una voce dal timbro lirico, apparentemente discordante dalle caratteristiche dei cantanti rock, saprà dare grande respiro alle atmosfere epiche del gruppo e diventerà l’emblema stesso del Banco.
Queste atmosfere musicali si rifacevano ai primi Emerson Lake & Palmer, i quali infatti non si lasciarono sfuggire l’occasione di scritturare il BMS per incidere i loro futuri dischi presso la loro casa discografica: la Manticore.

All’inizio degli anni Settanta si registrò un grande fermento artistico in campo musicale e anche in Italia stavano nascendo quelle che, almeno a mio parere, sono state le poche band in grado di competere con i ben più conosciuti gruppi anglo/americani.
Erano realtà importanti, come la Premiata Forneria Marconi PFM, che incise il suo primo fantastico disco, “Impressioni di Settembre” (1972); il Banco del Mutuo Soccorso BMS, appunto, con l’album omonimo (1972), e gli Area di Demetrio Stratos che pubblicarono l’immortale “Arbeit Macht Frei” (1973).

Uscii dal negozio Millerecords in Via dei Mille a Roma con il mio bel disco nuovo di zecca in una busta di cellophane: lo infilai nello zainetto a spalla, inforcai il mio Moto Morini 50 rosso e… via a casa per ascoltarlo.

Il vinile con l’inserto delle facce dei componenti del gruppo

Ecco la formazione del BMS in questo album:

  • Francesco Di Giacomo – voce
  • Vittorio Nocenzi – organo Hammond, clarino, voce
  • Gianni Nocenzi – pianoforte, clarinetto piccolo mib, voce
  • Marcello Todaro – chitarra elettrica, chitarra acustica, voce
  • Renato D’Angelo – basso
  • Pierluigi Calderoni – batteria

Appena il disco cominciò a suonare rimasi subito stupefatto dal primo pezzo, di sapore decisamente medioevale, con riferimenti ad uno dei brani più famosi del poema cavalleresco “Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto, quello di Astolfo sulla Luna.

I primi due brani dell’album: “In Volo” e “R.I.P.”

“Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini
ma lascia che io veda la verità
e possa poi toccare
il giusto.

Da qui, messere, si domina la valle
ciò che si vede, è.
Ma se l’imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a rimirarlo da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere
ove gorgoglia il tempo”.


Francesco “Big” Di Giacomo

Anche se fu sempre molto restio nel parlare dei propri brani, Francesco di Giacomo rispose così ad un un intervistatore che gli aveva chiesto cosa intendesse dire, quale fosse, insomma, la valle descritta nel brano “In volo”:

“La valle siamo noi. Per un attimo mi pongo fuori dalle cose.
Quello che c’è è così. Andiamo a vedere se siamo migliorati.
E poi, allora, mi sembrava geniale questo parlare medievale in un’epoca che era molto medievale per le sue restrizioni.
Non avrei mai pensato che oggi potesse essere così grigio.”


Appena finito l’ascolto di quel primo pezzo, venni rapito dal sound coinvolgente del secondo brano, la famosa R.I.P. (Requiescant in pace), forse il brano più famoso di questo disco.
La voce inconfondibile di Francesco Di Giacomo e le tastiere, vibranti ed intense dei fratelli Nocenzi, fra accelerazioni e improvvisi rallentamenti, mi fecero subito capire che stavo ascoltando un long playing che avrebbe fatto la storia del rock progressivo italiano.

Le successive tracce erano “Passaggio”, un breve divertissement di Vittorio Nocenzi al clavicembalo che introduceva una lunga suite (ben 11 minuti), “Metamorfosi”, quasi esclusivamente musicale, con passaggi di rara bravura da parte di Gianni Nocenzi al pianoforte classico, ritmi incalzanti di tutta la band e con pochi, ma significativi interventi di Francesco Di Giacomo.

La lunga suite “Metamorfosi”

Il lato b del disco era praticamente tutto occupato da un’altra lunga suite, “Il giardino del Mago”, storia fantastica di un uomo che nel tentativo di fuggire dal mondo si ritrovava imprigionato nel giardino di un potente mago, luogo dal quale non riuscirà più ad uscire, perdendosi definitivamente in un sogno.
Il disco si concludeva con un breve brano, “Traccia”, anche questo caratterizzato da un sapore medioevaleggiante dato dal ritmo marziale dei tamburi e, ancor di più, dal coro.
Una chiusura straordinaria.
Un bel disco insomma, non c’è che dire.

Il brano che chiude il long playing “Traccia”

Francesco Di Giacomo, il mitico vocalist del Banco del Mutuo Soccorso, è morto a 66 anni il 21 febbraio 2014 in un incidente stradale mentre era alla guida della sua automobile a Zagarolo, in provincia di Roma, dove viveva.
La sua auto è sbandata, probabilmente a causa di un suo malore, ed è finita nella carreggiata opposta andando a scontrarsi frontalmente con un’altra macchina, il cui guidatore rimase incolume.

Alla fine dell’ascolto tolsi il disco dal piatto e lo sistemai in mezzo agli altri sul ripiano della libreria della mia camera da letto: era buffo e svettava per le sue strane dimensioni.

Quell’estate partii per una vacanza con alcuni amici alla volta della Grecia e, dopo una ventina di giorni, quando mi ripresentai a casa mia madre mi disse:

“Sai… mentre eri via ho pensato che ti avrebbe fatto comodo un bel portadischi, te l’ho comprato è di una bella plastica, solida, color fumé, mi dava fastidio vedere tutti i tuoi dischi così in disordine: ora sono più ordinati sulla libreria, fanno tutta un’altra figura, guarda!
Fico! Grazie mamma – risposi – ottima idea!

Continuavo a guardarlo perché c’era qualcosa che non mi convinceva…
Ma cosa era che non mi tornava? Continuavo a guardarlo.

Bah, stavo per uscire dalla mia cameretta quando un pensiero mi folgorò:
mi bloccai sulla porta e mi girai lentamente, il sangue mi si era gelato nelle vene.
Fu in quel momento che un pensiero orribile si insinuò nella mia mente:


“No, non è possibile, non può essere, non può averlo fatto!

PARANOIA!!!

Lo aveva fatto.

Il mio LP amputato della parte inferiore per farlo entrare nel raccoglidischi. Non l’ho mai perdonata.

Nato lo scorso millennio in quel luogo che, anche da Jovanotti, è definito l’ombelico del Mondo, Klaus Troföbien è ritenuto un vero cultore ed esperto di filosofia e costume degli anni 70/80.
È un ardente tifoso della squadra di calcio della Roma, ma non di questa odierna semiamericana e magari presto cinese, ma di quella di Bruno Conti, Ancellotti, Di Bartolomei, di quella Roma insomma che allo stadio ti teneva 90 minuti in piedi e 15 minuti seduto; è inoltre un collezionista seriale di oggetti vintage che vanno dalle cartoline alle pipe, dalle lamette da barba ai dischi in vinile.
I suoi interessi sono la musica pop rock blues psichedelica anni ’70/’80, la fotografia, la cultura hippie, i viaggi, la moto, il micromondo circostante.
Grazie ad una sua fantasmagorica visione è nata Latina Città Aperta, della quale è il padre, il meccanico e il trovarobe.
Politicamente è stato sempre schierato contro.
Spiritualmente, umilmente, si colloca come seguace di Shakty Yoni, space wisper di Radio Gnome Invisible.
Odia rimanere chiuso nell’ascensore.
È stato visto scendere i 1576 gradini dell’Empire State Building in 13h e 13′, incurante degli amici che lo invitavano ad usare almeno il montacarichi.
Un pensiero criticabile ma libero, una mente aperta a 359 gradi.
Ma su quel grado è intransigente.


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