ArcheoTour: Il misterioso disegno di Piazza Giudia a Roma


di Annamaria Sanasi

Nei due precedenti articoli “L’amore per Roma” e “Il pesce troppo lungo fa la differenza”, ho voluto mettere in risalto la storia di Lorenzo Manili con il suo amore per l’antico e la curiosa epigrafe affissa sul frontale della chiesa di S. Angelo in Pescheria.
L’area riguardante la ex Piazza Giudia, che prima dei lavori degli inizi del ‘900 si trovava nella zona che oggi è all’incrocio di Piazza delle Cinque Scuole con Via del Portico d’Ottavia, Piazza Costaguti e Via Santa Maria del Pianto, dà spunto ad altre curiosità.

Piazza Giudia nel 1905

Questa volta l’occhio è caduto su alcuni sanpietrini. Certo, chi è di Roma sa molto bene che gran parte delle nostre strade sono ricoperte da questi piccoli blocchetti di selce, le cui origini sono vulcaniche, creati nel 1500 per agevolare il passaggio delle carrozze.
I quartieri del centro e Piazza San Pietro hanno quindi la pavimentazione formata da sanpietrini. 
Visitare il Ghetto dà sempre una grande emozione, sia per la sua importanza storica che per la sua caratteristica gastronomia: come si fa a non approfittarne, soprattutto durante le calde serate estive per farvi lunghe passeggiate con degustazioni di alcuni piatti tipici?
Gioiello indiscusso del luogo è l’ex piazza Giudia, dove gran parte della comunità ebraica ama ritrovarsi.
Proprio lì, tra i sanpietrini grigi, ne spiccano altri bianchi, che formano un curioso disegno.

Si tratta dell’impronta di un monumento che oggi si trova poco lontano.
Tornando indietro negli anni, ovvero nel 1555, il papa Paolo IV Carafa ordinò la chiusura del Ghetto.
Con la costruzione del serraglio, ossia delle mura intorno ad esso, costrinse tutti gli ebrei che vivevano in varie zone di Roma a stabilirsi in uno spazio delimitato. Ingabbiati come fossero degli animali feroci e vestiti tutti allo stesso modo con un segno riconoscibile addosso, per essere distinguibili dai cattolici.
Tutto ciò determinava una convivenza alquanto difficoltosa, anche perché le condizioni igieniche erano pessime.
Vi erano tre punti di accesso che venivano aperti all’alba e chiusi al tramonto, occorreva pertanto assoggettarsi a degli orari prestabiliti per il rifornimento dell’acqua.
La situazione con il tempo peggiorò sensibilmente, creando non poche preoccupazioni per il timore di epidemie, considerando pure che animali portatori di malattie giravano liberamente nell’area.
In seguito a questi eventi, Gregorio XIII nel 1581 si vide costretto ad allargare la superficie della zona recintata per dare più spazio alla comunità ebraica e per portare l’acqua in diverse piazze del Campo Marzio e nel ghetto stesso.
I lavori purtroppo si arrestarono presso la vicina piazza Mattei, quella con la famosa Fontana delle Tartarughe.
Solo dieci anni più tardi l’acqua potabile raggiunse il cuore del Ghetto.

Si dette l’incarico a Giacomo della Porta, lo stesso che aveva costruito quella fontana, di costruirne una a piazza Giudia. Ecco quindi svelato il mistero della decorazione pavimentale, quelle pietre quindi facevano da cornice al perimetro della fontana.
In seguito, nel 1880, furono demolite del tutto le mura che cingevano il Ghetto, così il quartiere si allargò fino a raggiungere l’attuale via Arenula, realizzata nello stesso periodo.
Tali trasformazioni determinarono alcuni cambiamenti, e tra questi ci fu lo smantellamento della fontana, che fu custodita in un magazzino per molti anni.
Nel 1930 si prese in considerazione la sua ricostruzione, allo scopo di restituirle il lustro che meritava, così oggi possiamo ammirarla a piazza delle Cinque Scole, simbolo dell’estrema importanza che essa aveva per la sopravvivenza degli Ebrei.

1. Il luogo dove era Piazza Giudia (o Giudea) e la fontana
2. Il luogo dove è stata riposizionata la fontana (Piazza delle Cinque Scuole)

Va precisato che alcune sue parti non vennero mai montate, ad esempio il catino superiore, sorretto da un fusto ornato da quattro teste delle gorgoni dalle cui bocche usciva l’acqua. 
Oggi in piazza Giudia di quella fontana rimane soltanto l’impronta, un bel disegno architettonico ed un ricordo al tempo stesso…

La fontana oggi

Annamaria Sanasi, documentarista, costretta (però non suo malgrado) a seguire il marito anche nelle peripezie più strane della Roma sotterranea. Speleologia e sub, si è interessata da sempre del mondo ipogeo anche se, specialmente in questi ultimi tempi, preferisce mettere la testa fuori del tombino alla ricerca di curiosità sopraffine di cui l’Urbe è ricchissima.


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