Erwin Schulhoff: le contraddizioni della vita

                           

Se c’è un artista che rappresenta in modo esemplare la poliedricità dei movimenti musicali ed il moltiplicarsi degli stili compositivi nel Novecento, questo è senza dubbio Erwin Schulhoff.

Nacque nel giugno del 1894 a Praga da una famiglia della ricca borghesia ebraica di lingua tedesca, suo padre infatti era un grosso commerciante di lana e cotone e sua madre era figlia di un regista teatrale.

Nella sua casa natale l’arte si respirava ad ogni angolo: del resto in quella famiglia c’erano sempre stati parecchi artisti e musicisti.

Erwin già verso i tre anni stava tutto il giorno letteralmente appiccicato al piano, lo strumento musicale immancabile in ogni buona famiglia borghese fin de sìecle. Il bambino progredì così tanto nel suonarlo che la madre, quando il figlio ebbe compiuto i dieci anni, lo portò dal ‘’monumento musicale’’ vivente, Antonin Dvorak, per avere un parere sulle sue doti.

Dvorak, che non amava affatto i bambini prodigio, rimase tuttavia impressionato dal talento del ragazzino, tanto da scrivergli una lettera di raccomandazione per l’ammissione al conservatorio di Praga. In tal modo, Erwin vi entrò appena compiuti i 10 anni: era questo il primo passo della sua carriera musicale.

Finiti gli studi andò a perfezionarsi a Vienna e dopo qualche anno, precisamente nel 1910, si spostò dapprima a Dresda poi a Lipsia, per seguire i corsi di composizione tenuti da Max Reger.
Iniziò quindi anche a comporre: vinse due volte il premio Mendelssohn: fu nel 1914 e in quella circostanza Schulhoff si impose sia come pianista che come compositore.

Nel 1913 per qualche tempo studiò composizione a Parigi con Debussy, autore del quale era fervente ammiratore. Tra i due però non si creò mai del ‘’feeling’’.

Claude Debussy

Quel che Schulhoff rimproverava al compositore era di volergli insegnare pedantemente quelle regole che da tempo nelle sue composizioni lo stesso Debussy aveva superato.

Nel frattempo ebbe occasione di sentire il ‘’Pierrot Lunaire’’ di Arnold Schoenberg che lo colpì profondamente, tanto che nelle sue composizioni giovanili abbandonò le influenze tardoromantiche e impressionistiche per aderire alla atonalità della Nuova scuola di Vienna.

Purtroppo scoppiò la Prima guerra mondiale e Schulhoff si ritrovò arruolato nell’esercito austroungarico: conobbe il combattimento in Ungheria, dove nel 1916 fu ferito a una mano da delle schegge. Ebbe perciò un terribile shock nervoso, dovuto soprattutto alla paura di non poter più suonare, ma, ripresosi, nel 1917 fu spedito al fronte russo, giusto in tempo per assistere al crollo dell’impero zarista. Fu poi dislocato in prima linea ad Asiago, in territorio italiano.

Erwin Schulhoff

La guerra finì e come tanti Schulhoff ritornò a casa disilluso e arrabbiato: politicamente era vicino al socialismo moderato, ma ora che l’impero asburgico non c’era più si accorse che la Cecoslovacchia era un tale crogiuolo di etnie che lui stesso non sapeva di preciso a quale di esse appartenesse. Diciamo che la sua situazione era simile a quella del suo conterraneo Kafka: anche lui faceva parte della borghesia ebraica praghese che in casa parlava tedesco. Il musicista sentiva sua la cultura tedesca, in particolare quella musicale, ma al tempo stesso aveva stretti contatti con gli intellettuali cechi, soprattutto con i letterati.

Decise nel 1919 di trasferirsi a Dresda con la sorella Viola, pittrice, e lì iniziò a frequentare gli artisti che facevano parte della cerchia di Otto Dix. La sua musica era ancora atonale, lui aveva stretti rapporti epistolari con Alban Berg e gli altri innovatori viennesi.

Iniziò quindi una serie di concerti attraverso la Mitteleuropa per promuovere la cosiddetta ‘’musica del futuro’’, spinto anche dal bisogno finanziario che lo perseguiterà per tutta la vita. La crescente svalutazione stava infatti divorando le ricchezze di famiglia.

Conobbe Georg Grosz ed il movimento dadaista a Berlino. Tra l’altro fu proprio Grosz che con i suoi dischi gli fece conoscere il ragtime americano ed il Jazz. Questo, per Schulhoff fu un autentico colpo di fulmine: abbandonò l’atonalismo per tornare all’armonia classica, producendo musiche intrise di jazz e politonalità.

Iniziò così a comporre brani classici contaminati dal jazz e, per necessità, musica da ballo, che sfruttò poi negli ‘happening’ dada.

Nel 1920 organizzò il primo evento dadaista a Dresda con la partecipazione di artisti di ogni tipo, sul modello del gruppo berlinese di Grosz, che l’anno successivo lo invitò a comporre le partiture musicali delle ‘’scandalose’’ provocazioni dadaiste da lui dirette in giro per la Germania.

Una delle scandalose provocazioni dadaiste di Erwin Schulhoff: “Sonata Erotica” (1919)

Dopo essersi sposato con Alice Libochowitz, Erwin si trasferì a Berlino dove cominciò a comporre musiche che si avvicinavano al neoclassicismo e alla musica popolare slava, ma intanto la contaminazione classico-jazzistica continuava.

La sua carriera concertistica andava a vele spiegate: Schulhoff fece diverse tournee in Europa e inoltre le sue composizioni erano ampiamente eseguite e lo furono per tutto il decennio successivo, al punto che nel 1924 la Universal lo mise sotto contratto, il che voleva dire sicurezza economica dato anche che la famiglia si allargava con l’arrivo del figlio Peter. Nello stesso tempo suo padre stava andando in rovina ed i litigi familiari erano divenuti piuttosto frequenti.

Schulhoff e suo figlio Peter

Erwin stava guadagnando abbastanza ma pareva che i soldi non gli bastassero mai, così decise di tornare a Praga dove nel 1924 succedette a Max Brod come critico musicale del Prager Abendblatt.

Nonostante il crescente bisogno di soldi Schulhoff era famoso in tutto il mondo, al punto che nel 1930 suonò al mitico Concertgebouw di Amsterdam mentre le sue composizioni furono eseguite in vari festival tra cui quello più prestigioso di tutti, quello di Salisburgo.

Cominciò a suonare pezzi di Alois Hàba scritti per piano accordato per quarti di tono, e compose anche lui qualcosa con questa tecnica. Presto però tornò alla sua musica, che era un melting pot di influenze espressionistiche, popolari e jazz.

Nel 1928 pubblicò le prime registrazioni fonografiche di esecuzioni di sue opere eseguite da lui stesso al piano per la Polydor. 

Negli anni trenta si avvicinò sempre più al comunismo tanto che aderì al movimento ceco “Fronte Sinistro”.

Nel 1933 fece una tournee in Urss dove fece concerti a Mosca e Leningrado: e si avvicinò ai canoni estetici del realismo socialista che però non lo convinceva fino in fondo, sembrandogli uno stile molto formale.

Tornato a casa decise di mettere in musica, in forma di cantata, il Manifesto di Marx e Engels, e iniziò a comporre sinfonie e altri lavori in cui si sentiva chiaramente l’incombere della catastrofe che da lì a poco travolgerà il mondo intero.

Erwin Schulhoff : Susi (1937)

Alla sfrenatezza liberatoria del jazz in lui si sostituì una cupezza e una desolazione sconcertanti: sembrava che nei finali dei suoi lavori ci fosse posto solo per un “ottimismo di facciata”, come spesso accadeva con quelli di Shostakovich.

Con l’invasione della Cecoslovacchia nel ’41 da parte dei nazisti, la sua vita venne stravolta radicalmente: lui, tra l’altro, nel frattempo si era iscritto al partito comunista e aveva richiesto e ottenuto la cittadinanza sovietica. 

Presto vide la sua Opera ‘Flammen’ cancellata dai cartelloni dell’opera a causa delle politiche razziali naziste ed il suo entusiasmo per il Jazz e il suo impegno politico lo fecero emarginare dal circuito artistico. Certo che per lui, comunista ed ebreo, che non rispettava lo stile musicale prediletto dal Reich era sin troppo facile trovarsi inseriti nella lista degli artisti “degenerati”.

L’avvento del nazismo nei paesi di lingua tedesca lo costrinse a non dare più concerti e a lavorare per mantenersi a Radio Praga, da dove le sue esibizioni, registrate, riuscivanio ad arrivare ancora a Parigi e Londra. Sotto vari pseudonimi lavorò col teatro d’avanguardia praghese Befreiten Theatre e col teatro degli operai.

Le sue musiche diventarono però più difficili da fruire e questo diede alla Universal il pretesto per non rinnovare il contratto di pubblicazione dei suoi lavori.
Anche la sua vita familiare precipitava: sua madre morì nel’38 e nel frattempo sua moglie si ammalò gravemente e dopo un po’, una relazione inattesa di Schulhoff con un giovane studente li portò a divorziare.

Il 13 giugno del ’41 il musicista richiese il trasferimento in Urss, in base al trattato Molotov-Ribbentrop, ma purtroppo il 22 dello stesso mese la Germania invase con l’operazione Barbarossa il territorio sovietico.

Reparti tedeschi avanzano durante l’Operazione Barbarossa

Il giorno dopo Schulhoff venne arrestato, in qualità di cittadino sovietico, e venne internato nel lager della fortezza di Weissenburg in Baviera, dove nell’agosto dell’anno successivo morì di tubercolosi ad appena cinquanta anni.

Quella di Erwin Schulhoff , eliminato per ragioni politico razziali, è stata una vera e propria ’’morte musicale’’, al pari di quello che avvenne a tanti musicisti, ebrei e non, che non accettarono i canoni artistici imposti dal nazismo. E’ triste considerare che sia occorso tanto tempo per riscoprire il genio di alcuni di questi artisti e che solo negli ultimi decenni si sia mosso qualcosa.

Tonino Panino è nato, o meglio è stato covato a Roma negli anni del boom italiano, cioè all’incirca a metà degli anni Cinquanta.
Già da piccolo amava a tal punto i suoi contemporanei che meditava di fondare un Erode Fun Club.
La faccenda si concretizzò solo qualche decennio dopo e Panino, insieme col collega Tarallo, venne nominato membro a vita del sodalizio, percorrendone per intero il cursus honorum.
Figlio unico, per buona sorte dei suoi mancati fratelli e sorelle, da piccolo non era molto studioso, preferendo trascorrere il suo tempo tra le braccia di Euterpe, piuttosto che a scuola, ascoltando musica e suonando: prima il pianoforte, poi il violino, quindi le percussioni e per ultimo il campanello di casa.
Senza musica non vivrebbe, lo sanno anche in casa, luogo nel quale è sottoposto giornalmente ad una flebo di gorgheggi melodici.
La sua musica preferita è il folk jazz sinfonico, ma non gli dispiace neppure la musica elettro-barocca da camera: comunque vista la sua spaventosa apertura mentale in campo musicale si può dire gli piacciano tutti i generi tranne i raga tibetani.
Non è una buona forchetta e non ama stare in tavola più di 35 secondi, e questo solo nel raro caso si senta di buon umore.
Ha la cordialità di un riccio arrabbiato ed è abitudinario al punto di non aver mai cambiato moglie.
Parla fluentemente un po’ di lingue tra cui l’uzbeco e il sezzese. 



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