Grandi ritorni per Tarallo

                                                         

Lo dicevano tutti: Monsignor Luis Verafé, il gesuita più vicino al vertice, non sembrava più lui. Non che l’autorevole religioso avesse perso di colpo quell’aria di dolente compianto per i peccati del mondo che lo spingeva così spesso a sollevare gli occhi sbarrati del martire verso l’alto delle sfere celesti; non che il pallido, modesto sorriso da santo arrostito non gli addolcisse più i lineamenti quando, prima che lui lo concedesse, qualcuno gli chiedeva un favore; non che un rapido lampo di odio, così repentino da essere impercettibile, non gli guizzasse più sul volto quando qualcosa metteva a repentaglio i suoi piani.
No, l’alto prelato non si era ancora snaturato fino a quel punto: riusciva ancora benone a suscitare in chi lo accostava la sensazione di doversi giustificare di qualche orrendo crimine mai commesso ed il caratteristico pianto decorativo e coccodrillesco continuava a soccorrerlo mentre, dopo averlo sminuzzato a morsi, trangugiava placidamente chi gli si era messo di traverso.
Subito dopo, insieme col ruttino, da quegli occhi puri arrivava una totale rivendicazione di innocenza: “Non l’ho mangiato mica io!”. 

Monsignor Verafé
Monsignor Verafé

Eppure in lui fermentava qualcosa di inedito, lo si intuiva. Era più deciso nel portamento, appariva meno solenne, più svelto nei gesti, nei movimenti, nell’andatura e chi lo conosceva da tempo percepiva questo suo nuovo registro, preoccupandosene, perché sapeva che un incremento di attività da parte di quel bello spirito avrebbe portato ad un incremento di cadaveri, parlando naturalmente in senso figurato.
Verafé dava l’impressione di aver velocizzato la sua azione, di essere più sbrigativo e meno cauto nel decidere. Pareva muoversi come se qualcosa lo rodesse dall’interno.
Nessuno naturalmente poteva immaginare che quell’inedita velocità di giudizio e di reazione, così contrastante con la sua indole segreta di gelido calcolatore, fosse dovuta all’effetto tonificante della poltrona Onyric, da tempo in suo possesso, ed alle frequentazioni inimmaginabili che essa gli permetteva.

La poltrona Onyric

In effetti, dopo alcuni giorni di indifferenza, se non di aperta ostilità per quel prodigio tecnologico che permetteva a chi la usava di scegliersi i sogni a piacimento e di viverli in modo tremendamente realistico, il gesuita aveva finito per cedere con gioia selvaggia a quelle lusinghe meravigliose.

In un primo tempo si era limitato a ripercorrere il cammino onirico che aveva già dannato un suo collega, il saponoso Monsignor Benigno Bertoni, poi, ingolosito, si era affidato ai sogni pazzi presenti nel catalogo di programmazione della poltrona.
Così, dopo una torrida storia d’amore con Ava Gardner, ereditata proprio da Bertoni e da lui troncata quando l’attrice, gelosa di Mata Hari, aveva minacciato di vuotare il sacco col suo diretto superiore, il Generale dei Gesuiti, Verafé aveva optato per una pazzesca promiscuità di rapporti e situazioni, sognando e amando ogni notte una donna diversa.
Del resto tutto è concesso in sogno, o no?
Si era infilato dunque in una sarabanda ubriacante di avventure erotiche.
In qualità di erpetologo reale, di esperto di serpenti di corte, insomma, era riuscito ad avvicinare Cleopatra un attimo prima che si facesse mordere dall’aspide, aveva personalmente morso la bestia, avvelenandola, conquistando così la bella sovrana.

Allora, dopo una cena romantica in riva al Nilo, dal cui menù era stata rigorosamente bandita la faraona, il gesuita aveva goduto una notte di delizie con l’irruenta egiziana.

In un’altra situazione prevista dal catalogo, si era nella Parigi bohemienne del 1918, era addirittura riuscito a convincere la bellissima Jeanne Hébuterne a lasciare Modigliani per lui e, tra un amplesso ed una posa, tra una carezza ed una pennellata, si era fatto effigiare dalla pittrice nel famoso “Ritratto di gesuita presbite in poltrona”.

Jeanne Hébuterne

E non era ancora tutto. L’iscrizione del religioso al corso di canto tenuto da Jovanotti, aveva fatto invece da premessa alla morbosa relazione di Verafé con una giovanissima Rita Pavone, piccola, ossuta e lentigginosa, ma con una grande carica sexy.

Rita Pavone

Se le conseguenze delle lezioni prese dal gesuita vennero duramente scontate dalle orecchie dell’umanità che viveva nel raggio di trentatre chilometri dal suo canto e da un centinaio di sfortunati bicchieri che si frantumarono alla  quarta, devastante stecca, fu decisiva ai fini della relazione con la cantante, la sua scazzottata con Teddy Reno che, come in un combattimento a cornate tra alci, stabilì a chi dovesse appartenere quel vivace progetto di donna.

Che sogni da sogno! Si capisce che questo tenore di vita avesse in qualche modo risarcito il controllatissimo e calcolatissimo monsignore, di un’infanzia a pane e rosari e di decenni di devozione erotica al potere, mostrandogli altre e differenti possibilità di trarre piacere dal catalogo mondo.
Non per questo poteva supporsi che Verafé cambiasse davvero personalità. Nonostante le notti avventurose, i suoi giorni seguitavano ad essere segnati dalla sua sulfurea capacità di manovra e dal potere che lui sommergeva sotto una patina di velenosa modestia. La modestia di un santo.  

Un santo.
Ecco come dovette apparire a Donna Annunziata Capeciole Bertoni, centodue anni suonati, che gli si presentò, in lettiga e con una flebo di sciroppo di fragola infitta in vena, per perorare, piangendo a distesa, la causa di suo figlio Benigno, il monsignore, disperso in Uzbekistan durante un duro percorso di esercizi spirituali.

Deserto del Kyzylkum – Uzbekistan

Verafé finse di non sapere nulla e fece dono alla decrepita signora del suo famoso, esangue sorriso da santo arrostito.

“Non dubiti, cara, veneranda signora – le disse Verafé con aria sospirosa – metterò subito in moto i miei contatti, organizzerò altri soccorsi e vi riporterò indietro il figliolo”.

In realtà era stato proprio lui a spedire Bertoni in castigo in quei luoghi inospitali, e sempre sua era stata l’idea di ambientare nello zoo di Tashkent la famosa seduta di esercizi spirituali denominata : “Insegnare il Vangelo a tigri rimaste a digiuno della Buona Novella e lasciate a digiuno in generale”, nel corso della quale si erano perse le tracce del monsignore.

Il Direttore del Fogliaccio, Frangiflutti, anche lui partecipante alla seduta, era stato da poco recuperato su uno dei rami più alti di un albero di gelso, lacero e convinto di essere un videocitofono.
L’operazione di salvataggio era stata compiuta da un elicottero della Protezione Incivile Uzbeka, un pugno di persone dalla spettacolare maleducazione, che in capo a trenta secondi convinsero il giornalista che sarebbe stato preferibile rimanere in balia delle tigri.

Frangiflutti, una volta che si fu ripreso dallo shock, riferì alle autorità di aver visto per l’ultima volta Monsignor Bertoni mentre, dimostrando un’ottima condizione fisica nonostante le trippe vivaci, correva di buona lena verso l’uscita dello zoo, tallonato da una tigre siberiana, da un gibbone, da una lince e dall’operatore del gestore telefonico Strill, che aveva da proporgli un piano tariffario assolutamente concorrenziale.

Dopo il colloquio con la vetustissima madre del prelato, Monsignor Verafé si convinse che era tempo di richiamare le sue due pecorelle all’ovile, certo della loro avvenuta redenzione, ed ancor più certo che sia Bertoni che Frangiflutti  avrebbero potuto scordarsi di riavere indietro la magica poltrona Onyric.
Mosse alcune pedine in Uzbekistan e le indirizzò alla ricerca del religioso disperso.
Dopo alcuni giorni in cui la zona selvaggia che circondava lo zoo di Tashkent venne battuta da un plotone di soccorritori, finalmente, in un locale equivoco dei dintorni vennero ritrovati tutti: Bertoni, la tigre siberiana, il gibbone e la lince.
L’unico a rimanere uccel di bosco fu l’operatore telefonico della Strill, che aveva fatto perdere le sue tracce dopo aver rifilato il suo dannatissimo contratto sia alle belve che a Bertoni.

A quel punto Verafé decretò che il Monsignore e il giornalista potevano rientrare in patria, mondi ormai da ogni peccato.
A Frangiflutti fu però imposta la condirezione del Fogliaccio insieme con Lello Rapallo, l’uomo dalle ascelle palustri, e Monsignor Bertoni fu destinato all’Ufficio Pontificio per le Relazioni coi Culti Animistici.

Nel primo pomeriggio di un giorno di giugno, dimagriti, pieni di bubboni da punture di insetto e afflitti da una manciata di nuovi tic nervosi, Ognissanti Frangiflutti e Monsignor Benigno Bertoni, scesero dall’aereo e fecero dunque ritorno sul suolo patrio. 

Lallo Tarallo, dipendendo ora da due direttori, si trovò dunque nella condizione di vedere presumibilmente raddoppiati i suoi guai.     

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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