Mendel dei libri e la scomparsa di un mondo

                                          

“Di tutti gli strumenti inventati dall’uomo- scriveva Borges – il libro è il più straordinario, perché se la spada è il prolungamento del braccio e il cannocchiale lo è dell’occhio, il libro è il prolungamento della mente e della fantasia”. 

In un periodo come quello presente ed in un paese come il nostro, in cui l’abitudine a leggere, già molto meno radicata che in altre nazioni, va declinando, va tenuta cara ogni possibilità ed ogni mezzo che siano capaci di ricordarci quale meraviglioso piacere sia la lettura e quali siano i poteri magici ad essa legati.

Idee, fantasia, svago, conoscenza, cultura e culture, confronto e conforto: ognuna di queste parole può essere lecitamente riferita alla funzione del libro, un mondo sterminato fatto appunto di parole, parole che tutto riescono a trasportare, a travasare utilmente in noi e fuori di noi, parole che tutto contribuiscono a sapere, immaginare, costruire.
Il libro è quindi un oggetto dalla fortissima funzione individuale e sociale.
Che ci sia una relazione diretta tra il declino della cultura media in un paese e la sua  decadenza civile, sociale ed economica è un dato di fatto acclarato da secoli e continuamente confermato, oltre che da montagne di studi specifici, anche dal puro buon senso, dalla osservazione e dalla analisi dei percorsi delle società umane.

In Italia da sempre paghiamo un prezzo elevatissimo alla nostra debolezza culturale, tanto pesante da poter affermare che il problema culturale italiano racchiude ogni altro problema.
Una società difesa da un accettabile livello di cultura e di conoscenza, ha maggiori possibilità di orientarsi meglio, di evitare, come capita a noi, di fare scelte che si rivelano puntualmente sbagliate, di cedere di schianto alle millanterie o alle cialtronerie da piazzisti e imbonitori che costituiscono spesso l’unica cifra rilevante di classi politiche inevitabilmente mediocri. Classi dirigenti che, al contrario di quanto ci si ripete con interessata superficialità, per consolarci deresponsabilizzandoci, non sono infarcite di esseri alieni dediti alla rapina ed alla dissipazione, ma da gruppi di soggetti che ci rispecchiano perfettamente.
Da sempre vedo il libro come una fonte di piacere, ma non posso non considerarlo dunque anche come uno strumento fondamentale di resistenza all’incultura e ad ogni possibile barbarie. 

Uno dei racconti più belli che io abbia mai letto riguardante i libri e l’amore per essi, e nel quale vi consiglio appassionatamente di incappare, è senza dubbio “Mendel dei libri” di Stefan Zweig, il grande scittore mitteleuropeo del quale ci siamo già occupati nella nostra rivista (qui il nostro articolo).

E’ una novella breve ma di grande intensità, scritta con la maestria narrativa e l’incisività di scrittura tipiche dell’autore, sempre in grado di portarci quasi fisicamente a vivere le atmosfere che descrive e a stare in mezzo ai personaggi come se fossimo ospiti invisibili. Questa, in breve, è la trama di questo assoluto gioiello letterario.

Al termine della Prima Guerra Mondiale, il conflitto che ha per sempre distrutto la potenza e la grandezza dell’Impero Asburgico, un narratore, tornato a Vienna, per ripararsi da un temporale entra in un caffé che nonostante sia cambiato negli arredi e nella gestione, riconosce come il “Caffé Gluck”, un locale da lui frequentato molti anni prima. Dovendo scrivere qualcosa su Mesmer e non avendo trovato nulla a riguardo in biblioteca, era stato all’epoca consigliato da un amico di recarsi in quel caffé e di rivolgersi all’ebreo Mendel, che vi era ospite fisso e che vi teneva un suo modesto commercio di libri. 

Mendel di essi sapeva tutto, ogni cosa: era una sorta di catalogo vivente dei libri, libri che non leggeva ma dei quali sapeva quel che c’era da sapere.
Di ogni edizione conosceva il frontespizio, la rilegatura, l’anno in cui era stata pubblicata e le eventuali ristampe, ed essendo in contatto con bibliofili di ogni paese, era in grado anche di procurare volumi su richiesta.
Chiedere qualcosa di un argomento a quel personaggio significava venir portati da lui a conoscenza di ogni pubblicazione che lo riguardasse.
Un tavolo del Caffé Gluck fungeva quotidianamente da ufficio a quel Mendel dalla memoria prodigiosa, sempre preso a leggere o ad occuparsi di libri, scontroso in apparenza, ma capace di accendersi, di prender vita non appena aveva l’occasione di parlarne, di illuminarsi, di trasfigurarsi sotto la spinta della passione.
Una passione pura, incorrotta, tale da non renderlo interessato al denaro né a tutto ciò che esisteva al di fuori del suo sterminato mondo cartaceo, dei  suoi titoli, delle sue edizioni, delle relative parole ed idee.

Il narratore chiede di Mendel al personale del locale, ma solo la custode della toilette, unica superstite della vecchia gestione, è in grado di raccontargli la tristissima storia del bibliofilo e della sua fine. 

Totalmente immerso nel suo mondo di libri, Mendel era pressoché disinteressato al mondo reale, e ignorava del tutto le vicende grandi e piccole che vi avvenivano.
Chino sulle sue amate pagine, assorto nella consultazione dei cataloghi di libri, non si era nemmeno accorto di una quisquilia come il deflagrare di una guerra dalle dimensioni mondiali.
A testa bassa, quietamente, aveva continuato a corrispondere con bibliofili di ogni nazione, ma alcune cartoline da lui ricevute e spedite da suoi corrispondenti francesi ed inglesi, provenienti cioè da due nazioni in conflitto con l’Impero Austroungarico, erano state intercettate, riversando su di lui l’attenzione della polizia.

Si era scoperto dunque che Mendel che da oltre trent’anni risiedeva a Vienna, da sempre concentrato sulla sua passione per i libri, non si era mai curato di prendere la cittadinanza austriaca.
Per l’autorità di una potenza in guerra lui risultava essere semplicemente e decisivamente un nemico, un russo senza documenti, forse una spia.
A questo punto il pover’uomo per la prima volta nella sua vita era stato costretto ad uscire dal suo mondo di carta e a fare brutalmente i conti col mondo reale: internato in un campo di concentramento per prigionieri russi, ne era uscito dopo due anni, completamente distrutto.
Non era più lo stesso, ma ugualmente aveva tentato disperatamente di tornare al suo caffé, alla sua quotidianità di un tempo.
Tutto però era cambiato: il paese, la proprietà del Caffè Gluck e lui stesso, incapace ormai di ritrovarsi.
Il nuovo gestore lo aveva quindi allontanato, gettandolo in braccio alla sua destinazione finale. 

La scomparsa di Mendel nelle intenzioni di Zweig, va a simboleggiare narrativamente la scomparsa di un mondo intero, un luogo in cui si poteva ancora credere al valore ed alla unicità delle cose, sostituito dall’imporsi di un modello di società più arida e conformista. 

Per questo in “Mendel dei libri” appare ancora più alto l’omaggio che l’autore fa alla parola, alla cultura ed alla sua refrattarietà ad essere confinata, recintata.
La nostalgia di tutto ciò che era stato spazzato via dal conflitto mondiale, permea con la sua eleganza soffusa questo straordinario racconto, esprimendo lo stesso rimpianto dimostrato da Zweig anche e soprattutto col suo bel libro “Il mondo di ieri”. 

Stefan Zweig

E’ un rimpianto che viene sintetizzato interamente dalla parabola di vita di Mendel: “Mendel non era più Mendel come il mondo non era più il mondo”.   

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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