Chi parla male…

“Le parole sono sacre. Meritano rispetto. Se scegli quelle giuste nel giusto ordine, puoi spostare un pochino il mondo”.

La citazione è di Tom Stoppard,  drammaturgo, sceneggiatore, regista e scrittore britannico, molto apprezzato per la prolificità di testi teatrali e vincitore di molti premi, tra i quali il premio Oscar per la sceneggiatura del film “Shakespeare in love”, che molti ricorderanno. Stoppard è dunque qualcuno che maneggia con cura le parole, che nel trattare dialoghi e scegliere espressioni umane sa perfettamente quanto il messaggio sia determinante, soprattutto lo vede nell’ottica della sacralità e del rispetto verso la parola che solo la Cultura può dare.

Tom Stoppard

Allora, mi chiedo e vi chiedo: con le parole si può davvero spostare un pochino il mondo?
Io direi di sì.
A riprova di questo inviterei a considerare che ci sono parole che risuonano ancora,  eterne, che il mondo lo hanno spostato davvero. Hanno cambiato la sensibilità, commosso e toccato corde profonde, hanno portato alla conquista di diritti, aperto varchi nel pensiero, contribuito a combattere ingiustizie e sollevato dalla disperazione, insegnato, confortato e scosso le coscienze. 
A queste parole voglio pensare quando si evoca questo generoso e rivoluzionario anelito a spostare un pochino il mondo e a queste parole, che spesso oggi vedo abusate, vorrei si prestasse davvero attenzione, sollevandole dal rumore ossessivo che tende a sovrastarle, perché questo stesso mondo non finisca per sprofondare nel baratro della privazione di sentire e pensare.
Prescriverei come cura preventiva rammentare, ogni volta che stiamo per pronunciare delle parole, che fare scempio delle parole è un crimine e chi lo avalla, bonariamente o in modo farsesco, e chi furbescamente lo giustifica, è un ignorante oppure è in malafede, o forse tutte e due le cose.

“Chi parla male pensa male e vive male”, 

la citazione è tratta dal film Palombella rossa di Nanni Moretti,

e a mio parere se lo fa attraverso il megafono dei media, stampa, televisioni, social e quant’altro, abitua a pensare male e a vivere male.

È innegabile che molti problemi derivino all’uomo dall’uso scorretto che si fa delle parole e dalla cattiva conversazione.  Fermo restando che conversare presuppone disponibilità all’ascolto e l’ascolto presuppone quel minimo di reciprocità, rispetto, capacità di considerare i punti di vista altrui e non solo.
Le parole sono anche determinate dai nostri stati d’animo, il loro peso varia a seconda di ciò che sentiamo, così come la percezione della realtà che ci circonda, perché siamo costantemente condizionati dal nostro sentire: tristezza, rabbia, infelicità e felicità, buon umore e serenità, influenzano il nostro linguaggio quanto la nostra capacità di giudizio.
Bisogna trovare le parole giuste allora, e stabilire una reciprocità che sappia alimentare quelle stesse parole di valori e sensibilità comuni, che sono poi il mondo che sta dietro alle parole. Tutto ciò non è affatto semplice senza la Cultura.

Carlo Levi

Lo scrittore Carlo Levi intitolò un suo libro “Le parole sono pietre” e non lo fece certo per caso, ma proprio nella consapevolezza del loro peso e della forza con la quale possono trasmettere valori e sentimenti che invece, di contro, in un linguaggio svuotato da significati travisati e violenti, verrebbero calpestati e azzerati con altrettanta forza devastatrice.

Il linguaggio è davvero una delle più importanti e determinanti attitudini umane, relazionarsi all’altro è essenzialmente fare buon uso delle parole, perché se le parole sono come pietre, giustificarne e avallarne un uso improprio significa autorizzare alla “lapidazione”.

Viviamo un tempo nel quale troppi oramai abusano delle parole in un linguaggio sempre più scarno e violento. Alcuni, interessati esclusivamente ad attrarre facile consenso, le lanciano in forma di slogan, senza considerare il loro impatto o forse proprio in ragione di un intento fuorviante strumentale ai propri interessi; altri le rilanciano attraverso commenti senza volto, servendo lo stesso intento, in modo più o meno consapevole.

Carola Rackete comandante della Sea Watch

In una società nella quale la velocità di comunicazione riduce sempre più i contenuti e limita il pensiero a vantaggio dell’effetto dirompente, quello dai toni sempre più forti, la denigrazione risponde a dinamiche di sfogo, violente e contagiose, nelle quali tutto viene facilitato dalla distanza che si fa assenza. Il senso della “realtà” si perde e non si valutano neanche più le conseguenze che vi si possono causare. Probabilmente la realtà sfuggirà di mano, sino a che non si riuscirà più a dominare l’effetto domino di questi cambiamenti.
Il clamore della folla, forte dell’anonimato, l’urlo dell’insulto che si fa istigazione alla violenza, il sentirsi autorizzati all’offesa, sdoganato dall’arroganza del potere sino a spingersi all’incitamento all’abuso sull’altro, viene amplificato dai mezzi di comunicazione.
Oggi fa ancora il giro del mondo l’audio degli insulti a Carola Rackete, comandante della nave Sea Watch, che con la sua vicenda ha spaccato un Paese in due: da una parte c’è chi ha considerato il primato del Diritto sulla Forza, dall’altra chi, attraverso insulti, denigrazione e una campagna mediatica costruita su molte fake news, ha cercato di istigare all’odio trasformandola in una battaglia politica. Ma questo è solo l’esempio più recente del fenomeno.
Chi parla male pensa male e  diffonde cattivi pensieri che prima o poi si tradurranno in cattive azioni, come se ci fosse una doppia morale in chi crede si possa autorizzare la violenza, giustificando parole che cadono come pietre a lastricare la strada verso le cattive azioni di domani. 

Domani è dietro l’angolo.
Domani è già oggi…

FORSE

“La mia regola è usare soltanto parole che migliorino il silenzio”.
(Eduardo Galeano)

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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Un commento su “Chi parla male…

  1. E’ in atto da anni una dealfabetizzazione, la riduzione del linguaggio come quantità e qualità sempre allo scopo di raggiungere o mantenere il potere. La malavita o il potere economico fine a se stesso, controllano o condizionano gli organi di informazione. Gli anni ’80 e seguenti con la televisione adesso anche i social. Il caso di Carola è esemplare per tanti aspetti. Una parte politica raggiunge il potere puntando sulla paura e la violenza come soluzione alla paura. Come la mafia prospera creando crisi economica e insicurezza, così una certa parte politica senza qualità e valori ha bisogno di creare continuamente nuove paure e avversari, anche per spostare l’attenzione dai veri problemi e dall’incapacità politica e morale espressione di questa parte politica. Ha bisogno, questa parte politica, di un sistema maschilista che annulli il merito, le capacità. Per questo Carola da fastidio. E’ una donna, giovane, ha esperienza, capacità, conoscenza. Non ha bisogno della forza avendo la forza del diritto e dell’umanità, che mancano a quella parte politica. Ha dei valori che disturbano e mettono in ridicolo quella parte politica che non ha mai lavorato, che ha sempre vissuto nella politica o della politica o nel pubblico grazie a raccomandazioni e conoscenze o favori. La parte politica che si alimenta del popolo pauroso, senza valori, disattento, superficiale, dealfabetizzato, di notizie false e di violenza non può tollerare la conoscenza, la capacità, il coraggio di rischiare, il rispetto e i diritti. Questa violenza verbale dell’incapacità e dell’ignoranza diventano un falso valore, insieme agli stessi mezzi politici usati dalla mafia. Partendo dalle minacce, dalle intimidazioni, dai condizionamenti, dal ricatto.

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