La maldicenza


Fin dalla notte dei tempi, alle persone piace parlare (spesso a sproposito) degli altri. Attività che richiede una certa applicazione e che, apparentemente, garantisce una buona dose di soddisfazione; altrimenti non godrebbe da così tanto tempo di un tale successo. Ci si può scambiare informazioni su comuni conoscenze, rilanciare pettegolezzi più o meno divertenti, oppure diffondere giudizi poco lusinghieri quando non espressamente ostili.

Le motivazioni per le quali si mette in giro una maldicenza ai danni di un amico/conoscente possono essere varie: invidia, ruggini personali, presunti sgarbi subiti, oppure l’intenzione di fare terra bruciata intorno a un “nemico”, vero o immaginario. Caratteristica di una maldicenza, affinché sia efficace, è la verosimiglianza: se si esagera finisce che nessuno ci crede e si fa la figura di chi non ha tutte le rotelle a posto. Ci penserà poi il passaparola a ingigantire, anche più del necessario.

Coloro che si impegnano in questa tradizionale attività possono agire all’impronta, senza particolari approfondimenti e piani prestabiliti (gli improvvisatori); oppure prima organizzano bene la storia, la testano magari con qualche persona fidata e, una volta accertata la tenuta logica, provvedono alla diffusione (gli scientifici). Chiaramente i secondi avranno meno probabilità di essere smascherati dei primi.

Nell’elaborazione della narrazione, gli scientifici procedono per deduzioni (il)logiche partendo da fatti o indizi vicini alla realtà (del tipo “… un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore troppo…”);

qualora mantengano una qualche forma di buonafede, nella loro testa tali elucubrazioni (che mostrano legami di parentela più o meno stretta con la paranoia) si trasformano in realtà; anzi, nell’unica realtà possibile, in una sorta di iper-realtà inconfutabile. Qualora invece non vi fosse traccia di buonafede, la storia viene elaborata come la sceneggiatura di un film, curando dialoghi ed espressioni vocali e facciali, da mettere in scena come attori consumati quali si reputano.

Anche il processo divulgativo può avvenire in due principali modalità: a strascico, sparlando un po’ come capita, magari chiacchierando ad alta voce con un’altra persona affinché il messaggio arrivi alle orecchie giuste; oppure mirato, prendendo da parte la persona alla quale si vuole convogliare la storia e spiegando con dovizia di particolari, a volte con l’ausilio di un “complice” per rendere più credibile la pantomima, come e perché la vittima della maldicenza sia riprovevole e quindi vada necessariamente iscritta nel registro dei “nemici”.

Elemento essenziale per la diffusione della maldicenza è che chi l’ascolta se la beva, senza farsi sfiorare dall’idea di ascoltare l’altra campana, cioè il “maldetto”. Processo sommario con sentenza di colpevolezza già scritta, senza alcun contradittorio. Solo così la storia può correre di bocca in bocca, arricchendosi di particolari, senza incepparsi col rischio di rivoltarsi contro chi l’ha elaborata. 

Se la maldicenza raggiunge un buon grado di diffusione, prima o poi arriverà alle orecchie della vittima. Cosa può fare, a quel punto, il tapino? Inutile tentare di tagliare le teste dell’Idra, che non si sa neanche quante siano e poi disgraziatamente hanno il vizio di ricrescere moltiplicate per due. Il maldetto potrebbe pensare di chiedere chiarimenti solo a quelle persone che ritiene in linea di principio corrette, e solo se ci tiene a mantenere vivo il rapporto (per quanto possibile). Ma in genere quel che accade è che si sceglie di lasciar perdere, tanto non ne vale la pena. Al più, l’accusato si darà dell’idiota per aver precedentemente giudicato in modo positivo il bevitore di fandonie che, alla prova dei fatti, non lo meritava.

Quel che stupisce è la costanza con la quale si trovano persone disposte ad accogliere e rilanciare queste narrazioni, anche quando provengono da squallidi personaggi vigliacchetti che fanno di questa penosa attività quasi una professione. Probabilmente perché in quel frangente la storiella risponde a quanto gli interlocutori vogliono sentirsi raccontare. Una semplificazione della realtà che indica colpevoli da mandare al patibolo come agnelli sacrificali. Forse chi non riesce a vivere di luce propria ha bisogno di gettare fango e altri materiali meno nobili sugli altri, nell’illusione di guadagnarci quanto meno per contrasto.

Per chiudere, diamo uno sguardo alle fonti primigenie delle maldicenze. Persone probabilmente disturbate, con scarsa o eccessiva autostima, tendono ad attaccare chiunque possa far loro ombra o possa autorevolmente smascherare la loro pochezza. Poveri di spirito ossessionati da dietrologie e gomblotti, che passano il tempo a cercare giustificazioni e scuse per i loro errori e inadeguatezze; figure ben sintetizzate nella celebre vignetta di Altan, divenuta aforisma: “Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio”. Prima o poi gli stessi specchi di casa si oscureranno come i loro pensieri, stufi di riflettere volti trasfigurati dal materiale organico che si ostinano a maneggiare e a lanciare verso il prossimo, senza accorgersi che finisce per tornare sempre su loro stessi.

Tanto il vostro Erasmo dal Kurdistan vi doveva, senza nulla a pretendere.

Erasmo dal Kurdistan è persona mutevole, con una spiccata tendenza alla tuttologia.
Vorrebbe affrontare la vita con leggerezza e ironia, ma raramente riesce a mantener fede a un impegno così arduo.
Scioccamente convinto di avere qualche dote letteraria (molto) nascosta, si prodiga nel vano tentativo di esternarla, con evidente scarsa fortuna.
Maniaco dell’editing e dell’interpunzione, segue un insano culto del punto e virgola (per tacere delle parentesi e delle amate virgole).
Tenta di tenere a bada una innata tendenza didascalica e quasi pedagogica pigiando sul pedale della satira di costume, ottenendo di comico solo il suo pio tentativo.
Il più delle volte si limita ad imbastire dimenticabili pipponi infarciti di luoghi comuni.


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