Io sono nato cane, L’ESTATE DI PALLINO

Mi chiamavo Pallino, sono un cane.

Nella vita si può nascere cani, uomini, gatti, lombrichi.
E’ la vita che decide. Io sono nato cane e mi hanno messo nome Pallino in omaggio a uno scrittore russo, Michail Bulgakov, che così aveva chiamato la bestiola protagonista del suo racconto “Cuore di cane”.
Sì, in effetti il mio padrone era un intellettuale, un uomo per bene, distinto, con una posizione. Così quando mi scelse un giorno, i miei fratelli provarono un brivido d’invidia.
Stavamo tutt’insieme in una cesta, ma non è che io fossi il più bello, anzi, ero il più piccolino, di razza non purissima e quindi costavo meno. Allora lui scelse me.

La proprietaria del negozio mi tolse dalla cesta, lui mi soppesò come fossi una merce, tenendomi per la collottola, sospeso sul bancone. Ci mancava solo che mi incartassero.
Lo guardai mentre lasciava certi bigliettoni colorati sul bancone: erano il mio prezzo e ricordo che la vecchia li contava soddisfatta.

Credo di essere stato un buon affare.

Per me tutti quei pezzi di carta non avevano valore e tra l’altro erano disgustosi da mangiare, quindi, a parer mio la vecchia negoziante, dietro quegli occhiali con le lenti spesse, faceva fin troppe cerimonie. Quanto chiacchierava!
Mi omaggiò persino di un bel collare rosso con campanellino. Quando mi muovevo suonavo e tintinnavo.
Per il fastidio che provavo continuavo a scuotere le orecchie e ad agitarmi, ma più mi agitavo più lo scampanellio aumentava.
Era la vigilia di Natale, una di quelle feste che piacciono tanto agli umani, c’era un gran baccano per le strade, tutta un’agitazione.
Il mio padrone, l’uomo per bene, mi portava sotto braccio come un pacco, e andava molto di fretta. L’aria era fredda, si gelava: questo mi scombussolò talmente che, mi vergogno ancora a dirlo, mi scappò di fare la pipì, che  bagnò la sua bella giacca.
Forse fu allora che cominciò la nostra inimicizia: l’uomo distinto mi strattonò, mi spenzolò nel vuoto reggendomi per le zampe anteriori, mi rimbrottò aspramente. Si ripulì alla meglio, dignitoso, e mi portò a casa sballottandomi per il collare, tenendomi distante, come fossi una valigia tenuta per il manico.

La casa era bella. Il suo tepore mi ricordò la mamma, la dolcezza del suo seno, il latte caldo e la sua lingua umida sul mio pelo ispido…

Mi commossi. Non vide l’uomo per bene la lacrima che mi scendeva sotto l’occhio, lui, lo capii più tardi, non si accorgeva quasi di nulla.
A mezzanotte, scoccava il Natale e conobbi così tutta la famiglia.

Il padrone mi tirò fuori da una scatola col nastro, come un coniglio bianco dal cilindro, ed io felice scodinzolai ai suoi figli, due piccoli umani con le faccette sveglie, i capelli a caschetto e le lentiggini sul naso, che gridavano in coro:

“Ecco Pallino! Grazie paparino!”

La padrona, la consorte dell’uomo per bene, non gridava. Lei era preoccupata solo del tappeto e sentenziò che avrei dormito nello sgabuzzino: quella sarebbe stata la mia cuccia.
Non ci fecero caso i cuccioli di uomo, loro sono animaletti che quando hanno per le mani qualcosa che li entusiasma, non badano alle parole dei “grandi” e la ragione di un adulto beneducato non è in grado di smorzare la loro eccitazione.

Mi piacevano i cuccioli di uomo, forse perché anch’io ero un cucciolo.

Tra cuccioli di tutte le razze ci s’intende bene, si possono scambiare leccatine e pasticciare con la pappa.
I cuccioli s’accorgono poco delle loro differenze e quel poco è solo curiosità, ma è sentimento puro.
Per questo mi guardavano ed io li guardavo, mi sorridevano ed io, di rimando, sorridevo loro, alla maniera dei cani, con la coda.
Per un po’ mi sono pure domandato come fosse da cucciolo il mio padrone, l’uomo per bene.
Oggi i suoi piccoli mi mancano tanto, tanto ancora, ma il dolore, quello non va via, e non è stata colpa mia …
Si può nascere cane, uomo, gatto oppure lombrico.

È solo la vita che decide.

Una mattina che i bambini dormivano mi prese lui, il padrone.
Lui, che era tanto per bene, mi disse: “Andiamo a passeggiare, dai muoviti Pallino!”
ed io quasi ero contento: sembrava il principio di una tregua.
Sapevo di avere mangiucchiato le ciabatte e fatto la pipì sul bel tappeto, e me ne vergognavo, ma promettevo sempre, abbassando lo sguardo, umiliato, che presto avrei imparato la lezione.
“Cosa diremo ai bambini?” chiedeva allarmata la padrona.
Ma lui, distinto, elegante, per bene, rispondeva: “I bambini dimenticano in fretta, basta comprare loro un giocattolo nuovo!”
Così, ecco quel camion in autostrada, mentre la macchina del mio padrone si allontanava. D’altronde ogni volta che non sapevo dove andare il mio fiuto m’ingannava sempre. La paura s’impose tiranna sul senso dell’orientamento, facendomi scoppiare il cuore.

La testa mi ronzava e mi ripetevo: “Adesso torna, lui è un uomo per bene, vedrai che ora torna indietro…”

Spesso in questi casi succede che ti sporgi per vedere meglio e senza rendertene conto, ecco che arrivi zigzagando sulla striscia di mezzeria, e capita che un camion ti suoni impazzito, ma quel suono ti rintrona e fa peggio. Barcolli spaventato e hai solo il tempo d’infilare la coda tra le zampe… Poi… le ruote…

Si può nascere cani, uomini, gatti, anche lombrichi.
È la vita che decide.

Io ero nato cane.

Fresia Erésia è l’eteronimo dietro il quale si cela una poetessa eretica per vocazione, un animo sensibile che ha trovato libera espressione solo attraverso la scrittura poetica.
Pensare in versi sciolti è ciò che le riesce meglio: poesie, aforismi e suggestive metafore per lo più si perdono tra nuvole di pensieri e solo a volte si fermano sulla carta per restare.
Scoperta per caso da un anziano poeta che era in cerca della sua Musa, Fresia viene riconosciuta per alcuni versi giovanili come un talento naturale del genere “diamante grezzo non ancora lavorato”.
La poetessa è solita affermare però che il peggio che le potrebbe capitare sarebbe proprio di finire sfaccettata su commissione da un talent scout seriale, per questa ragione mantiene l’anonimato e non si mostra mai in pubblico.


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