Traumnovelle. O della coltivazione della nostalgia

Ora ricordo.

Galeazzo il bisnonno di Toni il bisnonno di Nonno Adelio

Fu mio nonno Adelio a raccontarmi questa storia. L’aveva appresa a sua volta dal suo vecchissimo bisnonno.
Parlandomene, fece del suo avo una descrizione come al solito vivissima. Nonno era un narratore di razza, nelle sue pause annusavi le virgole e nella perentorietà delle sue esclamazioni fiorivano mazzi di punti esclamativi.
Il bisnonno di mio nonno, quello che la trasmise a lui, si chiamava Toni, ma tutti, per alleviargli il complesso di avere un nome così breve e scarno, un nome da povero, lo chiamavano Antonioantonio.
Nell’inverno di un anno che nonno Adelio non ricorda bene, rammentando però senza incertezze che Latina era sommersa dalla neve, Antonioantonio, tenendo sulle ginocchia, a mo’ di scaldino, il suo gatto guercio Igor, parlò al bisnipote di quella volta che il Margravio del Baden Württenberg venne in visita ufficiale a Littoria. Una vicenda fiabesca. Mio nonno giurava che il racconto che ascoltò, reso ancor più suggestivo dal timbro rauco e cavernoso del bisnonno, che gli soffiava in faccia parole allo stesso ritmo col quale fuori, nel freddo, il vento sputava fiocchi di neve, fu più o meno questo:

“Le cose che sentirai piccolo Adelio, mi sono state riportate, attraverso una lunghissima catena bisnonnale di racconti, dal mio vecchissimo Bisnonno Galeazzo, un uomo di bassa statura dal temperamento burbero illuminato da sporadici sprazzi di crudeltà gratuita. Curiosamente, il bisnonno nutriva per me un affetto particolare, lo si potrebbe quasi definire un’affezione. Ti giuro che il racconto che mi fece, reso ancor più vivace dalla sua vocina sottile, zeppa di scoppiettii in falsetto, fu questo:

Dovevamo essere grosso modo verso la metà del 1698, perché dalle strade erano spariti i caldarrostai e al posto delle castagne già si vendevano le grattacheccole. Per la città si propagava un’onda sinuosa di eccitazione collettiva, la gente incuriosita per l’evento, annunciato già da un pezzo dai banditori, si assiepava fitta e festante per Corso della Corona.
La terra delle vie interessate dal percorso era stata rassodata, battuta e compattata da giorni. Gli spettatori più tranquilli sbucciavano i bruscolini sputandone senza sosta le bucce e ammonticchiandole, ma c’erano pure, e non erano pochissimi, quelli che si azzuffavano e facevano a spintoni per conquistare la prima fila. Finivano spesso per beccarsi un piattone di alabarda sul naso dalle Guardie di Palazzo, comprensibilmente nervose.

Folla in Corso della Corona in attesa dell’evento

Il Commissario Paparozzo, di solito apprezzato per la sua dirompente bonarietà, quel giorno sembrava in preda ad emozioni mal controllate: un momento stava lì a lisciarsi la livrea e quello successivo lo si vedeva torcersi freneticamente i mustacchi, senza trovar pace. Noi straccioni, scalzi e impolverati, tentavamo i piccoli furti che competevano a pezzenti come noi, o approfittavamo della calca per fare bagarinaggio e piazzare qualche biglietto per Littoria-Piperno, la partita di gioco del calzo in programma per il sabato successivo.
Non che così ci si facesse ricchi – figurarsi! – anche perché dovevamo mollare tre quarti del guadagno a Pasquale Ciaccià, ras del gioco d’azzardo, altrimenti piovevano schiaffoni o peggio.

Pasquale Ciaccià, ras del gioco d’azzardo

I notabili, quelli che i furti li facevano in grande stile, erano, secondo l’uso, sottratti da un vecchio privilegio alla frenesia maleducata che il popolino orchestrava per assicurarsi a botte un frammento anche miserabile di spazio da cui poter assistere al corteo nobiliare. Quelle figure di vecchi, eminenti, furfanti, erano infatti tutti placidamente occupati a far bella mostra di sé nella parte esterna del Caffè Mimìs, comodamente seduti su due file di poltroncine di velluto.

Esterno del Caffè Mimis

Qualcuno di loro, beandosene vistosamente, traeva fumo dai narghilè.

Un suono che in un primissimo momento ci era giunto flebilissimo all’orecchio, tanto esile da farci dubitare di averlo sentito, andò progressivamente irrobustendosi, e la folla sbandò eccitata: pifferi, tamburi e corni annunciavano l’approssimarsi del corteo. S’alzò incontrollabile un brusio assordante:

“Arivano! Eccheli!”

La musica aggredì maestosa l’aria, che fu completamente sua. La banda militare imboccò Corso della Corona sfringuellando motivetti marziali e sfilò impettita davanti alla calca di sfaccendati che si accalcavano sotto la Loggia del Caffè della Poesia. Fu poi la volta dei Balillidi, i celebri soldati bonsai e delle Lupette, palpitanti cuori di future mamme.
Tutti applaudivano, tutti strillavano: le donne mandavano baci e gli uomini le tastavano furtivamente.
Un intervallo di tempo e di spazio, creato ad arte dalla sapiente regia dell’evento, introdusse infine la fragorosa sfilata di un nutrito e sferragliante plotone di soldati armati di baffi tenuti a sego e di lunghe, sottili e minacciose canne metalliche. Erano gli incommensurabili Archibugieri Reali, la guardia personale di Luigi Guglielmo, Margravio del Baden Württenberg e ospite illustrissimo della nostra Littoria.

Luigi Guglielmo, Margravio del Baden Württenberg

Lui apparve colorato come una icona celeste: era molto alto, aveva la carnagione rosa tenue e occhi piccoli e allungati, forniva insomma un impatto somatico un po’porcino. L’andatura ampia e solenne e l’aria di importanza che il Margravio sprigionava, erano grandemente rinforzate dall’abbigliamento che, inusuale ai più, abbacinò soprattutto la numerosa plebe presente, avvezza alla miseria.
Luigi Guglielmo, secondo la moda importata dal Rhein Graf, indossava i curiosi calzoni alla Rhingrave, costituiti da una gonna pantalone molto larga, ornata di nastri e fiocchi laterali.
Sopra il busto portava un bolero da cui fuoriusciva fluente la camicia. Una giacca sommersa da ori e stemmi gli gravava addosso scintillando in ogni direzione, tanto che alcuni spettatori persero la vista, disperandosene rumorosamente.
Rossi e plurifibbiati erano gli scarpini che calzava. Il torreggiare del nobilissimo visitatore era tale che al suo braccio, Anna Maria Sibilia di Sassonia Lautenburg, sua moglie, una donna alta, bella e diafana, faceva l’effetto di un nano di corte. La marchesa riuscì comunque a conquistarsi una certa attenzione in virtù di una profondissima scollatura, notevole al punto di far esclamare al Regio Geometriere Furtivi, dalla sua postazione privilegiata del Mimìs: “Alla facc’e mi cognate! Chilla tene ‘na mise audace quanto la Varianta Malvàsia!”.

Anna Maria Sibilia di Sassonia Lautenburg

E tutti i notabili risero dandosi di gomito.

Arrivò infine il momento dei momenti, quello per il quale le guardie imposero a fatica e a nerbate il silenzio.
Fu così che il rombo di mille voci si spense in un basso mugolio di fondo: il nostro Reggente doveva consegnare a Luigi Guglielmo le chiavi della città. Fu Pontinello, la maschera di cenci e paglie che in pochi minuti era stata dichiarata tradizionale, buffonescamente caracollando, a recare il cuscino littorio con il mazzo di chiavi destinato al Margravio.
Il Reggente, mento alto e teso come una vela al vento, lo porse a Sua Eccellenza Luigi Guglielmo con gesto forte e risoluto. Scandendo bene ogni parola, declamò:

“Quella lunga è per la città, quella col pallino rosso sull’impugnatura è quella dei borghi, quella di color rosso è per il garage e la piccolina apre la cassetta postale”.


A quel punto la folla, entusiasta, non riuscì più a frenarsi e schiantando gli argini del silenzio urlò tonando:“Ducceducceducce!!”, la tipica espressione seicentesca di plauso………..”

Mi sono svegliato con gli occhi sbarrati.

Lallo Tarallo al risveglio

Un rimasuglio di sorriso mi vagava ancora per la faccia. Ci ho messo un paio di minuti per ricordarmi chi fossi e dove mi trovassi…
Accidenti, sembrava tutto vero. Sì, tutto vero.

Come l’avessi vissuto sul serio.

In effetti, tanto per cominciare, davvero io avevo posseduto un nonno.
Ce lo avevo avuto sì, anche se si chiamava Aristide, non Amelio e non mi rivolgeva mai la parola. Pareva muto, a ripensarci, altro che narratore!
Ma intanto, che bello avere avuto per una notte una Latina/Littoria del Milleseicento! Che meraviglia!
Pensate se fosse stato così! Quanta nostalgia in più ci sarebbe stata da riversare, come melassa tossica, sulla nostra città!

Tre secoli e rotti in più da rimpiangere,

trecento anni e dispari su cui sospirare. E poi quante ulteriori minuzie da ricordare ossessivamente, e quante altre cose macroscopiche da censurare, altrettanto ossessivamente, da dimenticare, da postare… Latina del siglo de oro.

Che sogno magnifico.

Mi va quasi di cantare, sì di cantare a tutta tonsilla: “Che bellooo/ C’eran la Malvàsia e il Pontinelloo/ E la ragazza giusta che ci staaa…”.

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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