La frittata

Tanto tuonò che piovve.

Il tira e molla che, a partire dalle elezioni europee, ha preso il sopravvento sulla già deprecabile azione del supposto “Governo del cambiamento” ha trovato la sua degna conclusione. Come sempre accade, più si propaganda un accordo di legislatura, più si lavora per smontarlo.
Tra i vecchi soci del contratto volano gli stracci senza alcun ritegno, in un crescendo rossiniano che ha il suo apice con l’accusa di Conte a Salvini di vigliaccheria, ben argomentata dal Premier in chiusura della sua replica; un rospo complicato da mandare giù per l’uomo forte che ambisce ai pieni poteri.
I pentastellati finalmente si svegliano da un torpore lungo più di un anno e scoprono di aver sposato un mostro. Fanno quasi tenerezza, se non si trattasse del governo del Paese. Il Primo Ministro si ricorda di essere lui il capo del Governo e si svuota le scarpe da una montagna di sassolini, nell’unica prova da statista data finora. Vien da chiedersi dove siano stati, tutti quanti, nell’ultimo anno.

Dall’altra parte il ministro dell’odio e della paura va in confusione. Presenta la mozione di sfiducia che vorrebbe calendarizzata a pronti, per poter andare direttamente alle urne, in pratica intestandosi i poteri del Parlamento e del Presidente della Repubblica. Ma il Parlamento risponde con una sonora pernacchia. Preso dal panico, apre ad un nuovo accordo di breve periodo con i vecchi soci e alla fine arriva alla farsa di ritirare la mozione di sfiducia, alla faccia del “rifarei tutto”. E questo qui, nonostante le sberle prese, continua a fare il bullo e vorrebbe pure governare il Paese. L’unica parola giusta per definirlo la inventò Sciascia, tanti anni fa, ed è quaquaraquà

Il dibattito parlamentare è degno di un dramma di Ionesco o di un discorso dell’Assessore Cangini. Il livello è veramente basso: argomentazioni spesso assurde, con sconfinamenti nel demenziale. Solo il Premier, con la sua eloquenza da avvocato e docente, usa un linguaggio adeguato alle circostanze. Personaggi in cerca d’autore si rappresentano, felici come bambini per avere a disposizione una cotanta platea. Ciascuno manda i propri segnali, da interpretare tra le righe del politichese. 

Tutto il vecchio centrodestra è compatto nel chiedere le elezioni; qualcuno può pensare che si tratti di una convergenza casuale? L’ex Premier Renzi apre a nuove soluzioni, passando sopra anche alle offese personali ricevute in passato. Quanto disinteressato amor di Patria! Ma a nome di chi parla, colui che aveva condotto la sua campagna congressuale al grido “mai coi cinquestelle”? Anche per lui c’è aria di ultima spiaggia: con le elezioni vedrebbe svanire tutta la sua forza residua, i gruppi parlamentari infarciti di fedelissimi. 

Ora il pallino passa nelle sapienti mani del Presidente Mattarella. Vedremo se riuscirà a imporre un calendario stretto, che di tempo se n’è già perso fin troppo. Mentre scrivo, a consultazioni ancora in corso, la sensazione è che si vada ad un nuovo Governo giallorosso; qualcuno già suggerisce Totti premier. Il problema vero è la credibilità e la serietà dei pentastellati, un movimento senza riferimenti ideali, che vede la politica come sommatoria di singoli interventi, buoni per la comunicazione social ma senza visione globale e di lungo termine.

Totti: l’unico vero Capitano

Forse anche per loro questa soluzione è l’unica possibile per evitare la bocciatura delle urne e quindi la fine di un progetto politico vago e fumoso, basato sui vaffa, dove destra e sinistra pari sono, purché ci sia una poltrona accogliente da occupare. E, dopo anni di insulti anti-PD (unica vera ossessione del Movimento), ci toccherà pure assistere alla celebrazione di un matrimonio di interesse, come tale destinato con ogni probabilità a breve durata e ad un nuovo melodrammatico divorzio.

Del resto, uno si ritrova il Governo che si merita. Quando l’elettorato si lascia abbindolare dalle promesse di apprendisti stregoni senza arte né parte o, peggio ancora, torna nostalgicamente alla ricerca dell’uomo forte al comando, c’è poco da essere ottimisti. E queste giravolte tattiche di alleanze a fasatura variabile, ovvero la vecchia e a suo tempo deprecata politica dei due forni, non favoriscono certo un ritorno alla partecipazione dei cittadini alla politica. Anzi, c’è da scommettere che l’astensionismo continuerà la sua corsa, lasciando a minoranze rumorose e rancorose il compito di scegliere da chi essere governati, con tutte le conseguenze del caso.

Ci vorrebbe un miracolo. La presa di coscienza che la politica è servizio e non semplice competizione per il potere. Che gli obiettivi sono alti e riguardano la nostra società di domani, non i like sui social di oggi. Che la soluzione di problemi complessi richiede tempo e fatica, non banalizzazioni e slogan vuoti. Che nessuno da solo può illudersi di dare le risposte necessarie e chi dice il contrario mente. 

Ne abbiamo viste tante, sopravvivremo anche a questa prova. A te, indomito lettore, chiedo il conforto di indicare una possibile via d’uscita, l’individuazione dell’eventuale lucina in fondo al tunnel, se la vedi.
Sarebbe bello confrontarsi su queste pagine con lucidità e pacatezza, nella speranza di attenuare il senso di impotente angoscia che al momento sembra non trovare rimedio.

Tanto il vostro Erasmo dal Kurdistan vi doveva, senza nulla a pretendere.

Erasmo dal Kurdistan è persona mutevole, con una spiccata tendenza alla tuttologia.
Vorrebbe affrontare la vita con leggerezza e ironia, ma raramente riesce a mantener fede a un impegno così arduo.
Scioccamente convinto di avere qualche dote letteraria (molto) nascosta, si prodiga nel vano tentativo di esternarla, con evidente scarsa fortuna.
Maniaco dell’editing e dell’interpunzione, segue un insano culto del punto e virgola (per tacere delle parentesi e delle amate virgole).
Tenta di tenere a bada una innata tendenza didascalica e quasi pedagogica pigiando sul pedale della satira di costume, ottenendo di comico solo il suo pio tentativo.
Il più delle volte si limita ad imbastire dimenticabili pipponi infarciti di luoghi comuni.


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