Tarallo e i giorni torbidi.

Pieno agosto, aria cotta, abbacinante e rarefatta, visioni distorte e intermittenti.
Intuizioni di cammelli in giro per le piazze deserte, piagate dal sole.
Col picco di calura e la città che friggeva, alla faccia dei micidiali condizionatori installati nella redazione del Fogliaccio, che costringevano i giornalisti a vestirsi come faceva Amundsen in un giorno qualsiasi, nulla serviva davvero ad arrestare la sudorazione fluviale del condirettore Lello Rapallo.
Insensibile ai rigori artici del suo luogo di lavoro, con l’aumento della temperatura esterna quell’uomo in umido era in grado di provocare ormai delle piccole maree, onde che partendo dalle sue ascelle si propagavano sul pavimento del suo ufficio, andando a lambirne la soglia.

Lello Rapallo
Lello Rapallo

Più di un redattore, non accorgendosi del pericolo, era scivolato in quella ghiandolare pozza mefitica, capitombolando indecorosamente.
Tarabozzi, tanto per dire, che si occupava delle inserzioni a luci rosse, dopo essersi lesionato il malleolo slittandoci sopra come un rallysta, sembrò accusare una crisi mistica e, zoppicando penosamente, raggiunse la Chiesa di San Marzano Martire per chiedere perdono per il suo mestiere e per confessarsi piangendo, proprio con Don Panozzo, il parroco, che in stretto segreto, di quegli annunci era un lettore vorace. 

Rapallo, tuttavia, pareva non accorgersi del suo stato semi idrico e come sempre sparava battute a salve, di cui era il solo a ridere, dispensava consigli inutili e, soprattutto, affidava a questo o a quell’altro redattore servizi sugli aspetti più insulsi, innocui e trascurabili della realtà locale e nazionale

Sul giornale erano già comparse inchieste a puntate sulla marmellata dell’anno, sui nuovi modelli di ciabatte da spiaggia e svariati articoli riguardanti la complessa vita sentimentale di Tony Burro, il micidiale cantante neomelodico, celebre per la sua capacità di sveltire i parti con i suoi sospiri languorosi, accorciando la durata delle gravidanze.

Tony Burro, il terribile neomelodico

Il circondario pullulava infatti di neonati prematuri ai quali era stato imposto il suo nome, Tony, e ce n’era uno che era stato addirittura battezzato Burro dai genitori, evidentemente dei fans fuori di testa.
Si chiamava dunque Burro Cacace, come fosse un’azienda. 

Ma che caldo in quei giorni torridi! E torbidi. 

Ognissanti Frangiflutti, condannato alla condirezione del “suo” giornale, asserragliato nel suo ufficio, se pure non aveva ancora recuperato un’impossibile serenità dopo i mesi di confino in Uzbekistan, nero di umori e in cerca di vendette, fantasticava su una sua eventuale carriera politica. 

Quel suo sogno era nitido quanto i flirt avuti con Sabina Ciuffini, la mai dimenticata valletta del Rischiatutto, turbatrice ufficiale delle sue notti di ragazzo.

Sabina e Mike

Erano state storie infuocate, che lui stesso aveva programmato e vissuto grazie al potere della poltrona magica Onyric, un arnese che purtroppo aveva potuto sfruttare solo per poco tempo. 

La poltrona Onyric

Ora, rintanato su una smorta poltroncina a rotelle, Frangiflutti cercava un umore più gaio ripassando possibili slogans elettorali da usare in futuro: “Il sindaco comunicatore!”; “Prima i veri cittadini di ……!”; “Ci pensino i buonisti a sfamare l’orda”; “Libero accesso agli strumenti di difesa personale”; e quello più fuorviante e spassoso, “Tasse uguali per tutti!”.

Sì, faceva caldo, un caldo da scappar via. 

Ritto sul ponte del suo bel cabinato, il “ Complesso di colpa”, ancorato nel porticciolo di Douarnenez, in Bretagna, il Professor Cervellenstein sorseggiava il suo diletto caffè shakerato senza zucchero, puntando il binocolo sulle bellezze stese a prendere il sole sulle imbarcazioni vicine e su quelle meno prossime. 

L’illustre psicologo lavorava con calma, non facendosene sfuggire una, mentre Ruth, l’esplosiva signora che gli aveva acceso la notte, rendendola roboante come uno spettacolo pirico, ronfava, finalmente doma, giù in cabina. 

In molti speravano che la sferza del sole crudele di quei giorni finalmente si fermasse.

Tarallo era stato spedito a Ibiza da un Lello Rapallo convinto e giubilante, che l’aveva spesato con una mezza pensione presso l’”Hola!”, un rumorosissimo albergo ad una stella, abitato da gechi riservatissimi e da chiassose creature notturne dalla strana morfologia.

Lallo avrebbe dovuto fare un reportage, il più frizzante possibile, sull’incendiaria movida locale, un tourbillon di masse, colori ed eccessi famoso in tutto il mondo.

Si era tirato appresso l’amata Consuelo in qualità di fotografa. 

Consuelo

Lei lo aveva seguito, ovviamente, ma in preda ad un presentimento dolente. 

La sconfortante banalità di quell’incarico non prometteva infatti nulla di buono.
Non era un vero e proprio presagio quello della bellissima, o una premonizione: semplicemente, conoscendolo, lo aveva lungamente sconsigliato dall’accettare di realizzare quel servizio per paura di forti effetti collaterali sul suo caro amore.
Temeva che la cosa fosse al di sopra delle capacità di sopportazione psicofisica di Lallo.

Le previsioni di Consuelo si erano disgraziatamente rivelate più che esatte: dopo un  quarto d’ora dal suo arrivo a Playa d’en Bossa, una delle spiagge più frequentate dell’isola, Tarallo mostrava già i segni di una pericolosa nausea esistenziale. 

Intruppato in una massa compatta di migliaia e migliaia di balneatori militanti, sudati, ipertatuati, iperaccessoriati e iperdanzanti, si era reso conto quasi subito che la maggioranza di essi era composta da italiani. 

Il frastuono onnipotente e onnipresente di musicacce di rara vacuità pareva non turbare minimamente quegli esseri bermudizzati, segno certo di una delle nostre più tipiche corazze nazionali. 

Non parlavano una sola parola di spagnolo o di altre lingue ma si fingevano uomini di mondo, gente introdotta ovunque, razza appartenente ad una tribù cadetta del cosiddetto jet set.

Un sorriso inestirpabile e l’iterazione ossessiva della parola “guapa”, estratta da vecchi tormentoni musicali estivi, avrebbe dovuto garantirgli una perfetta assimilazione al modello di turista adeguato al luogo. 

In effetti quell’aggettivo liso era l’espressione verbale da essi più usata, insieme a pochissime altre parole: “hola”, “tapas” e “mojito”.

Inorridito, Tarallo si accorse di riconoscere tra loro un viso, poi due, poi tre, quattro, cinque, sei, sette… E così via. 

Insomma, li conosceva bene, benissimo seppur di vista: Oddio!! Erano tutti suoi concittadini! 

Di spagnoli, tedeschi o francesi nemmeno l’ombra: quei balneatori e quelle balneatrici con gli occhiali a specchio e l’abbronzatura da altoforno, che fingevano di non conoscersi e che, emettendo gridolini in stranierese, danzavano su tristi musiche pseudocaraibiche, provenivano al completo dalla sua cittadina di provincia. 

Di botto comprese perché il partito del Ministro dell’Allarme Rozzini rischiava di stravincere le prossime elezioni.

Gli si fece tutto buio.

Consuelo fece appena in tempo a sostenerlo, Lallo infatti si era piegato sulle ginocchia.

Martellata dallo stump stump di canzonacce senza idee, facendosi largo attraverso la spiaggia gremita dalla fauna umana travestita ed ebbra, rovesciando diversi maestosi aperitivi e cicchetti vari, più carichi di ammennicoli estetici delle Madonne da sagra di paese, ed incurante delle proteste dei mancati bevitori, la ragazza meraviglia riuscì a trascinare un Tarallo ormai quasi incosciente in un chiosco dove un esagitato, con un sorriso chirurgico stampato in faccia, faceva ballare gli aperitivi.

Il giornalista arrivò all’hotel con i segni di una potente allergia culturale stampati nella carne: grandi bolle a forma di pareo gli costellavano la pelle ed in testa gli girava ossessiva e greve la antiquata e poverissima melodia de “La vida loca” di Ricky Martin.

“Al diavolo – si disse Consuelo preoccupatissima – può scrivere ovunque le quattro cazzate che vuole Rapallo: io debbo assolutamente salvarlo!”.

Senza perdere nemmeno un minuto afferrò i loro due trolley, che non erano stati nemmeno aperti, chiamò un taxi e, tenendo per mano Lallo che stava accennando vagamente ad una macarena, lo trascinò all’aereoporto.

Partirono.

Tarallo, stremato dal letale quarto d’ora di balneazione trendy, dormì per tutto il viaggio in aereo. Sogni inquieti lo visitavano, agitandone il volto.

Consuelo sapeva ciò che doveva fare e lo fece. 

Viaggiarono.

Lallo si risvegliò dopo alcune ore: era seduto su un banco della Cattedrale di Chartres, uno di quelli posti sulle linee curve del celebre labirinto.

Tarallo, stranito, alzò gli occhi ancora cisposi verso le altissime e austere volte. 

Poi vide le immense, coloratissime vetrate: dei capolavori meravigliosi

Particolare delle vetrate di Chartres

Consuelo intanto, tra i gridolini di sorpresa dei tanti visitatori, aveva causato l’accensione simultanea di tutte le candele per le offerte, ed una luce caldissima fasciava ora le imponenti colonne che separavano le navate. 

Lallo guardava.

Gli si allargò lo sguardo a dismisura e sorrise, sorrise, sorrise.

Beato.
 

Cattedrale di Chartres interno

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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