Amore e morte – finché morte non vi separi

Essere la moglie di don Giovanni?

Tutt’altro che facile.

Facile è essere sedotte da don Giovanni perché rappresenta lo stereotipo della bellezza e del fascino, indossa perfettamente l’anima del seduttore e si crogiola nell’agiatezza di una vita mondana che può permettersi grazie al patrimonio della signora. Poi l’indolenza e la noia, tra un ricevimento e una conquista, e la contabilità di una vita da amministrare con la precisione di una partita doppia, hanno fatto il resto.

Don Giovanni è felice? Ne dubito.

Don Giovanni in un ritratto di Józef Simmler.

La moglie di don Giovanni invece è avvinta e vinta dallo sguardo di compatimento del marito.
La sua infelicità annega nel gorgo della disperazione, nel silenzio imposto dalla vita irreprensibile.
Così come è compatita a causa del suo destino di donna tradita, mai amata, è però altrettanto ammirata e rispettata da tutti per la devozione verso la famiglia e la completa adesione alle convenzioni sociali della sua epoca, secondo le quali la donna deve essere considerata solo come  madre e moglie.
Questo è il quadro socio culturale e psicologico in cui maturerà l’esito drammatico della sua vicenda.

Nicole, questo il suo nome, non è bella e non lo è mai stata.

Non spicca per personalità, del tutto priva di fascino si presenta scialba, ma è ricca, e non escludo che quando ha accettato di sposare suo cugino Henry, il perfetto seduttore,  abbia creduto di poterne essere amata.

Ci si convince di riuscire ad avere ciò che si desidera e si finisce col vedere ciò che si vuole vedere.

Finché la vita non ci apre gli occhi.

Le nozze tra i due sono dunque nate dal puro calcolo degli interessi che allora si ratificavano nei contratti matrimoniali, dove l’amore ovviamente era un illustre assente, e ben presto queste premesse sfoceranno in un patto sottoscritto con l’infelicità:

Finché morte non vi separi.

Di anno in anno, dentro il recinto di una educazione formale, nello stereotipo della moglie perfetta, umile, dimessa, devota ai figli e paziente, infinitamente paziente con il marito, si  insinua la disperazione prodotta dalla identità ferita e dal bisogno d’amore.
Un grido in silenzio che nessuno riesce a sentire, la richiesta di aiuto logorata dalla rassegnazione e dal disamore verso se stessa, non solo verso suo marito.
L’unico possibile argine di protezione avrebbe potuto trovarlo allora nella conferma di un amore, la devozione di una passione che, quale essa fosse, l’avrebbe riportata al mondo, restituita alla società dei vivi e a una singolarità umana annullata dai doveri familiari.
I problemi irrisolti restano tali, rinviati, non ci si può condannare all’immobilità, e a Nicole non bastano i figli e il rigore dei suoi doveri: sono una gabbia inutile.
L’unico appagamento le può derivare dal sentirsi donna, amata per ciò che è, riconosciuta.

Un surrogato d’amore, la sua aritmia, che pure le fa ripartire il cuore, e quello pulsa e torna alla vita. Nicole diventa più curata, quasi bella, comincia ad amarsi.

I motivi della sua disperazione erano talmente forti da poterla paragonare a chi sta precipitando e che si aggrappa nel vuoto all’unica mano tesa, senza chiedersi a chi appartenga.
Accade per istinto di sopravvivenza, mentre conduce una schermaglia con la propria disfatta, opponendosi in tal modo alla perdita di autostima che la costringe a vivere appesa al senso di un fallimento incombente che non le fa trovare pace.

Dalla disperazione nasce la relazione di Nicole con il signor Pécaud, dipendente e braccio destro del marito nell’amministrazione del patrimonio familiare.
L’adulterio è la mano tesa sul precipizio,  Nicole afferra quella mano e non si chiede a chi appartenga.

Pécaud è un uomo gretto, brutto, insignificante, con il vizio di giocare in borsa, che non esita a sottrarre del denaro furtivamente per perderlo tutto al gioco, sino a indebitarsi per una somma ingente.  Quando Nicole parla a suo marito di Pècaud, il cui furto è stato nel frattempo scoperto, cerca di venire ad un accordo in suo favore evitandogli la denuncia e il licenziamento, ma a quel punto il marito, avendo scoperto la sua relazione, scoppia in una risata sarcastica e la umilia.
Quel riso è uno schiaffo, non risuona come un affronto alla Nicole madre e moglie, ma proprio alla Nicole donna.

Don Giovanni pagherà con la vita questo affronto.

La pistola che Nicole ha portato con sé esplode un  solo colpo ed Henry cade riverso, privo di vita.

Nicole resta aggrappata a quella pistola come fosse diventata una propaggine di sé, senza tradire una emozione, con gli occhi fissi nel vuoto.
Dovranno strappargliela a forza di mano.

Irene Nemirovskj ne “La moglie di Don Giovanni” offre un tratteggio di donna, madre, moglie, scegliendo la forma epistolare per questo brevissimo testo.
Sono lettere che l’ex domestica, in punto di morte, indirizza alla figlia di Nicole e Henry, la signorina Monique, per rivelarle la verità nascosta sulla tragica fine dei genitori. 
Al culmine di quella disgrazia annunciata, ci sono un colpo di pistola e il rivolo rosso sangue che cola dalla testa del marito riverso in auto, senza vita.
Un corpo svuotato che si è spento sull’ultima risata di scherno.
Ma quella tragedia, una volta consumata, è stata subito ricomposta in ossequio alle convenzioni sociali dalle quali è scaturita, dentro l’aula di un Tribunale che concede la sua assoluzione esclusivamente alla figura di moglie e di madre, non a quella di donna.

Nicole si conquista persino la simpatia delle ex amanti di suo marito, del popolo, delle mogli, delle madri e degli uomini tutti.
Nicole è la donna che voleva disperatamente salvare la sua famiglia. 
Questo suggella il verdetto.

Irene Nemirovskj

Se in Tribunale fosse stato rivelato invece il suo tradimento, il vero motivo che l’ha spinta allo scontro con il marito, scontro cercato non per scongiurarne l’abbandono ma per salvare Pécaud, il suo amante, allora la figura di madre e di moglie sarebbe stata oltraggiata e nessuno l’avrebbe mai perdonata.

L’unica a sapere la verità è la domestica che ha taciuto, nascosto le prove e che, avendo  compassione di lei, ha fatto salva l’ipocrisia delle convenzioni, lasciando intatta la maschera della devozione ai doveri sociali, spinta dalla sua padrona fino al sacrificio di una vita.

Sembrava facile ignorare una donna che non esisteva, se non come madre e moglie…

FORSE. 

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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