Le ferie tormentose di Lello Rapallo

Trascorsa che fu una serie micidiale di giornate di caldo soffocante, vissute inconsapevolmente da una redazione in preda al gelo artico dei suoi supercondizionatori, venne finalmente il giorno in cui il condirettore spugnoso del “Fogliaccio”, Lello Rapallo, fu costretto ad andare in ferie.
Al contrario di quello della maggioranza dei mortali, per i quali l’appuntamento con l’annuale periodo di tempo libero giunge graditissimo, facendoli giubilare, il suo umore in quel frangente precipitava puntualmente in un limbo nerastro. 

Lello Rapallo
Lello Rapallo

Salutò i giornalisti con un discorsetto di rara insulsaggine, condito delle consuete tetre spiritosaggini, e si produsse in un ultimo, poderoso fiotto ascellare, prima di affidare quella truppa raccogliticcia alle cure esclusive dello “stimatissimo collega Frangiflutti”, che in realtà gli era digeribile quanto una porzione di cemento armato.

Rapallo odiava andare in ferie. La sua mediocrità e la totale assenza in lui di passioni o di interessi, lo rendevano forzatamente stakanovista: letteralmente non sapeva cosa farsene di tutto quel tempo, così per anni aveva finto viaggi mai fatti, soggiorni fantasma in esclusivi e lussuosi resort, e raccontato improbabili avventure esotiche.

Durante quell’angosciante periodo si barricava invece in casa, badando bene a non farsi vedere, a non uscire, se non a notte fonda e non rispondeva a telefonate che del resto non riceveva mai.

Dilapidava un patrimonio di ore guardando per tutto il giorno canali di cartoni animati nipponici e i programmi di cartomanti analfabeti, instupidendosi. Non cucinava per non dover farsi vedere al supermercato, così si faceva portare su del cibo grasso e tossico da la “Saporitissima”, la rosticceria criminale che acquistava oli, stremati più che esausti, dall’officina meccanica “Arturo, il mago dei motori”.

Gli infernali intrugli gastronomico motoristici che ingurgitava avevano ridotto lo stomaco di Rapallo ad una condizione così precaria che ormai gli riusciva difficile digerire anche un sorso d’acqua 

Dietro la sua inconsistenza, tuttavia, dietro il suo falso buon umore, dietro le sue spiritosaggini a salve ed il suo ottuso ottimismo, si nascondeva una situazione piuttosto triste: Il condirettore in effetti era un uomo solo, senza parenti prossimi, che nel corso dei suoi primi quarantacinque anni di esistenza, nessuna donna aveva avuto voglia di conoscere.
Nessuna si era mai sentita in grado di affrontare con successo la sua esuberante banalità né, tanto meno, di reggere a piè fermo l’urto della sua sudorazione tropicale.

Al di la delle apparenze dunque, oscuramente, senza esserne pienamente cosciente, Rapallo avvertiva il vuoto fisiologico della sua condizione, lo sentiva a volte pizzicarlo in qualche modo.

Quelle carenze materiali gli mandavano insomma alcuni deboli segnali, certamente più di quanto non facesse il vuoto sentimentale che l’uomo non poteva avvertire perchè i sentimenti erano del tutto fuori dalla portata della sua frigida sensibilità.

Terminato il pistolotto di saluto, con passo pesante ed incerto il condirettore si risolse infine a uscire da una redazione che subito dopo il suo commiato si abbandonò senza ritegno a festeggiamenti carnascialeschi ed incontrollati: alto si levò lo stridio di rozze trombette, si intrecciarono danze pagane, l’alcool scorse a fiumi, ed alcuni sacrifici umani vennero dedicati al dio Baal.

Il simpaticissimo dio Baal

Sotto un sole maligno e sferzante, gravato da pensieri grigi, Rapallo raggiunse frattanto la sua villetta trifamiliare, sgoggiolando mefitici umori. 

Alvin e Janice Patanè, rispettivamente dieci e dodici anni di età, figli semidelinquenti dei suoi vicini di casa, lo accolsero immediatamente colpendolo in pieno con un gioioso e potentissimo spruzzo della pompa gialla del loro giardino, un vero e proprio cannone ad acqua, gridando giulivi: “E’ tornato il puzzone!!”.

Alvin e Janice Patanè

Rapallo riparò rapido in casa, doppiamente infradiciato, ma troppo vigliacco per reagire ai crimini dei due mocciosi, cosa che avrebbe comportato spiacevoli faccia a faccia con il loro padre, Ernani Patanè, un uomo decisamente vasto, dall’insondabile ottusità.

Il giornalista gettò la borsa da lavoro in un angolo e sprofondò con un barrito di autocommiserazione nella similpelle verdastra del suo vecchio divano.

L’acqua dei vicini mista al suo sudore, scivolandogli di dosso, si sistemò ai suoi piedi, formando una piccola pozza. 

Perseguitato ancora per un po’ dalle urla di dileggio dei mostri bambini, Rapallo, inebetito, si trovò a guardare in faccia il suo futuro immediato.

Gli parve intollerabile.

Si perse allora in progetti confusi, cercando per la prima volta in vita sua qualcosa da fare durante le ferie.
Per la sua inveterata parsimonia, caratteristica che anche da parte di chi lo conosceva appena veniva bollata come grettissima tirchieria, Rapallo scartò subito l’eventualità di fare davvero un viaggio di piacere o di soggiornare per un po’ in qualche amena località.

Stette come una muffa, abbarbicato al suo divano, cercando ispirazione.

Poi accadde qualcosa.

All’interno del suo anonimo soggiorno arrivarono, forti e dolenti, le note violentate di una canzonetta di Jovanotti. 

Gli sfuggì un lamento: decisamente i suoi vicini, pur adottando metodi molto più rozzi e sbrigativi, di torture ne sapevano quanto un crudelissimo aguzzino orientale.

Il tremendo fenomeno sonoro riuscì a mettere pressione perfino ad uno come il condirettore del Fogliaccio, rotto ad ogni bruttura e ad ogni banalità: l’uomo fu investito da uno tsunami di stecche.
Rapallo si comportò come se avesse ricevuto un calcio da un cavallo imbizzarrito, l’impulso a salvarsi si fece febbrile, doveva scappare da quell’inferno. 

Sulla spinta della disperazione, il giornalista fu infine visitato da un’idea, un’unica, meravigliosa idea, un’idea che poteva unire salvezza immediata ed utilità futura: sarebbe andato a trovare, per porgergli i suoi deferentissimi saluti, il suo nume tutelare, il suo protettore, l’artefice della sua carriera, Monsignor Luis Verafé, uomo di incrollabile fede e probo messaggero di santità.

Scappò di casa correndo sotto il tiro dell’artiglieria idrica di Alvin e Janice Patané, che difficilmente avrebbero potuto essere giudicati incostanti nelle loro passioni, e si buttò in macchina, partendo a razzo.

Mezz’ora dopo, fasciato da una lieve penombra in una atmosfera di denso silenzio, il giornalista fu accolto nella stanza dell’alto prelato da un pretino butterato che sembrava possedere il doppio dei denti di un normale essere umano.

Il sorriso che questi gli rivolse, infatti, che nelle intenzioni del giovane religioso avrebbe dovuto essere timido e rispettoso, a Rapallo fece venire in mente le apparecchiature della “Segheria Alcide”, roba da film dell’orrore che aveva visto in un capannone vicino alla sua casa paterna, a Roccavigliacca.

“Sua Eccellenza è al momento fuori sede, dovrebbe arrivare tra una mezzoretta. Se vuole può accomodarsi e attenderlo. Si metta pure comodo Direttore.”

Grazie, lo aspetterò qui”, bofonchiò Rapallo, impressionato da quelle fauci sorridenti.

Nella stanza scura, sorvegliata da ritratti di santi, papi e beati, gli unici arredi erano un nudo tavolo da lavoro, un divanetto di stile barocco ed una grande poltrona dall’aspetto comodo ed ultramoderno, piena di pulsanti, display e manopole varie. 

Rapallo non ebbe esitazioni e scelse il comfort: avrebbe atteso Monsignor Verafé riposando su quell’arnese dall’apparenza così invitante.

Monsignor Verafé
Monsignor Verafé con la poltrona Onyric

Vi si accomodò.

Gli occhi gli si chiudevano sotto l’attacco di un’improvvisa botta di sonno.

La stanchezza si fece improvvisamente gravosa e prese il sopravvento.

Scivolò nell’incoscienza ed una mano, rilassandosi, andò a toccare uno dei pulsanti della maxipoltrona.

Avvenne allora qualcosa di sconvolgente.

Tre secondi ancora e Rapallo, per la prima volta nella sua vita solitaria, provò l’indicibile sensazione di essere baciato da una donna.

Fu una vertigine fulminea, venuta da chissà dove, che lo risucchiò come il ventre di un uragano.

A baciarlo, subito, senza alcun preambolo, fu una donna dalle forme generose che in quel sogno così reale, sentì sua.

Riconobbe in quel corpo formoso e sodo e in quel viso premuto contro il suo, l‘attraente struttura fisica ed i lineamenti dolci e forti della compianta Jane Mansfield, che viva e abbacinante, lo stringeva in una morsa pitonesca…   

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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