George Gershwin e la rapsodia fischiettata di mio padre

                                  

La domenica mattina per mio padre era uno spazio felicissimo di libertà e di creatività. 
Lo era e doveva esserlo necessariamente, visto che per tutta la settimana era sotto stress, oberato dal suo lavoro di bancario, un lavoro che negli anni Sessanta costringeva quel genere di impiegati ad orari e ritmi molto più pesanti degli attuali.
In effetti stava in banca per tutta la giornata, se si eccettua un intervallo di un’ora e mezza in tutto per il pranzo e per un brevissimo riposino, tempo sacro nel quale noi figli dovevamo rispettare la consegna del silenzio. 

Ma la domenica avveniva la sua catarsi: lui rinasceva, era felice, e gli si leggeva in faccia il cambio di umore.
Era un bravo pittore ed un ottimo fischiatore.
Sin da ragazzino disegnava, aveva una gran mano ed un occhio implacabile per far caricature.
Da adulto dipingeva con passione e talento: se la necessità non l’avesse costretto, giovanissimo, ad una occupazione che non amava particolarmente, quello sarebbe stato il suo vero lavoro, il suo mondo.
Nel mio ricordo, nitidissimo, mio padre, in quelle serene mattine domenicali della mia infanzia, piazzava il suo cavalletto nella stanza più luminosa della casa e cominciava a lavorare sulla tela al quadro del momento.
Io gli girellavo intorno curioso, attratto dai suoi tubetti, dalla sua tavolozza tormentata di densi sbuffi di materia multicolore e dall’odore penetrante della trementina.

Il sole entrava abbacinante nella stanza, ideale per distinguere i rossi, i verdi, i gialli, i bianchi e i blu, e per valutarne l’effetto su quel che veniva dipinto.
Molto spesso papà, per lavorare meglio coi pennelli, si serviva di uno sfondo sonoro meraviglioso. Azionava il giradischi: sul piatto girava immancabile la stessa, suggestiva composizione.
Ci fischiettava sopra benissimo, mio padre, morbido e con grande intonazione, riprendendo e seguendo fedelmente i motivi delle molte melodie di quell’opera.
Da allora, quella musica, passando per orecchie e cuore, entrò definitivamente nella mia vita.
I colpetti di pennello sulla tela davano progressivamente un volto al quadro, ma ciò che nasceva veniva permeato anche da quella composizione incantevole, a volte distesa, a volte nervosa, a volte piena e roboante, a volte sottile, rinforzata dai trilli di mio padre.

Del resto tutto iniziava con un trillo, con un suono incredibile che si alzava di tonalità, repentino, vertiginoso e lancinante.
Indimenticabile.
Era l’attacco della Rapsodia in Blu.

Una mattina qualsiasi, all’inizio del 1924, tra i tanti viaggiatori che affollavano il treno che da New York portava a Boston, c’era un signore giovane, apparentemente avulso dal presente, concentrato piuttosto su un’idea.
Mentre il treno, sbuffando, stridendo e ruggendo, mangiava chilometri di rotaia, lui era catturato solo dalla propria immaginazione.
Essendo un compositore, e tra l’altro un compositore già molto apprezzato, la sua fantasia, stimolata dai rumori, si sbrigliava suggerendogli una serie di sequenze melodiche. 

Lui, George Gershwin, che stava recandosi a Boston per la prima di una sua commedia musicale, qualche tempo dopo, rievocando quel viaggio, disse:

“In treno, i ritmi metallici e il frastuono che in un compositore agiscono spesso come stimolo, mi suggerirono improvvisamente e in modo nitido la costruzione completa della Rapsodia, dall’inizio alla fine”.

A meno di tre settimane di distanza da quando aveva percorso quella tratta ferroviaria, Gershwin aveva completato la sua opera più famosa, la “Rhapsody in blue”.

In quella primissima versione il musicista l’aveva pensata per due pianoforti, ma in seguito al suo incontro con Paul Whiteman, direttore di una famosa orchestra jazz newyorkese, immaginò di proporla come opera per pianoforte e big band.
Il 12 febbraio del 1924, la Rhapsody in blue venne presentata all’Aeolian Hall di New York, riscuotendo un clamoroso successo.

George Gershwin – Rhapsody in Blue – Leonard Bernstein, New York Philharmonic (1976)

Quella sera tra il pubblico erano presenti alcuni dei grandissimi della musica di tutti i tempi: Fritz Kreisler, Igor Stravinsky, Leopold Stokowski e Sergej Rachmaninov.
L’opera venne trascritta per pianoforte e orchestra da Ferde Grofè, un musicista e arrangiatore statunitense di origine francese che da anni si era accostato con interesse al mondo del jazz.
Fu ancora lui, molto più tardi, nel 1942, quando Gershwin era già scomparso, a curarne la versione definitiva per piano ed orchestra sinfonica, quella che ascoltiamo ancora oggi.
Più recentemente, nel 1974,  la registrazione del brano fatta nel 1927 da Gerhswin e Whiteman, fu premiata con il Grammy Hall of Fame Award.
La fortuna della Rhapsody in blue, il successo che ha ottenuto e che tuttora ottiene, la suggestione che riesce ad esercitare: tutto si deve alla sua innovativa e straordinaria ricetta, fondere la musica colta col jazz.
Per la prima volta il linguaggio classico, come si evince dal titolo, si tingeva di colorazioni sonore blues.

Paul Whiteman

Non si può non cogliere, ascoltandola, l’impressione della realtà metropolitana newyorkese, il liquido amniotico nel quale Gershwin era immerso dalla nascita.
Era, ed è, una realtà fatta di un grande, continuo, fitto flusso di uomini e cose, di eterno movimento, ma anche di angoli nascosti in cui quel ritmo si placa per qualche istante.
Contemporaneamente, quella composizione rende pienamente l’idea della vasta e variegata cultura americana.
L’autore ne era tanto consapevole da averle dato in un primo tempo il titolo di “American Rhapsody”.
Era così conscio del senso del suo lavoro da dichiarare:

“…la udii come una sorta di multicroma fantasia, un caleidoscopio musicale dell’America, col nostro miscuglio di razze, il nostro incomparabile brio nazionale, i nostri blues, la nostra pazzia metropolitana”.

Gershwin stesso, del resto, era parte integrante di quel miscuglio di razze: era nato a Brooklyn nel settembre del 1898 da emigrati ebrei di origine ucraina ed il suo vero nome era Jacob Bruskin Gershowitz.
Fu suo padre, Moishè a cambiarsi il nome in Morris Gershwin subito dopo essere arrivato in America da San Pietroburgo.

Brooklyn agli inizi del Novecento

George (nome che sostituì a quello vero, Jacob, dopo essere divenuto un musicista professionista) era il secondo di quattro figli.
A dieci anni iniziò ad interessarsi alla musica, suonando senza alcun metodo il pianoforte, strumento per il quale solo successivamente prese lezioni dilettantesche.
Aveva tuttavia talento e cercava di riprodurre le melodie che ascoltava ai concerti per orchestra, studiando il linguaggio dei grandi musicisti classici europei.

A quindici anni dimostrava già una considerevole padronanza del pianoforte, cosa che lo indusse ad abbandonare la scuola e a trovare un primo impiego: suonava gli spartiti di nuove composizioni per i clienti di una florida industria musicale di New York, la Remick and Co., nota anche col nome di Tin Pan Alley.

Un giovane Gershwin

Presto affiorò anche la sua facilità nel comporre e dopo aver pubblicato con un certo successo il brano “When You Want ‘Em You Can’t Get ‘Em”, cominciò a lavorare per i musical di Broadway, componendo canzoni per 35 dollari a settimana.
Con “Swanee” ottenne il suo primo successo nazionale: il brano venne cantato dal celebre Al Jolson nel musical “Simbad”.

Registrata dal cantante su disco nel 1920, quella canzone balzò in testa  alle classifiche di vendita rimanendovi per settimane ed il suo spartito fu tirato fino ad un milione di copie.

Negli anni successivi Gershwin scrisse brani per pianoforte e altra musica per  commedie, e nel 1924, assieme al fratello Ira, scrittore, paroliere e vincitore di un Premio Pulitzer, collaborò ad un musical teatrale che ebba un gran successo: “Lady, Be Good”.
Queste ed altre affermazioni fecero sì che Paul Whiteman, ritenuto il “Re del jazz sinfonico”, gli chiedesse di scrivere una vera e propria opera, qualcosa che avesse quella stessa impronta musicale, e che si adattasse perfettamente alla sua orchestra.
Nello sballottare rumoroso di quel famoso treno per Boston, nacque così “Rhapsody in blue”. 

Come abbiamo visto George la scrisse in meno di tre settimane.
Mentre Grofé preparava l’orchestrazione, Gershwin, che la riteneva incompleta, cercava ancora di ritoccarla, ma Whiteman iniziò le prove senza dargliene tempo e dopo la prima trionfale, rivolto all’autore esclamò: “Diavolo, pensava di poterla migliorare ancora?”.  

Dopo quell’impresa il compositore continuò implacabile a musicare commedie, a comporre successi dopo successi, spesso in coppia col fratello.
I due nel 1928 si stabilirono a Parigi, dando inizio al loro periodo europeo.

I fratelli Gershwin

Nella capitale francese George studiò composizione, proponendosi come allievo anche agli amati maestri europei.
Famoso fu il diniego oppostogli da Maurice Ravel, il quale rifiutò di insegnargli alcunchè per timore che la sua rigorosa impronta classica potesse guastare in Gershwin l’apprezzatissima venatura jazz:

”Perchè volete diventare un Ravel di seconda mano quando siete un Gershwin di prim’ordine?”.

Maurice Ravel

Primo e splendido frutto del periodo europeo del compositore, il poema sinfonico ” Un americano a Parigi”, venne eseguito in prima assoluta alla Carnegie Hall di New York nel dicembre del 1928.
La MetroGoldwyn – Mayer, ispirandosi a questo lavoro realizzò nel 1951 l’omonimo film, diretto da Vincente Minnelli, con Gene Kelly e Leslie Caron.

Gene Kelly and Leslie Caron – Dancing Scene 04 – An American In Paris

Rientrato in patria, il musicista suonò il piano nella Symphony Hall di Boston, in occasione della prima esecuzione della sua Rapsodia n° 2, la “Manhattan Rhapsody” per pianoforte e orchestra.

Pronto sempre a nuove sfide, Gershwin si impegnò nella composizione di un moderno melodramma, riuscendovi meravigliosamente: il 30 settembre del 1935, ancora a Boston, andava in scena la commedia “Porgy and Bess”.
Considerata la maggiore opera americana del secolo, anche per alcune coraggiose novità, come ad esempio i personaggi della storia, che erano quasi tutti di colore, “Porgy and Bess” conteneva alcune delle arie più celebri composte dall’autore, dei veri gioielli musicali.

Basta citarne una per tutte, l’immortale “Summertime”, col testo di Ira Gershwin, suo fratello.

Ella Fitzgerald – Summertime (1968)

Il musicista era una sorte di Re Mida: tutto ciò che toccava si trasformava in oro.
Il suo trasferimento ad Hollywood fu la premessa per la sua nuova attività di compositore di colonne sonore.
Ci si gettò con la consueta lena.
Era ormai un’assoluta celebrità e un uomo ricco, ma come a volte avviene, la sorte era sul punto di colpirlo proditoriamente.
All’inizio del 1937, dei lancinanti e continui mal di testa si rivelarono sintomi di un tumore al cervello.
Crollò privo di sensi nel luglio di quell’anno sul set di un film, ed una successiva operazione d’urgenza si rivelò inutile: Jacob Gershowitz, alias George Gershwin, morì che non aveva ancora compiuto trentanove anni.
Lasciò per sempre al mondo l’incanto di una musica che aveva rappresentato a meraviglia i suoi luoghi e la sua epoca.
A me ha lasciato l’amore definitivo per la sua Rhapsody in blue, il ricordo indelebile delle domeniche della mia infanzia e quello del fischiettare di mio padre col pennello in mano.

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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