Il chiuditore delle sicure degli sportelli della Giulia

Sì, lo devo ammettere: ero un ragazzino piuttosto indisciplinato.
Andare contro tutto e tutti è sempre stata una mia priorità.
Questa mia attitudine non è che fosse molto ben vista all’esterno: tutti, i miei genitori compresi, mi consideravano maldestro e inaffidabile.
Probabilmente fu mia madre a parlare con mio padre suggerendogli di cercare, in qualche modo, di darmi fiducia per responsabilizzarmi.
Fu sicuramente lei che lo disse a mio padre perchè lui era un orso, poco sensibile alla psicologia infantile. 

Mia madre, già da tempo, aveva ceduto alla mia richiesta di poterle accendere la macchina prima di partire per andare a scuola.
La mia scuola era lontana da dove abitavamo e non c’era neanche un autobus che avrebbe potuto portarmi fin li.

Ero piccolo, e appena finita la terza elementare, mi si presentò una grande scelta da fare.
Andavo a scuola dalle suore a Viale Marconi perchè anche mia sorella la frequentava e quindi era comodo per i miei, ma in terza elementare i maschietti non potevano più starci: se ne dovevano andare perchè quella era una scuola femminile.

Mio padre mi chiamò a rapporto per decidere cosa fare e mi chiese:

”Tu dove vorresti andare a scuola? Alla scuola elementare che sta qui sulla nostra stessa strada, il Livio Tempesta; oppure all’Istituto Massimiliano Massimo all’EUR, una scuola di preti gesuiti?”

La sua descrizione della scuola statale fu molto scarna, poche parole, ma sul Massimo tirò fuori una serie di ritagli di giornale, depliants pubblicitari, pubblicazioni…

La mia risposta pronta e sicura fu:
“Voglio andare al Livio Tempesta!”

Dopo pochi giorni eccomi, spaurito e arrabbiato, nel primo giorno di scuola, entrare, naturalmente al Massimiliano Massimo all’EUR.

Cazzo!

Eccomi all’Istituto M. Massimo nel giorno della comunione.
Una tortura con quel ridicolo saio di San Tarcisio.
Mi ricordo il nome del santo solo perché aveva lo stesso nome di Burnich

Mi ci doveva accompagnare la mia mamma, prima che andasse al lavoro con la sua Fiat 500 sgangherata. 

Perchè sono arrivato a raccontare questo? Ah si, perché ero proprio io ad accendere la 500 sgangherata di mia madre!

Una cinquecento simile a quella di mia madre

Non so se voi eravate già nati quando imperversavano le 500, quelle del primo tipo: altro che quelle di adesso!
Come si accendeva una 500 sgangherata di quel tempo?

Ecco di seguito un breve tutorial su come ci si poteva riuscire. 

Primo: si apriva lo sportello con le chiavi.
Ah ah
Spesso non funzionavano e bisognava fare come faceva Arsenio Lupin quando doveva entrare in una camera d’albergo per rubare i gioielli della contessa.

Alla fine ce la si faceva ad entrare, in una maniera o nell’altra ce la si faceva.
C’era anche un’altra opzione: se le chiavi non aprivano si poteva usare la chiavetta della carne Simmenthal. Quella apriva tutto!

Se non ci si riusciva con le buone, oppure avevi parcheggiato in un posto troppo stretto, si entrava a mo’ di sommergibile, dalla cappotta, che tanto si apriva con uno sputo.

Una volta accomodato sul sedile (accomodato è un vero eufemismo) con tutte e due le mani sbloccavi l’antifurto fatto a forma di ferro di cavallo che bloccava lo sterzo,

poi con la mano destra giravi la chiave e…

PAF
Si accendevano le lucette, prima fra tutte quella della benzina (la macchina di mia madre era sempre a secco).

Il motore però non si accendeva con la chiave, la procedura dell’accensione era un pò più farraginosa.

Con la mano destra, a tastoni, cercavi fra i due sedili le due levette parallele, una tirava l’aria, l’altra comandava l’accensione.

Prima si agiva su quella dell’aria, sollevandola, altrimenti col cavolo che l’auto si accendeva, poi finalmente, si alzava quella dell’accensione, anche se bisognava sollevarla e tenerla così fino a che il motore non partisse.

Le due levette.
A sinistra l’aria, a destra l’accensione

Bisognava insistere di solito, la macchina starnutiva a lungo, traballando a destra e sinistra, poi, alla fine, quando sembrava che la batteria stesse esalando l’ultimo respiro, per miracolo si accendeva.

A quel punto, tutto orgoglioso, scendevo dalla macchina per lasciare il posto di guida a mia madre.

Mia madre era uno spettacolo!

Mia madre

Era sempre molto elegante e raffinata e, anche non conoscendolo, in alcuni momenti ci parlava in inglese per insegnarci le poche parole che lei sapeva. Sua sorella, che viveva in Inghilterra, le aveva insegnato un pò di inglese.

Mentre con il piede mia madre sgasava la sgangherata 500 per tenerla accesa, prima di partire diceva:

“Gloves Please”.

Io, seduto di dietro, con la sua borsetta sul grembo, dovevo tirarle fuori i guanti che indossava con molta nonchalance.

“Spectacles Please”.

A quel punto dovevo prendere gli occhiali da sole dalla custodia dentro la borsetta e porgerglieli.

Una volta mi azzardai:

“Mamma ma non si dice sun glasses?”

“No, si dice spectacles”

Ok

E via partenza a razzo, e al primo benzinaio

PITSTOP

per fare rifornimento: 500 lire di normale e 500 lire di super!
E via!

Le 500 Lire di quegli anni

Ma ritorniamo al discorso iniziale: questo lungo preambolo serviva solo per introdurre quello che accadde una volta.
La nuova macchina di mio padre era una Alfa Romeo Giulia 1600 T Super. Quando ci recammo tutti insieme a comprare la nuova automobile, che avrebbe sostituito la “GiuliettaT”, guardavamo ammirati questo bellissimo esemplare, modernissimo e grintosissimo.

Mi piaceva da morire, mi piaceva quasi quanto il maggiolino rosso che era il mio preferito.
“Prendiamo questa blu papà?”- dissi
Ma lui e mia madre si guardarono e mi dissero: ”No, la prendiamo celeste acqua marina”.
”Celeste acqua marina??? Ma non si può guardare per quanto è brutta, è decisamente meglio blu!

Uscimmo così con la nostra nuova e fiammante Alfa Romeo color acqua marina, che andava tanto di moda allora, sigh…

Un bel giorno, mentre stavamo facendo una gita con la nuova macchina, mio padre (probabilmento punzecchiato da mia madre) mi disse:

Ti nomino:
“Chiuditore delle sicure degli sportelli della Giulia!”

Mi sentii come il cavaliere sulla cui spalla il re poggiava la spada.

Si, a quel tempo le chiusure centralizzate non esistevano e quindi quando si scendeva dall’auto bisognava controllare che gli sportelli, specialmente quello di mia sorella che stava sempre con la testa fra le nuvole, fossero chiusi con la sicura.

Le maniglie interne degli sportelli

Orgoglioso del compito affidatomi, un compito di grande responsabilità, cercai di fare il possibile per ottenere un poco di stima da parte sua.

Ogni volta che ci fermavamo ad un Autogrill facevo il giro della macchina controllando che tutte le porte fossero chiuse.
Anche quella del conducente si chiudeva come le altre, bastava spostare la maniglia in avanti e.. clack si chiudeva.

Mio padre aveva sempre le chiavi della macchina con sè.

Mio padre era una persona precisa, molto precisa, a volte anche troppo precisa.

Un giorno, era una domenica, dovevamo andare a casa di mio zio Giorgio che stava ad Anguillara Sabazia, 30 Km circa da Roma.

Una domenica di quelle noiosissime passate con i parenti e gli amici dei parenti.

Dopo pranzo, non ricordo per quale ragione, dovemmo andare al cimitero a visitare la tomba di non so chi.

Io (col cappellino a ghianda) e mia sorella in posa con la Giulia 1600 acquamarina

Parcheggiammo la Giulia all’interno del cimitero, su una radura proprio a ridosso di una scarpata, e andammo a fare quella visita.

Naturalmente io controllai che tutte le chiusure fossero azionate e lo confermai a mio padre, il quale mi dette un amorevole “ciaffone” e mi disse: “Bravo!”

Era la prima volta che mio padre mi diceva: bravo!

Ero così gongolante…

Al ritorno dalla visita al cimitero, orgoglioso delle mie imprese eroiche, chiesi a mio padre se avessi potuto accendere la sua macchina come ormai da tempo facevo con quella di mia madre.

Dopo un momento di indecisione mi disse:

“Ok accendi la macchina”.

Entrai nella lussuosissima Giulia (cambio al volante, un pò scomodo, ma avendo un unico sedile anteriore era omologata per sei persone, wow!) e girai la chiave.

Il cambio al volante e il sedile intero della Giulia

La macchina fece un balzo in avanti e arrivò sul ciglio della scarpata, e meno male che si fermò.

La Giulia non era come la 500 sgangherata di mia madre, quando giravi la chiave si accendeva e partiva!

Mio padre stava urlando cose che non capivo, capivo solo che avevo sbagliato, che lo avevo deluso, e per rimediare scesi immediatamente dalla macchina stando attento a chiudere tutte le porte.

Anche quella del conducente, e le chiavi… si le chiavi erano rimaste appese al cruscotto.

La macchina ora era chiusa.

Le chiavi stavano attaccate dentro…

Successe il finimondo

Naturalmente mio padre andò su tutte le furie e me ne disse tante e poi tante ancora.

Io ero mortificato.

Ci fu un rapido consiglio fra mio padre e mio zio durante il quale fu presa in considerazione anche l’ipotesi di rompere il deflettore per aprire la porta, la proposta fu perentoriamente scartata da mio padre, mentre io ero tenuto a distanza di sicurezza da mia zia e mia madre.

Decisero di andare a Roma a prendere le seconde chiavi della Giulia che mio padre teneva nel primo cassetto del mobile office che stava nel tinello di casa.

Quindi partirono e si era già fatta sera.

Quando tornarono era buio e trovarono il cancello del cimitero chiuso!

La macchina era li, nel parcheggio del cimitero chiuso a chiave.

Andarono a cercare il guardiano del cimitero, chiedendo alla gente chi fosse e dove potesse stare a quell’ora. Alla fine qualcuno gli disse che in genere lui andava a bere un pò di vino all’osteria e quindi si recarono li.

Spiegarono la storia al vecchio guardiano che, abbastanza scocciato e un pò alticcio, li stava a sentire, poi concordarono un appuntamento un’ora dopo, davanti ai cancelli del cimitero.

Il guardiano però non si fidò tanto del racconto dei due e per scrupolo chiamò i carabinieri e raccontò tutto quello che era avvenuto.

Dopo un’ora, all’appuntamento, si ritrovarono così mio padre, mio zio, il guardiano e una pattuglia dei carabinieri (neanche a farlo apposta con una Giulia) che portò tutti in commissariato per redigere un verbale dell’accaduto.

Avete presente una Stazione dei Carabinieri negli anni sessanta?

L’appuntato che scriveva l’accaduto con la macchina da scrivere, batteva con il solo dito indice della mano destra, e scorreva con lo sguardo tutta la tastiera avanti e indietro ad ogni inserimento di singola lettera.

Finirono per recuperare la Giulia alle due di notte.

Nel frattempo io ero stato messo in isolamento, guardato a vista da mia zia e da mia madre.

Tornai, tardissimo nella notte, nella casa a Roma accompagnato da mio zio nella sua stucchevole Citroën con gli interni di velluto rosso.

Ad ogni curva mi veniva da vomitare perchè quella macchina aveva delle sospensioni innovative che però facevano venire il mal di mare a chi sedeva di dietro.

Quando entrai a casa c’era un silenzio assordante.

Andai a dormire senza lavarmi i denti e senza dire la preghierina che facevo finta di dire tutte le notti.

Mi tirai le coperte sulla testa e immaginai di essere un famoso cantante rock mimando i suoni degli strumenti.

Mi addormentai immaginandomi di essere il grande salvatore di “pupe malate”.

Le pupe malate era una mia pruriginosa fantasia: ragazze bellissime alle quali succedeva qualcosa e che io prontamente salvavo.
Queste storie finivano sempre molto bene.

Non so come spiegarlo: era una mia fissa. Ancora adesso mia sorella mi prende in giro con questa storia.
Concerti Rock e pupe malate.

Insomma dovevo pur sopravvivere…

Una divertente pubblicità della cinquecento

Nato lo scorso millennio in quel luogo che, anche da Jovanotti, è definito l’ombelico del Mondo, Klaus Troföbien è ritenuto un vero cultore ed esperto di filosofia e costume degli anni 70/80.
È un ardente tifoso della squadra di calcio della Roma, ma non di questa odierna semiamericana e magari presto cinese, ma di quella di Bruno Conti, Ancellotti, Di Bartolomei, di quella Roma insomma che allo stadio ti teneva 90 minuti in piedi e 15 minuti seduto; è inoltre un collezionista seriale di oggetti vintage che vanno dalle cartoline alle pipe, dalle lamette da barba ai dischi in vinile.
I suoi interessi sono la musica pop rock blues psichedelica anni ’70/’80, la fotografia, la cultura hippie, i viaggi, la moto, il micromondo circostante.
Grazie ad una sua fantasmagorica visione è nata Latina Città Aperta, della quale è il padre, il meccanico e il trovarobe.
Politicamente è stato sempre schierato contro.
Spiritualmente, umilmente, si colloca come seguace di Shakty Yoni, space wisper di Radio Gnome Invisible.
Odia rimanere chiuso nell’ascensore.
È stato visto scendere i 1576 gradini dell’Empire State Building in 13h e 13′, incurante degli amici che lo invitavano ad usare almeno il montacarichi.
Un pensiero criticabile ma libero, una mente aperta a 359 gradi.
Ma su quel grado è intransigente.


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