Tutti i libri “parlano” di altri libri

Tutti i libri parlano di altri libri?
È una domanda che mi sono posta quando da lettrice ho considerato che la parola scritta sembra possedere una sua concentricità, dove la fine e l’inizio si fondono e confondono;
ho riflettuto che tutto quanto viene trasmesso attraverso i libri a un certo punto torna trasformato e, anche se a volte non lo riconosciamo, è tutto là, non si è perso nulla, dal primo graffito sino all’ultimo libro pubblicato su carta stampata in edizione tascabile.

disegno di Pawel Kuczynski

Questa osservazione in me ha fatto il paio con l’immagine delle scale elicoidali dell’imponente biblioteca descritta ne “Il nome della Rosa” di Umberto Eco, e soprattutto con l’idea di biblioteca, architettata dalla mente geniale di Jorge Louis Borges, nel racconto breve intitolato:
“La Biblioteca di Babele”;
in esso la fantasia suggestiva del genio argentino è riuscita a evocare un intero universo costituito esclusivamente dalla biblioteca, pensato nelle sue infinite sale esagonali atte a conservare saperi illimitati.
Le scale a chiocciola salgono verso l’aspirazione laica a un sapere che non ha mai fine, che in una chiave religiosa si potrebbe leggere come l’ascesa a Dio, e, mentre si schiudono una dopo l’altra, le sale esagonali svelano una infinità di volumi trascritti in ogni linguaggio possibile, numerati e catalogati in modo che possano essere consultati e tramessi, benché essi non siano fruibili che in minima parte, per quanto ci è consentito dal tempo della nostra esistenza dedicato alla lettura:
appena un impercettibile segmento sottratto all’eternità.

Abbazia di Melk in Austria: scala a chiocciola della Biblioteca

I libri non sono soltanto oggetti che si trovano in un luogo, sono essi stessi luogo, costituiscono un universo che è mosso dalla curiosità e dalla meraviglia, dal desiderio di conoscenza e dal potere di mettere in relazione più mondi diversi, suddivisi da una distanza spazio temporale che si accorcia e comprime, grazie alla parola scritta e al suo potere.  
I libri però non sono una merce, là dove tutte le merci sono destinate a essere consumate e a esaurirsi, il libro invece è destinato a rigenerarsi a ogni lettura, a modificarsi e modificare il lettore, rivitalizzandosi, per poi tornare attraverso altri libri;
gli scrittori in realtà non sono che lettori “contaminati” dalle proprie letture e, come accade in una sorta di catena alimentare, anche i libri nutrono e accrescono, per tornare a portare nuovi frutti.

disegno di Pawel Kuczynski

Tornando a Borges, quale fulgido esempio di questa meravigliosa e infinita catena, va ricordato che egli lavorò da bibliotecario prima di divenire uno scrittore e, come ebbe a ripetere più volte, nella sua vita considerò più importanti i libri che aveva letto rispetto a quelli che aveva scritto.  
Borges a soli 56 anni divenne completamente cieco, eppure, nonostante le difficoltà legate a questa sua condizione, i libri per lui non persero mai di fascino anzi, i suoi capolavori li scrisse proprio in questa seconda fase della sua esistenza, durante la quale egli amava ripetere che “i libri sono vivi al tatto non solo alla vista”, 
essi mutano continuamente, proprio perché sono materia vivente, e a ogni rilettura ci si rende conto che non sono gli stessi.
Anche per questa ragione è come se un libro ne contenesse infiniti altri.
Il “sapere” non trova mai compimento, perché non si può possedere ciò che non è circoscritto e definitivo, così sono i libri che non smettono mai di stupire, mai di condurre oltre noi stessi; nei libri ci sono uomini passati presenti e futuri, e agli uomini essi si rivolgono, perché sono stati scritti dagli uomini per gli uomini. 

Jorge Louis Borges

Tutti i libri contengono gli altri libri perché, a parere mio,  nel leggere questa frase estrapolata da un più ampio scritto del medesimo Borges:

Ognuno di noi è, in qualche modo, tutti gli uomini che sono morti prima. Non soltanto quelli del nostro sangue”,

si può dedurre, per estensione, che attraverso tutti i libri gli uomini continuino a vivere e a tornare, così che anche i libri in qualche modo sono tutti i libri scritti prima, dal primo segno sino all’ultima pagina stampata, non solo quelli che dicono nello stesso linguaggio o che appartengono alla nostra stessa cultura.
In conclusione, tutti i libri sono innegabilmente carichi di passato, eppure inspiegabilmente è come se possedessero la misteriosa grandezza di essere sempre proiettati verso il futuro…

Forse.

disegno di Jungho Lee

*in copertina particolare disegno di Quint Buchholz

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


Iscriviti alla Newsletter di Latina Città Aperta

* campo obbligatorio
/ ( dd / mm )

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •