Il termometro della Democrazia, temperatura da bollino rosso

Per capire il fenomeno del civismo, mi diceva un amico, bisogna misurare la temperatura della nostra Democrazia; il termometro sale quando essa entra in crisi, ovvero quando il sistema dei partiti, divenuto autoreferenziale, non risponde più alle aspettative dei cittadini.
Si può dire allora che la Democrazia ha la febbre alta e, come accade per ogni organismo malato, ciò scatena la reazione: questa reazione è il civismo.
Lo scontro si gioca su due fronti opposti: Partitocrazia e Democrazia. 
Il civismo è la squadra che la Democrazia fa scendere in campo.

La partecipazione civica sarebbe dunque lo “sfogo” che si attiva per contrastare la febbre alta, al fine di espellere le tossine e abbassare la temperatura, riportandola a livelli medi;
e se anche così non si ritrova una condizione di piena salute, per lo meno si aspira a raggiungere una accettabile qualità di vita che, nonostante qualche “acciacco” fisiologico, si possa continuare a condurre dignitosamente.
Raccontata in questo modo sembra una narrazione semplice, la metafora mi è necessaria per comprendere dinamiche che ben altri politologi esperti e filosofi attrezzati, hanno saputo egregiamente argomentare. 

La sintesi quindi è la seguente: la Democrazia malata esige una cura, questa cura è il civismo, il quale interviene quando, a malattia conclamata, la temperatura si è alzata vertiginosamente.
A essere compromesso infatti è un intero sistema, dove una partitocrazia  (degenerazione dei partiti) è diventata muro di gomma e impedisce di portare nel dibattito pubblico certe idee, certi argomenti e certi problemi, e non permette un ricambio sano della classe dirigente e politica, secondo logiche di merito e non correntizie.

Purtroppo in questa classe dirigente politica, i vari eletti in Parlamento, Regione ecc., si stanno trasformando in dipendenti di partito, omologati e al servizio del leader di turno, pronti a riciclarsi con piaggeria cortigiana, sono cioè degli yesman non rappresentativi dei cittadini;
questi ultimi (i cittadini), tra l’altro, alle elezioni politiche nazionali, neanche possono indicare la propria preferenza sulla scheda elettorale. La partitocrazia preferisce l’omologazione di fedelissimi da nominare.
Vero è che la nostra Costituzione prevede che la politica sia esercitata dai partiti, nei quali i cittadini hanno diritto di associarsi (niente di più giusto, se pensiamo che i regimi autoritari si fondano su un partito unico, vietando qualsiasi altra forma di espressione) ma la nostra Costituzione non aveva previsto però l’attuale deriva dei partiti e la loro involuzione verso altre forme quali: il  “partito azienda”, il “partito set televisivo”, il “partito del capo”, “il partito digitale”. e chi più ne ha più ne metta.


Al dilagare di un disagio determinato dalle incapacità di questi “modelli partito” di fare Politica e di risolvere i problemi, calandosi nella quotidianità delle persone, risponde sempre una volontà da parte dei cittadini di intervenire direttamente nelle decisioni che riguardano la propria vita e, a mali estremi, di sostituirsi ai partiti nel ruolo di amministratori della cosa pubblica, per riportare al centro dell’attenzione il bene comune. Concetto quest’ultimo che deve essere riempito di significati, mettendo a latere la deriva individualista di tante comode interpretazioni, per essere seriamente sviluppato attraverso un percorso di riflessione profondo e condiviso;
poiché i partiti spesso non sono più luoghi di elaborazione politica, ma si sono trasformati in consorterie al servizio di un leaderismo spinto, dell’uno o dell’altro personaggio di turno, occupando le istituzioni e considerando le regole democratiche come delle moleste perdite di tempo, il civismo si propone di riempire questo vuoto e di elaborare riflessioni e azioni conseguenti.
Ovviamente esso non può trasformarsi in questo modello di partito, che per sua natura avversa, ma deve riuscire a proporre un modello diverso e tentare di modificare il terreno di confronto sul quale portare i partiti. Rigenerarli in tal senso.

In breve, da sempre nella nostra società si sono costituiti movimenti, associazioni di cittadini e comitati di quartiere che si riuniscono e prendono parte alla vita della città, cercando di migliorarla con l’utilizzo di strumenti democratici; 
tutte queste forze che agiscono sul territorio fanno parte del substrato sociale al quale i partiti dovrebbero attingere, disponendosi all’ascolto. 
Queste realtà sono una parte importante e virtuosa della società che, in condizioni di una normale dialettica con la rappresentanza politica, attraverso quegli istituti che la democrazia prevede per attrarre partecipazione, dovrebbero portare normalmente un valore aggiunto.
Il punto è che quando ciò non accade, quando i partiti non dialogano, non rispondono e non attraggono, quando cioè non sono più luogo di elaborazione politica e di confronto, quando il concetto di bene comune non trova rispondenza in un percorso di condivisione, il corpo civico li rigetta, cercando di espellerli dalle stanze del potere, come si fa con le tossine che ammalano un organismo.
Se poi la reazione è virulenta, lo è in ragione dell’aggressività di questa febbre: più il termometro sale, più sale la stessa reazione.
Purtroppo però non sempre la reazione virulenta del civismo, sfocia in un risultato costruttivo, le generalizzazioni e semplificazioni del populismo sono sempre in agguato.

I partiti, dal canto loro, spesso non si preoccupano di recuperare un dialogo con la società civile, al contrario sono troppo occupati a attuare tattiche difensive per mantenere il proprio potere; 
succede allora che sotto la veste di candidati civici essi mascherano il riciclaggio della vecchia politica e costituiscono liste civetta, ovvero false liste civiche utili a intercettare il voto degli scontenti.
Insomma tutto viene artefatto al solo scopo di confondere l’elettorato, in un continuo cambio di nomi e simboli, che vede sempre gli stessi attori protagonisti della politica. Il richiamo al civismo allora è una montatura usata da coloro che da troppo tempo intendono la politica come carriera personale, non come servizio prestato temporaneamente al Paese.
È facile individuare queste personalità da sempre dedite a ricoprire ruoli politici, allevate e cresciute dentro un partito, e sempre fedelissime al leader di turno.


Il civismo si dibatte in questa situazione di crisi e i movimenti, nati con l’obiettivo di risolvere problemi locali, mancano spesso della forza di portare a soluzione quelle problematiche che hanno una valenza nazionale e che non si possono gestire solo a livello locale.
La così detta filiera di governo, costituita dai partiti, si pone in essere proprio con l’occupazione delle cariche istituzionali, da quelle locali sino a quelle nazionali;
esiste però un momento, o quanto  meno dovrebbe esistere, nel quale dall’essere in carica nel partito si passa a ricoprire un ruolo istituzionale e, in quanto tale, ci si dovrebbe rapportare equamente rispetto a ogni legittima istanza delle realtà locali, prescindendo da chi sia al governo di questa o quella amministrazione cittadina.
In un sistema malato non sempre ciò accade.  Il sano principio democratico, che pone l’uomo al servizio dell’istituzione, viene troppe volte sovvertito.

Per natura il civismo, spinta dal basso, è portatore sano di un dialogo aperto verso i cittadini, ma anche verso le varie forze politiche; esso, per assolvere al compito di raccordo tra rappresentanza e partecipazione, tenta di ricondurre i partiti a confrontarsi su un terreno civico.  
Qualora ciò avvenga si potrà sfociare in intese su valori e principi, con attuazione di punti cardine di programma, definiti in ascolto alla cittadinanza, in un rapporto di partecipazione che sia il più funzionale possibile a guarire la Democrazia e a riportare quel termometro a livelli normali.  
Ma attenzione, il civismo non deve annullarsi in un partito, l’identità civica deve essere forte e sentita, vissuta con orgoglio, se si vuole davvero produrre cambiamento. 
La trasversalità civica non è assolutamente assenza di idee, non è azzeramento di un pensiero politico che viene sostituito da un elenco di cose da fare, modello “lista della spesa”.
Di fatto il civismo deve operare delle scelte che necessariamente devono passare dall’elaborazione del concetto di bene comune;
non si può fare politica senza la Politica, solo con il confronto si può trarre dalla propria diversità una ricchezza di idee e collocarsi nel panorama politico con una visone di sintesi.

Il problema è che non sempre il dialogo è proficuo e che questa missione non è affatto semplice. 
Il civismo inoltre sconta una sorta di peccato originario, essersi opposto al sistema e avere stravolto i piani di questo o quel potere, e anche di non essere preparato ad affrontare l’enorme pressione che il potere stesso esercita.
Quei civici che hanno dalla loro l’onestà delle intenzioni devono comunque farsi le ossa sul campo, non sono attrezzati, ciò nonostante cercano di occupare il proprio spazio nelle realtà politiche locali cambiandone l’indirizzo verso il bene comune.
Consideriamo anche che la confusione ingenerata nel significato stesso di civico, parola artefatta dalle tante mistificazioni, non aiuta. Valutiamo anche il rischio di infiltrazioni, presente nei partiti e non completamente esente dal civismo, il quale può essere impugnato da questo o quell’interesse particolare. 
Torniamo a ragionare dunque sulla possibilità che una rete civica nazionale possa essere possibile e necessaria, nonostante siano numerosi i tentativi ancora non realizzati, perché solo allorquando si porranno principi certi che implichino una identità e un valore comune dell’esperienza civica, facendo pulizia di tutte quelle mistificazioni che pullulano a ogni tornata elettorale, il civismo potrà superare alcuni limiti.
Una rete sarebbe indispensabile per arginare il senso di isolamento che ogni movimento civico prima o poi sconta. 

In questi tempi la politica rivela un grave difetto di approssimazione, oggi non si tende a fare buona politica, si pensa piuttosto a fare una buona comunicazione politica, usando ogni mezzo per convincere e attrarre consenso, in una perenne campagna elettorale.
La buona politica invece necessità di sensibilità, studio e competenza, che danno capacità di risolvere problemi i quali, nonostante la tendenza diffusa a raccontarci di “miracoli italiani” e di “superuomini” al comando, non hanno affatto facili soluzioni. Non facciamo che assistere a teoremi e promesse veicolati da una propaganda continua, senza fondamento ma di facile presa sulla gente;  vengono agitati temi che sono suggeriti da vere e proprie ricerche su ciò che attrae consenso, sulle paure della gente, sul malcontento che può essere cavalcato strumentalmente.

Il civismo deve porsi in alternativa a questo modello, rifuggire questi metodi fallaci, e impegnarsi a dare risposte, studiare e costruire percorsi. Quindi tornare a applicare un criterio meritocratico. Diversamente non si alzerà mai il livello della politica e solo alzando questa asticella cresceremo come Paese, liberandoci  da tanta mistificazione.
Il gap è culturale. Il limite è che la propaganda non smetterà mai di incalzare sui tempi e sulle modalità di risposta del civismo che non potranno essere immediate, con il pericolo che, per assolvere a tali pressioni, si possa scadere nell’approssimazione o peggio si finisca con il ricorrere alla stessa propaganda del risultato facile immediato, utile solo all’intercettazione momentanea di consenso elettorale.

I voti contano, e le ragioni per le quali si vota spesso non sono ponderate;
esiste una volatilità del voto, in particolare di quello civico, e una grave carenza di crescita culturale che serve a fornirci di quegli strumenti che possano determinare un voto ragionato e responsabile.
Comprenderete che unirsi sui valori è importante, altrettanto importante è avere il sostegno della cittadinanza, ma a volte mancano gli strumenti culturali che consentano una chiave di lettura e comprensione dei problemi, e in una società sempre più avvezza a non approfondire, a fermarsi ai titoli, a non studiare e a esprimersi su tutto senza farsi domande e senza coltivare sani dubbi, sarà difficile costruire proposte alternative senza partire da un cambiamento del sentire comune.

Affrancarsi dalle mistificazioni, usare gli strumenti di partecipazione democratica, diventare cittadini consapevoli, è sicuramente tra gli obiettivi primari del civismo
, in ragione della sua spinta dal basso e della sua ambizione di riportare la Buona Politica tra la gente, per realizzare la sua aspirazione a una democrazia più partecipata e più libera da condizionamenti di poteri forti, ai quali la partitocrazia si è purtroppo molte volte asservita, a discapito della rappresentanza, sacrificando il concetto di bene comune.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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Un commento su “Il termometro della Democrazia, temperatura da bollino rosso

  1. I verdi hanno cominciato in Italia, nella seconda metà degli anni ’80, come “liste civiche” comunali o territoriali, con alcuni slogan “i partiti sono partiti adesso arrivano i verdi” oppure “pensare globalmente agire localmente”, anche “l’ecologia nella politica”, “basta professionisti della politica”. Alcune regole cercavano di impedire la ricandidatura e in qualche caso, nella stessa legislatura, si applicava la rotazione delle nomine. Concetti di genere e alternanza uomo donna esistevano già oltre 30 anni fa. Molte di queste idee sono state mutuate e aggiornate e riprese dal 1992 ad oggi dai vari movimenti o liste civiche. Nel 2008 la lista civica per il bene comune si era candidata in parlamento. Come spiega anche l’articolo molti si travestono o rivestono di civismo per poi diventare o tornare ad essere espressione di quella politica o di quel metodo di fare politica che lo stessi dichiaravano di contrastare o combattere. Non bastano onestà o legalità per amministrare o per essere eletti. Non bastano nemmeno merito e capacità. Servono i voti e spesso anche chi ha altri interessi si serve delle facce e dei curriculum puliti o capaci, slavo poi tentarne le varie sirene. Il problema non è vincere le elezioni o ottenere il consenso ma il saperlo tramutare in quell’azione di ridurre la corruzione e i blocchi burocratici disumani. Fatta questa premessa si è civici al di fuori delle istituzioni. Quando si entra nei vari consigli o parlamenti o governi o amministrazioni bisogna attuare norme, regolamenti e leggi oppure modificarli anche confrontandosi e scontrandosi con quella parte di potere e interesse che si vuole combattere. E’ quindi necessario confrontarsi e dialogare con partiti e potere. Senza doverne venire necessariamente a patti. Condivido le conclusioni dell’articolo. Il civismo però non deve essere solo l’ultima frontiera della democrazia o il suo baluardo ma deve contribuire a rigenerarla. Una vera democrazia è quando c’è, oltre a partecipazione, informazione, confronto, dibattito, maggioranza e opposizione, ma soprattutto quando ci sono dei veri partiti. Cioè qualcosa di molto diverso da quelle che, da fuori naturalmente, sembrano una guerra tra correnti o tra aspiranti leader mortificando il dibattito interno. Senza permettere a nessuno di crescere, tantomeno distruggendo quella che potrebbe formarsi come nuova classe dirigente. Non vale il merito ( questo sembra da fuori) ma l’obbedienza cieca al leader. Ecco il civismo deve permettere invece questo confronto.

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