Squallor: il fascino della trasgressione intelligente

                         

Durante i funerali c’erano due bare. E noi stavamo a piangere tutti su una bara. E io mi sono accorto che c’era un altro nome allora ho chiesto al prete: “Chi è il cadavere?” Lui dice: “Antonio…” Non ricordo il cognome.
Così ho detto:
“Ragazzi, stiamo a piangere uno che non conosciamo, cambiamo bara”. […] Daniele era spiritoso, gli piaceva se ridevamo.

(Alfredo Cerruti sulla morte di Daniele Pace, dal documentario The Squallor)

Daniele Pace

Inqualificabili nel senso più puro del termine, gli Squallor sono un oggetto di culto tra appassionati del pop e buontemponi di ogni età.
Abili autori e arrangiatori spesso hanno sacrificato potenziali hit al gusto della dissacrazione, producendo testi che miscelavano nonsense, volgarità e un caustico sense of humour.

Quando eravamo ancora minorenni spesso avevamo un’amico più grande con qualche disco degli Squallor formato cassetta in macchina che ovviamente si guardava bene dal mettere su quando c’erano i ‘matusa’. Stupiva ancora che qualche espressiva sequela di parolacce potesse essere registrata e venduta.

La prima formazione degli Squallor.
Da sinistra, Giancarlo Bigazzi, Totò Savio, Elio Gariboldi, che lasciò il gruppo nel 1974, e Cerruti, già noto per essere il compagno di Mina, ma anche come voce delle volanti 1 e 2 dell’«Indietro tutta» di Renzo Arbore.
(dal sito: www.lospettacolodevecontinuare.com)

Crescendo, prima li si catalogava come una pagliacciata buona per la generazione precedente, proprio come si finiva per giudicare gli scontati doppi sensi delle canzoni di Arbore, poi qualche amico tirava fuori all’improvviso una citazione, come “Là dove finisce il fiume, inizia il film” oppure “Elena, Troia quanto t’ho amato”, e ti tornavano in mente quelle cassette. Infine, spinto dalla curiosità scoprivi di essere diventato maturo per poter finalmente comprendere l’intelligenza nascosta dietro la trivialità degli Squallor e dietro i loro nonsense.

Ancora molti si chiedono perché i 14 album di un gruppo fantasma (nessun concerto e pochi passaggi nelle radio), godano a tutt’oggi dell’amore incondizionato di tanta gente.

Daniele Pace, era un compositore, autore di brani come “Nessuno mi può giudicare”, “La pioggia”, “Io, tu e le rose”.
Alfredo Cerruti, napoletano, è stato direttore artistico di varie etichette di dischi, per le quali verranno pubblicati i dischi del gruppo.
Giancarlo Bigazzi, paroliere, era fiorentino con un numero impressionante di ininterrotti successi, dagli anni 60 fino al decennio scorso:
Portavano la sua firma “Luglio”, “Lisa dagli occhi blu”, “Erba di casa mia“, “Montagne verdi”, “Gloria” e tanti altri: la lista è infinita.
Totò Savio era un chitarrista e cantante partenopeo.
A completare il gruppo, nel loro primo disco va segnalata anche la partecipazione del discografico Elio Gariboldi.

Riccardo Del Turco canta “Luglio” di Giancarlo Bigazzi

Si trattava, insomma, di cinque amici nella vita, che all’uscita del primo disco “Troia” erano tutti più o meno quarantenni, stimati professionisti della canzone italiana. 

Punti fermo degli Squallor è la loro appartenenza al genere musicale nazional-popolare: da lì non si muoveranno mai.
Oggetto della loro parodia è stata sempre e solo la musica pop, della quale però, almeno musicalmente, hanno rispettato i canoni.
Col gruppo collaboravano altri artisti e personaggi, ma lo facevano da membri occulti: basti citare Gianni Boncompagni e Gigi Sabani, che nell’ultimo album pubblicato nel ’94, sostituì Totò Savio alla voce.

Sarebbe però imperdonabile ridurre gli Squallor a fenomeno rilevante solo per i testi.
Come si è detto, i membri del gruppo erano abili autori e arrangiatori e anche per questo loro progetto goliardico, confezionarono basi di altissimo livello, in alcuni casi vere e proprie hit potenziali sacrificate al loro gusto dissacratorio.

Su queste musiche formalmente ineccepibili venivano spalmati testi, spesso del tutto improvvisati, che coniugavano nonsense, volgarità – tanta ma mai gratuita! – e un sense of humor molto più affilato di quello che a un primo ascolto appariva. 

Forse gli Squallor sono stati gli autori dei più feroci attacchi ai poteri (religioso, politico o economico) che la musica italiana ricordi, senza tener conto poi anche degli squarci di crudele verismo aperti in alcuni testi sulla vita degli uomini di ogni generazione.
Sulla questa scia appariranno in seguito alcuni gruppi influenzati da loro, come gli Skiantos, che ne erediteranno la tendenza all’improvvisazione e al nonsense.
Più recentemente affermatisi, Elio e le Storie Tese devono moltissimo agli Squallor, in primis la formula che unisce musica “alta” e colpi bassi comici. 

Nel 1971 la band decise di mettere in atto un processo di demolizione del feticcio “canzone” con il 45 giri “38 Luglio/Raccontala giusta”.
In realtà, lo spirito dissacratore è presente esclusivamente nel lato A del disco, essendo “Raccontala giusta” solo una canzoncina scherzosa.
“38 Luglio”, che sarà modello per molti dei loro brani, è invece paradossale fin dal titolo.
Il brano iniziava con una base in stile Procol Harum, con l’organo hammond in evidenza, ed un testo, in parte improvvisato, nel quale si raccontavano le vicende di “un elettrotecnico che inventò la pila” facendo collassare nel testo linearità temporale, logica e grammatica. 

Squallor – 38 Luglio –

Solo grazie agli spiriti affini di Boncompagni e Arbore, “38 Luglio” godette di alcuni passaggi all’interno di “Alto Gradimento”, ma l’impressione era che lo “scherzo Squallor” fosse destinato a finire presto.

E invece, due anni dopo, ecco arrivare nei negozi “Troia”, con la mitica copertina del cavallo a dondolo in mezzo alle fiamme.
Rispetto alle opere successive, colpisce la quasi mancanza di volgarità ma non di doppi sensi, anche se è già presente un’aria di anarchia che diventerà il loro marchio di fabbrica.

Molto più celebre è il successivo “Palle”: aperto e chiuso da un coro a cappella, il disco presenta momenti esaltanti come “Santanna” e “Marcia longa”, che sono le telecronache di eventi assurdi, con voci sovrapposte dall’effetto esilarante, intramezzate da pubblicità come “mettetevi un dito in culo e la vita vi sorriderà!”.

Lo scopo di questi brani è quello di sbeffeggiare, servendosi del paradosso, istituzioni politiche e religiose.
“Sono una donna non sono una santa” è la cover fedele del pessimo hit di Rossana Fratello, col medesimo testo, ma cantato dalla voce maschile e bassissima di Pace.
“Angeli Negri” è un dialogo assurdo tra un “povero negro” (Pace) e un pittore (Cerruti), parodia della celebre canzone “Angelitos Negros”. “Veramon” è una caricatura, con tanto di cantato simil-francese, dei brani da chansonnier, mentre “Il Vangelo secondo Chinaglia” contiene una narrazione paradossale che seguendo un esile filo conduttore finisce per poi andare volutamente alla totale deriva.

A “Palle” seguirà un silenzio di tre anni, che verrà rotto, nel 1977 con tre album: “Vacca”, “Pompa”, entrambi del 1977 e “Cappelle”, del 1978.
Questi lavori toccano il vertice della loro produzione e comprendono i loro brani ancora oggi più citati.

Dopo una delirante introduzione, “Vacca” si apre con la title track, il cui testo, recitato da Gianni Boncompagni, è uno dei più alti esempi di comicità nonsense che l’Italia abbia prodotto.
Si tratta di un finto servizio giornalistico sul concerto di un gruppo, i “Cow”, i cui membri, pur essendo tutti sul palco, si sono in precedenza suicidati nei modi più inverosimili.
“Abat-jour” presenta una serie di assurde comunicazioni sulle frequenze radio della polizia (sketch che Cerruti riprenderà nel programma “Indietro Tutta”), mentre “Alluvione” va tramandata come modello di satira alle istituzioni: una catastrofe come un’inondazione, viene descritta come un happening pubblico al quale partecipa la popolazione festante coi politici orgogliosi in testa.

Volante uno volante due

"Volante uno volante due"… che fine ha fatto il toro? Ce lo raccontano Nino Frassica e RENZO ARBORE – Pagina Ufficiale!

Pubblicato da Rai2 su Domenica 11 marzo 2018
Renzo Arbore “Indietro tutta” – volante uno volante due –

In “Piazza Sanretro” la religione viene presa per la prima volta di mira con un’omelia in cui si esaltano valori non proprio spirituali.
“Testamento specifico” è un altro dialogo delirante tra un moribondo e un notaio.

Grande successo commerciale, grazie anche alle radio libere, “Pompa” ha al suo arco frecce come l’impareggiabile “Berta” con la scenetta in cui un milanese spaccone viene mandato in bianco e ridicolizzato per le sue velleità economiche e sessuali da una napoletana verace e, soprattutto, “Unisex”, in cui c’è il racconto in lingua spagnola di una rapporto omosex, ma che si tinge di feroce anticlericalismo quando uno dei due si presenta come il “Cardinale Alfonso Fava”.

La sceneggiata napoletana e il cantautorato impegnato vengono presi di mira rispettivamente in “La Scarognata” e “Sfogo”.
La conclusiva “La Marcia dell’equo canone” è l’ennesima telecronaca di una sfilata di case con cui il gruppo prende in giro gli Agnelli: 

“La casa più bella naturalmente è la casa degli Agnelli/ Con giardino e cameriere negro importato dalla Svizzera interna/ Da Zugg, un paese vicino Zogg/ Che ha, invece di due mani, quattro mani di cui una stereo/ E fa palleggiare forchetta, cucchiaio, bottiglia di Champagne e hashish insieme/ A scelta, si può introdurre nella mano del negro una piccola carica di marihuana”.

Una citazione merita “Famiglia Cristiana”, primo capitolo della “saga di Pierpaolo”, di cui dei sequel saranno presenti in quasi tutti i dischi successivi.
In ognuno di questi brani il protagonista, un debosciato di buona famiglia dotato di una voce querula e pieno di una volgarità incontenibile, telefona al padre da diversi parti del mondo avanzando esose richieste economiche a cui il genitore, probabilmente un politico, non può sottrarsi perché ricattato dal figlio che ne conosce tutti i segreti altarini.

L’album successivo è “Cappelle” in cui si fa a pezzi il politicamente corretto.
Inizia con un brano come “Radio Cappelle”, il cui scopo è quello di scandalizzare i benpensanti e sfottere le radio libere.
Ancora più cattiva è la conclusiva “Crosta Center Hospital” in cui la malasanità diventa oggetto di barzelletta.
Ma il capolavoro dell’album è “Dannunziata”: su una base dance il protagonista dà indicazioni a due inesperte prostitute su come praticargli una fellatio.
In tempi di escort e “bunga-bunga” un brano del genere potrebbe oggi far appena sorridere, ma allora nel 1978 era veramente rivoluzionario.

L’album successivo è “Tromba” dove c’è la l’irresistibile gag di “Gennarino Primo”, sulla nomina di un pontefice napoletano e il tour de force creativo di “Tutto il morto minuto per minuto”, in cui si passa dalla telecronaca di un funerale al quale partecipa la “jetset” della musica leggera italiana a quella di catastrofici eventi sportivi con tanto di orgia finale tra calciatori negli spogliatoi.

Negli anni Ottanta il regista Ciro Ippolito, dopo avere visto “Il Senso della Vita”, si mise in testa di girare qualcosa di analogo.
Il primo problema che si pose fu come replicare da noi la comicità dei Monty Python.
E gli vennero in mente gli Squallor… che furono entusiasti dell’idea e decisero di realizzare un film sugli indiani.

“Arrapaho” (1983) costò poco più di cento milioni di lire e incassò ben cinque miliardi, contribuendo alla popolarità degli Squallor.
Si trattava di un film diventato di culto, ma era decisamente brutto. Ciro Ippolito, ad essere generosi, poteva essere considerato al massimo un mediocre mestierante, neanche paragonabile a Terry Gillian ma, soprattutto, la comicità del gruppo si prestava poco o nulla a essere trasferita sullo schermo.
Decisamente più riuscita fu la colonna sonora di Arrapaho che va ricordata per “Avida”, in cui un marito veglia sul cadavere della moglie augurandosi che sia davvero morta, e per la storia di “Piacere, Pesce”, il cui tema, legato alle spie di oltrecortina, ispirerà Elio e le Storie Tese in “Pippero”.
“O Tiempo se ne va” è una parodia della canzone napoletana alla Nino D’Angelo, in cui Totò Savio si lamentava di una ragazza piuttosto giovane e sicuramente restìa a concedersi.

E’ dal 1994, ormai, che i fan aspettano un nuovo disco degli Squallor.
Certo sarà difficile al gruppo riunirsi dopo che Totò Savio si è spostato alle Isole Fiji, dove, con gli ultimi dischi prodotti da Garibaldi, che l’ha raggiunto da qualche anno, sta sperimentando forme di crossover tra la musica locale e quella napoletana.
Giancarlo Bigazzi si è trasferito dal 2012 dalla Maremma in Russia. Insomma, Alfredo Cerruti, l’unico rimasto in Italia, dovrà faticare per riportare gli altri in sala di registrazione.
Per ingannare l’attesa, ci restano i quattordici album finora usciti a nome Squallor, documento di una musica veramente libera e creativa.

Come abbiano fatto a vendere tutti i dischi che hanno venduto, diventando un vero e proprio caso nazionale, è un mistero, soprattutto visto che ciò che hanno inciso erano prodotti senza compromessi, allucinati, a volte volutamente “repellenti”. 

L’ago della bilancia quando si parla di loro pende quasi sempre dalla parte del discorso comico, degli sketch, del divertimento fine a sè stesso che era uno degli scopi della band, ma gli Squallor erano certamente qualcosa di più.
Erano ferocemente grotteschi, rappresentavano il lato schifoso della nostra penisola, cibo che trituravano nelle loro canzoni con la conseguenza che tra i denti rimaneva sempre impigliato qualche detrito o qualche ossicino. 

Quella degli Squallor era una vera “poetica dello spiazzamento”, un’avanguardia nazionalpopolare: sia che i fruitori fossero degli ignoranti, sia che fossero intellettuali in cerca di uno sfogo liberatorio dai clichè, gli Squallor piacevano a tutti. 

E se vogliamo rendere loro giustizia non dobbiamo romperci la testa per collocarli a “destra”, “centro” o a “sinistra”, sminuendone così la visione critica o affidandoci a cliché che sono quanto di più lontano ci sia dalla loro musica.

Restano così una forza pura di dileggio che mai si esaurisce nella “goliardiata” e non ci si deve neanche fermare ai dati anatomici delle copertine in cui c’è sempre un dettaglio disturbante, un particolare che impedisce di liquidare tutto come una barzelletta sporca. e
Lo stesso avviene nelle canzoni, i cui momenti più divertenti ed inquietanti coincidono con sfasature linguistiche apparentemente innocue, fatte usando le parole ripetitive della quotidianità più trita, parole che vengono sconvolte da veri terremoti lessicali. 

Non è sufficiente dire che gli Squallor allargano le categorie della poetica leggera facendo canzoni sugli aspetti più squallidi dell’esistenza: è una considerazione insufficiente perché loro si spingono oltre, fino a diventare cantautori più di protesta di quelli di professione.
Soprattutto l’accento dissacrante di Pace nel tratteggiare politici, potenti e preti, si è mostrato capace di descrivere un universo in cui le risposte accettabili da tutti sono impossibili, e nel quale bisogna sporcarsi le mani per sondare pure le emozioni di chi ci è contro.

La “rivolta” degli Squallor resta un esorcismo contro il tempo che passa, un invito a sovvertire le leggi ripetitive della vita, uno sberleffo finale, alla “Amici miei”, verso le leggi dell’umano rispetto e verso parole che non significano nulla, ma tappezzano la vita.
Sono canzoni, quelle loro, che, come quelle che nascono durante le bevute, prendono di petto la paura di restarci secchi e di non potere far più scherzi.

Si dice che, nel 1985, al funerale di Pace, Cerruti in lacrime, abbracciando Savio e Bigazzi, abbia esclamato:

“E ora siamo rimasti in tre!… come i Police!”

Tonino Panino è nato, o meglio è stato covato a Roma negli anni del boom italiano, cioè all’incirca a metà degli anni Cinquanta.
Già da piccolo amava a tal punto i suoi contemporanei che meditava di fondare un Erode Fun Club.
La faccenda si concretizzò solo qualche decennio dopo e Panino, insieme col collega Tarallo, venne nominato membro a vita del sodalizio, percorrendone per intero il cursus honorum.
Figlio unico, per buona sorte dei suoi mancati fratelli e sorelle, da piccolo non era molto studioso, preferendo trascorrere il suo tempo tra le braccia di Euterpe, piuttosto che a scuola, ascoltando musica e suonando: prima il pianoforte, poi il violino, quindi le percussioni e per ultimo il campanello di casa.
Senza musica non vivrebbe, lo sanno anche in casa, luogo nel quale è sottoposto giornalmente ad una flebo di gorgheggi melodici.
La sua musica preferita è il folk jazz sinfonico, ma non gli dispiace neppure la musica elettro-barocca da camera: comunque vista la sua spaventosa apertura mentale in campo musicale si può dire gli piacciano tutti i generi tranne i raga tibetani.
Non è una buona forchetta e non ama stare in tavola più di 35 secondi, e questo solo nel raro caso si senta di buon umore.
Ha la cordialità di un riccio arrabbiato ed è abitudinario al punto di non aver mai cambiato moglie.
Parla fluentemente un po’ di lingue tra cui l’uzbeco e il sezzese. 


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