Giulio Cesare Vanini: morire da filosofi

A quattrocento anni dal suo supplizio pare opportuno un ricordo di Giulio Cesare Vanini, il filosofo italiano “maledetto” per eccellenza. 

Fu condannato con l’accusa di essere “ateo e bestemmiatore del nome di Dio”, diciannove anni dopo Giordano Bruno.
Il suo era un pensiero moderno che risulta tuttora scomodo e che aspetta ancora una piena riabilitazione in Italia.

Nel 1618 il Tribunale ecclesiastico di Tolosa aprì un processo al filosofo e umanista Giulio Cesare Vanini per il reato di ateismo e di blasfemia. L’uomo fu condannato il 9 febbraio 1619 e per questo morì di una morte atroce; gli fu tagliata la lingua, poi fu strangolato e arso sul rogo.
Aveva solo 34 anni.

Giulio Cesare Vanini

Arthur Schopenhauer, a proposito di Vanini, ebbe ad affermare: “certamente fu più facile bruciare Vanini che riuscire a confutarlo; per ciò, dopo che gli fu tagliata la lingua, si preferì condannarlo a morte sul rogo” [Parerga e paralipomena].

Lucilio Vanini, che firmò i suoi lavori sempre come Giulio Cesare, nacque a Taurisano nei pressi di Lecce nel 1585, figlio del funzionario di origine ligure Giovanni Battista e della nobildonna spagnola Beatrice Lopez de Noguera.
Erano gli anni nei quali l’Imperatore Carlo V dominava anche l’Italia meridionale e Taurisano era una città povera come del resto tutto il meridione schiacciato dai tributi.

La casa natale di Vanini a Taurisano

Nel 1599 Vanini si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Napoli, ma dopo la morte del padre nel 1603, fu costretto ad abbandonare gli studi per la mancanza di mezzi. Così entrò nell’ordine carmelitano con il nome di Fra Gabriele. 

Nel 1606 si laureò in diritto civile e canonico conseguendo a Napoli il titolo di dottore; aveva allora già una grande cultura e parlava benissimo il latino.

Nel 1608 venne trasferito in un monastero di Padova ed egli ne approfittò per iscriversi alla facoltà di teologia della località veneta.
L’esperienza patavina fu importantissima per la sua formazione di filosofo: si dedicò con passione allo studio del pensiero di Averroè e di Girolamo Cardano.
Considerava però suo maestro il filosofo Pietro Pomponazzi, che in un suo famoso “Trattato” aveva negato l’immortalità dell’anima.

Pietro Pomponazzi

In quel periodo della sua vita entrò in contatto anche con il gruppo di Paolo Sarpi e cominciò ad avere un atteggiamento critico verso l’ortodossia cattolica. 

Nel gennaio 1612, a causa della sua attività antipapale fu fatto allontanare da Padova e rinviato a Napoli nell’attesa di misure disciplinari da parte del generale dell’Ordine carmelitano.
Vanini, disobbedendo, andò invece a Bologna ed ebbe relazioni segrete con gli ambasciatori inglesi a Venezia per passare in Gran Bretagna.
Poco tempo dopo assieme ad un confratello riuscì a fuggire in Inghilterra passando attraverso Svizzera, Germania, Olanda e Francia.

Qui nella Chiesa londinese detta “degli Italiani”, alla presenza di un folto auditorio, e presente il filosofo Francesco Bacone, abiurò alla fede cattolica, abbracciando la religione anglicana.
All’inizio di agosto il nunzio pontificio a Parigi avvertì la Segreteria di Stato vaticana che due frati veneziani non meglio identificati erano fuggiti in Inghilterra: “e si sono fatti ugonotti”. 

Ma anche di anglicano Vanini aveva ben poco: somigliava più a un pensatore libero

Sir Francis Bacon
italianizzato in Francesco Bacone

Tuttavia, mentre l’Inquisizione romana preparava un processo contro di loro, i due frati si pentirono ed inviarono lettere a Roma per ottenere la riammissione nel cattolicesimo.
Tra il 1613 e 1614 diventò palese agli inquisitori inglesi la loro abiura e il progetto di fuggire dall’Inghilterra.
Molte ambasciate straniere si attivarono nel favorire la loro fuga. Così, per prevenirne le mosse, i due, Vanini e Genocchi, furono arrestati.

Naturalmente si acuì la persecuzione contro il filosofo che venne trasferito nella Gatehouse adiacente all’Abbazia di Westminster, mentre gli anglicani preparavano il processo contro di lui.
Riuscì a fuggire grazie all’aiuto dell’ambasciatore spagnolo a Londra. 

In aprile Vanini e Genocchi arrivarono a Bruxelles e si presentarono al Nunzio di Fiandra, Guido Bentivoglio, che li attendeva.
Vennero iniziate le pratiche per la concessione del perdono e venne loro accordato di tornare in Italia e di vivervi in abito secolare, cioè senza indossare l’abito religioso, ma con il vincolo di obbedienza al loro superiore. 

Anthony van Dyck ritratto del Cardinale Guido Bentivoglio

Alla fine di maggio i due frati si misero sulla via per Parigi, città nella quale dovevano presentarsi al Nunzio, Roberto Ubaldini. 

A Parigi, nell’estate del 1614, durante la permanenza presso il Nunzio, Vanini si inserì nella polemica relativa all’accettazione dei principi del Concilio di Trento in Francia, che tardava ad arrivare a causa del rifiuto del clero gallicano.
Per orientare gli animi nella direzione voluta dalla Santa Sede, scrisse i “Commentari in difesa del Concilio di Trento” di cui intendeva avvalersi per dimostrare la sincerità del suo ritorno nella fede cattolica. 

Riprese quindi la strada per l’Italia dirigendosi verso Roma dove doveva affrontare le fasi finali del processo presso il tribunale dell’Inquisizione. 

Dimorò per qualche mese a Genova, dove ritrovò l’amico Genocchi.
Si guadagnava da vivere facendo il precettore ai figli di Scipione Doria.
Quando l’inquisitore genovese fece arrestare Genocchi, per paura che gli toccasse la stessa sorte riprese la via dell’esilio e fuggì in Francia.

Fu prima a Lione dove pubblicò “l’Amphitheatrum aeternae Providentiae”, e poi a Parigi, dove pubblicò il “De Admirandis Naturae … Arcanis”.

Questa opera venne bene accolta dall’intellighenzia francese perché era il manifesto degli “esprits forts” che guardavano con ammirazione alle innovazioni culturali e scientifiche che venivano dall’Italia.

Le autorità cattoliche però attaccarono nuovamente Vanini e la sua opera venne stavolta condannata al rogo dalla Sorbona, in quanto eretica.
Inoltre, la Congregazione dell’Indice la pose nella prima classe degli autori proibiti.

Senza ufficiali misure contro la sua persona, Vanini venne escluso da molti ambienti francesi a causa della condanna della sua opera. 

Così iniziò a vagare per varie località della Francia meridionale, protetto da molti aristocratici amanti delle sue idee.

Infine giunse a Tolosa, dove venne arrestato il 2 agosto 1618 per accertare quali fossero le sue idee in materia di religione e morale. 

Si tentò di condannarlo a tutti i costi, convocando anche molti testimoni, ma non si appurò un bel niente.
Nonostante tutto il 9 febbraio 1619 il Parlamento di Tolosa condannò Vanini per ateismo e blasfemia.
Abbandonato da tutti gli amici, affrontò con dignità la sua pena
Rifiutò l’assistenza di un prete e pare che, rivolto al commissario che venne a prelevarlo in prigione, avesse pronunciato una frase rimasta celebre: “Avanti, andiamo allegramente a morire da filosofo”. 

Questa frase dimostrava quanto egli fosse consapevole di ripetere un copione già recitato da altri.
Diciannove anni prima era toccato a Giordano Bruno, a Roma, in Campo de’ fiori, e circa duemila anni prima, era toccato a Socrate.

La statua di Giordano Bruno a Roma in Campo de’ Fiori

Racconta un’altra fonte che, durante una sosta nel tragitto che lo portava al patibolo, al commissario del Parlamento di Tolosa, che gli aveva ingiunto di pentirsi davanti a Dio, alla giustizia e al Re, Vanini gridò: 

“Non esiste né un Dio né il diavolo, perché se ci fosse un Dio gli chiederei di lanciare un fulmine sull’ingiusto ed iniquo Parlamento; se ci fosse un diavolo gli chiederei di inghiottirlo sotto terra; ma, poiché non esiste né l’uno né l’altro non ne farò nulla” 

Il supplizio di Vanini in una tela del 1935 di Rada Efimovna Chusid
Leningrado, Museo di Storia della Religione e dell’Ateismo.

Se davvero avesse detto queste parole, si tratterebbe dell’unica sua vera professione di ateismo, perché la caratteristica delle sue opere fu quella di prendere le difese dell’ateismo camuffandola dietro un particolare dispositivo retorico, tanto è vero che esse passarono la censura e vennero pubblicate con tanto di “imprimatur” delle autorità di controllo dei contenuti, e solo dopo ci si accorse del loro vero spirito.

Si consideri, ad esempio, il titolo completo della sua opera: “Anfiteatro dell’eterna provvidenza divino-magico, cristiano-fisico, nonché astrologico-cattolico contro gli antichi filosofi atei, epicurei, peripatetici e stoici”.
Se scorriamo l’indice, infatti, vediamo che se le cinquanta “Esercitazioni” in cui consiste l’opera, sembrano una difesa dei capisaldi della dottrina cristiana (esistenza ed essenza di Dio, Provvidenza, libero arbitrio ecc.) dagli attacchi provenienti dalle filosofie atee e materialiste, il trucco principale di Vanini consisteva appunto nel difendere tali capisaldi con argomenti deboli e contraddittori, che naturalmente mettevano in evidenza, per contrasto, la forza implacabile delle obiezioni “empie”. 

Busto di Vanini (1886) di Eugenio Maccagnani (1852-1930): Lecce, Villa Garibaldi

Protagonista assoluta del suo pensiero era la Natura, “regina e dea dei mortali”, interpretata in chiave materialistica come un organismo autosufficiente, infinito ed eterno.
Tutte le entità soprannaturali, introdotte da Platone ai cristiani: divinità, anime, angeli, demoni ecc., erano invenzioni. 

Nessuna prova a favore dell’esistenza di Dio e della Provvidenza era valida, perché era smentita sia dalla logica che dalla constatazione quotidiana del trionfo della sofferenza e della sopraffazione.
Secondo Vanini I miracoli sono da ritenersi imposture dei preti, inventate al fine di tenere a bada il popolino, mentre i filosofi, che da sempre sanno bene che si tratta di semplici favole, in genere preferiscono tacere per non incorrere nella vendetta del potere.
Tutto ha cause naturali e non c’è alcun ordine superiore, come il fato, che sovrintenda alle vicissitudini del mondo secondo un qualche schema razionale. 

Non fu un caso, quindi, che Vanini sia stato “giustiziato” in una terra governata da re che erano tali “per diritto divino”.
Dichiararsi atei in un contesto simile costituiva anche un grave reato politico, dal momento che veniva messa in discussione la fonte stessa dell’autorità dello Stato: era il reato di lesa maestà. 

Nella storia della filosofia gli restò attaccata l’immagine di miscredente, soprattutto perché era avversario di ogni superstizione e di fede precostituita, tanto da essere considerato uno dei padri del libertinismo.

Volendolo appunto considerare un precursore del libertinismo, vi sono in lui alcuni elementi che lo avvicinavano al pensiero dell’ignoto autore del “Trattato di tre impostori”, pubblicato in Olanda nel 1719, in cui l’autore asseriva infatti che i creatori delle tre religioni monoteiste non fossero altro che degli impostori.

Il pensiero di Vanini rifletteva la complessità della sua formazione, perché era un religioso, un naturalista, ma anche un ricercatore. 

Tra le cose originali del suo pensiero c’era perfino una specie di anticipazione del darwinismo, perché, dopo un primo tempo in cui aveva sostenuto che le specie animali nascessero spontaneamente dalla terra, in un secondo tempo parve essere convinto che esse potessero trasformarsi le une nelle altre e che l’uomo derivasse da “animali affini all’uomo come le bertucce, i macachi e le scimmie in genere”.

Da quanto scrisse emerge comunque molto di ciò che evolverà poi nel pensiero materialista.
Vanini ci ha infatti lasciato due opere che si presentano come confutazioni della credulità. 

Non lesinò certo aspre critiche alla chiesa romana e a complicare ulteriormente le cose per lui, venne l’accusa di aver sottoposto ai censori testi diversi da quelli che furono poi pubblicati, una volta ottenuto l’imprimatur.
Ancora oggi gli studiosi discutono su quali realmente fossero le sue idee in profondità. 

Il monumento a Vanini a Taurisano

Diciamo oggi che Vanini non può essere considerato un semplice eretico perché il suo pensiero non era riconducibile ad alcuna religione.
Poteva forse essere definito panteista, o forse solo agnostico: sicuramente era un individuo deciso a pensare con la sua testa. 

Qualunque intenzione abbia avuto, o definizione che si possa dare di lui, Vanini ci ha lasciato due opere fortemente naturaliste e scettiche, in cui si manifestavano convinzioni pericolosissime per i suoi tempi.
I suoi libri, dopo la sua morte, si diffusero comunque in tutta Europa e la chiesa non sapeva che atteggiamento prendere perché c’era una gran voglia di libertà in giro, un’aspirazione che sia la controriforma che la riforma non erano in grado di soddisfare. 

Quello che stupisce, quando ci si avvicina a Vanini, è la sproporzione tra la sua grande fama europea ed il silenzio che grava su di lui nella cultura italiana, soprattutto scolastica.
Qualunque studente delle superiori ha sentito parlare di Machiavelli, Giordano Bruno, Galilei e altri, ma quasi tutti ignorano chi fosse Vanini. 

Certo, non è stato un pensatore originale come altri, e spesso le sue pagine sembrano il risultato di una miscela sapiente ed ingenua di idee prese da molte parti, ma non c’è dubbio che la sua figura sia tra le più interessanti dell’età moderna. 

Va ricordato che, anche col suo contributo, prese vita ai suoi tempi una corrente di pensiero che presentò come caratteristica la critica dell’invadenza religiosa in nome dell’autonomia della ragione da ogni autorità. 

Un tribunale dell’Inquisizione

Proprio l’intenzione di emanciparsi da ogni servitù intellettuale conferì il nome al movimento, detto “libertinismo”, in riferimento al libertus, ossia l’ex schiavo romano affrancato.
La corrente libertina si sviluppò all’inizio nella Francia dei primi decenni del Seicento, come reazione al tentativo di restaurazione della più rigida ortodossia da parte della Controriforma. 

Quel flusso di pensiero traeva origine soprattutto dal Rinascimento e dalla sua affermazione della dignità e dell’autonomia intellettuale dell’uomo.

Il punto su cui tuttavia i Libertini insistevano maggiormente era proprio la tematica dell’impostura religiosa, ovvero la distruzione dei dogmi volti all’assoggettamento del popolo al potere.
Tale critica sfociava o in un moderato deismo, per cui alla concezione dogmatica del Dio cristiano veniva opposto un Dio razionalmente inteso come principio ordinatore del cosmo, oppure si riversava in un radicale panteismo di marca bruniana, per cui Dio altro non sarebbe che il mondo nella sua vitale realtà. Quel pensiero poteva tuttavia portare anche ad un’aperta professione di ateismo. 

In ogni caso, al di là delle varie posizioni assunte dai suoi componenti, il libertinismo tendeva a propugnare la tolleranza religiosa.

Fu soprattutto con Charles Blount che il pensiero di Vanini entrò nella cultura inglese, acquistando una dimensione europea che non abbandonerà mai più, divenendo nel Seicento inglese un cardine del libertinismo.

Charles Blount

Pierre Bayle, il primo pensatore a riconoscere la moralità degli atei, citò Vanini quale esempio di “ateo virtuoso”, anzi, un vero e proprio “martire dell’ateismo”.
Nell’Ottocento Vanini fu celebrato da un poeta come Hölderlin e da due filosofi molto diversi come Hegel e Schopenhauer.
Resta il fatto che l’importanza di Vanini è enorme: oggi, come padre del libertinismo, è ritenuto anche un precursore dell’illuminismo.

Hölderlin in un ritratto di Franz Karl Hiemer -1792-

A fronte della sua assenza nei manuali italiani di oggi, fa impressione vedere il paragrafo di quasi sei pagine dedicato a Vanini, subito dopo quello dedicato a Bruno, nella sezione della “Storia della filosofia” di Hegel relativa ai pensatori che in epoca rinascimentale si sono resi protagonisti di “vere e proprie iniziative filosofiche”, incorrendo in taluni casi nelle ire della Chiesa.
Quest’ultima, rimasta estranea al pensiero libero ed alla scienza, si “vendicò”, scrive proprio così Hegel, creando martiri del libero pensiero come Bruno e Vanini.

Hegel

“Dissero che offendevi Dio. Ti maledissero, / Ti compressero il cuore, ti legarono, / ti diedero alle fiamme, te, il Santo. / Perché non sei ritornato dal cielo / avvolto nelle fiamme, per colpirli / i blasfemi, suscitare la tempesta / disperderne le ceneri di barbari / dalla tua terra e dalla tua patria! / Ma la santa Natura, che tu amasti / in vita, e che ti accolse nella morte, / perdona. E i tuoi nemici ritornarono / nella sua antica pace con te” (Hölderlin)

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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