Quando l’amore ha trionfato…

Un parlamentare della Lega, il deputato Di Muro, durante una seduta della Camera dei deputati, nella quale si doveva discutere di un decreto legge per la ricostruzione post terremoto, ha preso la parola e, dopo essersi chinato sul proprio banco, tirando fuori un cofanetto con un anello, si è rivolto «ad una persona presente in tribuna», scandendo: «Elisa, mi vuoi sposare?».
Subito si sono levati gli applausi da parte dell’Aula, anche se il presidente della Camera, Roberto Fico, non ha gradito la messa in scena.

“Quando uno si sente completamente idiota, vuol dire che è innamorato?”

chiede François Truffaut, regista, sceneggiatore, attore e critico cinematografico francese.

Una bella domanda. Ma nel caso specifico non posso rispondere, il grado di consapevolezza è molto soggettivo, a volte decisamente offuscato; non ho quindi alcun riscontro di quanto si sentisse idiota il parlamentare in questione, o se invece, lungi dal rinsavire, così obnubilato dall’innamoramento, non vi si sentisse affatto, convinto com’era della sua geniale trovata, in perfetto stile con i salotti televisivi nostrani, dove la retorica amorosa va in scena quotidianamente.
Forse egli ha confuso il luogo nel quale si trovava, considerando solo l’ausilio delle telecamere, alla stregua di una opportunità irrinunciabile, per entrare nel magico mondo dei reality show.
Non escluderei prossime interviste e future ospitate televisive per questo nostro paladino dell’amore “prima di tutto”, con buona pace dei terremotati o di chiunque altro si sia aspettato dal luogo istituzionale quel contegno, o almeno, per rispetto, quella sana capacità di discernimento tra pubblico e privato.

Pare che sentirsi felicemente idioti sia un sintomo plausibile del “mal d’amore”, sperimentato un po’ da tutti, e Truffaut, al di là dell’ironia di questa sua domanda retorica, ha centrato in pieno uno degli aspetti dell’innamoramento.

François Truffaut


Chi non si è mai sentito, almeno per una volta, felicemente idiota da innamorato?

Farfalle nello stomaco o stelline negli occhi, fate voi.
L’innamorato vaga con la mente in uno stato di “semigalleggiamento”, vive in una bolla, forse cammina senza toccare i piedi a terra, un po’ a mezz’aria; si dice che abbia la testa tra le nuvole, finché non si risveglia e si rivede a una specie di moviola, quando torna a essere lucido.
Ci sono innamorati disillusi, che ben presto si riconoscono come idioti e si vergognano di sé stessi; mentre gli innamorati a lieto fine, o quasi, si rivedono con imbarazzo nei momenti in cui “in principio era il caos” e riconoscono di essere stati un po’ idioti, con una punta di rimpianto.  
Ma questi innamorati esibizionisti invece? Di che specie sono?

Oggi viviamo in un mercato sempre più avido di spettacolarizzazione, che risente di una “dittatura” dei media, i quali nutrono il pubblico di reality e gossip, e più li nutrono più aumenta la domanda; lo spettatore è oramai assuefatto, permeato e condizionato da tutta questa pantomima, non senza confonderla con la Vita (questo è il dramma), e soprattutto egli è sempre più dominato dal desiderio di emulazione, perché quella sembra essere a tutti gli effetti la strada per la felicità.
In sintesi siamo stati “drogati” da una ridicola quanto patologica mercificazione dei surrogati di sentimenti prodotti su scala industriale, i quali sono considerati e trattati alla stregua di oggetti di consumo,  niente di più. Ma più se ne consuma più se ne vuole, e più se ne vuole più ci si abitua che i sentimenti siano proprio così, come ce li rappresentano, ovvero che sia tutto un grande gioco, nel quale vince chi fa più ascolti o più mi piace o più televoti.
Tutto ciò è molto banale, eppure ci ha condizionati irrimediabilmente.


Chissà in proposito che cosa avrebbe detto Truffaut?

Siamo intrappolati tra realtà e finzione, tra sentimento e rappresentazione, nel grande palcoscenico delle narrazioni umane, con le finestre spalancate sulle storie degli altri attraverso i social e la televisione, dove vite in diretta e personaggi cavia, con le telecamere sempre puntate addosso, stanno a rappresentarsi consciamente, chiusi dentro un immenso Truman show dai labili confini, solo per soddisfare una sorta di “voyeurismo  mediatico”, pur di raggiungere la gratificazione effimera di un successo altrettanto volatile.

Molti hanno twittato per «il senso delle istituzioni tradito», accusando il deputato in questione di «una cafonata» perché «non si può interrompere una discussione sulla ricostruzione post terremoto per questo» e si sono schierati giustamente con Fico, che quel rispetto dell’Istituzione ha voluto difendere e ribadire. Come non dargli ragione?
Possiamo immaginare quanto i terremotati si siano sentiti rincuorati da questa sortita, considerato lo spessore di questi nostri rappresentanti chiamati a risollevare le sorti del Paese.
La società dei consumi è diventata con il tempo una società delle immagini e dell’apparire che ha travolto tutti, senza fare eccezione per i luoghi istituzionali dove alcuni personaggi sono convinti di essere nel loro diritto di farne uso improprio, travolti da una mania di protagonismo che li ha resi pronti a gettarsi in acrobatiche, quanto improbabili, messe in scena.
La realtà diviene un grande set televisivo, imponendo un’irreale distanza con i problemi che vi si dibattono.
La dichiarazione d’amore in diretta dal Parlamento, con tanto di anello con “brillocco”, è l’ennesimo episodio che snatura l’Istituzione.
Del resto Ennio Flaiano diceva che “oggi il cretino è pieno di idee”, ed è proprio questo a renderlo estremamente pericoloso, in un’epoca dove impera la “narratologia”, dove la rappresentazione ha preso il posto della realtà, che viene spettacolarizzata, data in pasto al pubblico e consumata.
Sembra che tutto ciò che non viene rappresentato sia condannato all’irrilevanza, ma subito dopo, essendo comunque il Nulla, torna a produrre inesistenza.
Questo vuoto cosmico, e l’illusorietà di colmarlo, ci rende sempre pronti a una nuova messa in scena, così come esige il mercato dei consumi, alimentato da un esibizionismo senza limiti che si è impadronito di ogni dimensione della vita, pubblica o privata che sia…
e così, “in sintonia con questo esordio di apertura dei lavori all’insegna dell’amore”, dopo le risse da saloon, le mortadelle, i brindisi e quant’altro, finalmente anche alla Camera l’amore ha trionfato.

Forse.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

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