Black Magic Woman – Abraxas

Abraxas dei Santana fu uno dei primi dischi che comprai.
Dopo una infanzia passata ad ascoltare soprattutto i Rolling Stones, che amavo alla follia, e i Beatles che per forza di cose ero costretto ad orecchiare grazie a mia sorella e mia cugina (qui potete leggere un altro mio articolo che parla proprio di questo), decisi di allargare il mio sguardo, anzi le orecchie a nuovi sound.
Fu così che in vista del Natale feci una richiesta scritta e regolarmente autografata al Grande Babbo.
La mia richiesta era la seguente:

Ciao Babbo Natale! Ti voglio scrivere questo appunto perché da un pò di tempo i miei gusti sono cambiati. Mattoncini Lego ne ho in quantità industriale, le macchinette oramai non mi interessano più e i vestiti li vado a comprare a Via Sannio.
Vorrei quindi darti una piccolo suggerimento sui regali che potresti portarmi questo Natale.
Avrei voglia di scoprire altra musica rispetto a quella che ascolto ora quindi ti elenco i dischi che mi piacerebbe avere.

Poi, a tua discrezione, puoi sceglierne il numero; ti prego però di rispettare l’ordine di elencazione.
Grazie.

Ps.: Naturalmente per l’anno prossimo mi sono ripromesso di essere più buono, quindi spero che tu mi possa dare un piccolo incentivo basato sulla fiducia.

Elenco dischi in ordine di interesse:
Santana– Abraxas
Traffic– John Barleycorn Must Die
Simon & Garfunkel– Bridge over trouble water
Crosby Stills Nash & Young– Deja vu
New Trolls– Concerto grosso

Fu così che quel Natale ricevetti in regalo i Santana, i Traffic e i New Trolls: naturalmente Babbo Natale aveva letto con scarsa attenzione la mia richiesta.

Abraxas, il disco dei Santana, era veramente coinvolgente e aveva un sound latino-americano incredibile.
Sicuramente è rimasto il disco più famoso di Carlos e della sua band.
Vinse 9 dischi di platino e uno d’oro.
Uscito nel 1970, conteneva brani come l’indimenticabile “Samba pa ti” (sottofondo classico delle prime innocenti pomiciate), e la splendida “Black Magic Woman”.

La copertina, poi, era quanto di più magnifico e pruriginoso potesse immaginare un ragazzo nel pieno delle turbe sessuali giovanili: la splendida black magic woman, nuda, prosperosa, mollemente adagiata su stoffe damascate, catalizzava la mia attenzione.

L’artista che aveva realizzato cotanta bellezza era “Abdul” Mati Klarwein, un noto pittore surrealista tedesco che aveva frequentato gli studi di Salvador Dalì e che da Ernst Fuchs, artista fondatore della Wiener Schule des Phantastischen Realismus, aveva appreso anche la tecnica pittorica della “mischtechnik” durante un soggiorno a Saint Tropez.
Questa tecnica era stata utilizzata anche dai maestri fiamminghi del XVI secolo e consentiva di ottenere un grande dettaglio nelle linee, impedendo ai colori di mescolarsi, grazie ad una miscela fatta di tempere, coagulanti e colori ad olio.

“Abdul” Mati Klarwein

Si dice che Carlos Santana sia rimasto fulminato vedendo questo dipinto riprodotto su una rivista e che si sia recato immediatamente presso lo studio dell’artista per chiedergli di poterlo utilizzare per la copertina dell’album che stava registrando.
Mati però nel frattempo era andato in viaggio a Tangeri insieme all’amico Timothy Leary, il guru del LSD, ed era quindi piuttosto difficile mettersi in contatto direttamente con lui. Carlos riuscì comunque a firmare un contratto per l’utilizzo dell’immagine con alcuni parenti di Klarwein.

Il quadro originale di Mati del 1961

Il quadro originale era stato dipinto nel 1961, ben lontano quindi dall’era psichedelica dei primissimi anni settanta, ed era intitolato “Annunciation”, volendo rappresentare in chiave pagana ed erotica l’Annunciazione biblica.
L’Arcangelo Gabriele, sotto le spoglie di una donna nuda e tatuata, a cavallo di una conga, scende per dare la lieta novella ad una splendida maga nera, assolutamente incurante di tutto.
Secondo Mati le congas (percussioni derivate dalla Makuta congolese) sono state sempre utilizzate in Africa per annunciare qualcosa di importante.
L’angelo con l’indice della mano destra indica, verso il cielo, il simbolo ebraico dell’Aleph (prima lettera dell’alfabeto che significa inizio).

Ci sono anche tre ballerini nigeriani della tribù nomade dei Wodaabe, che rappresentano i tre Re Magi (non ho mai capito perché si dica Magi invece che Maghi), piazzati sulla sinistra vicino all’autoritratto del pittore.
Mati li aveva incontrati in un suo precedente viaggio in Africa:

“Alla fine della stagione delle piogge, il popolo Wodaabe del Niger celebra un rituale annuale di sette giorni, durante il quale gli uomini svolgono un serie di incantesimi e cercano di distinguersi per la loro bellezza. 
Nel corso di quella settimana, le donne indicano gli uomini più desiderabili. 
Come parte del rituale, gli uomini decorano i loro volti per attirare le donne. 
Un uomo che può tenere fermo un occhio mentre muove l’altro è considerato particolarmente attraente.

Una colomba, altro simbolo sacro, sorveglia il pube della maga.
La donna ritratta, realmente esistente, si chiamava Jill e da alcune fonti sembra che fosse di Guadalupe e che fosse anche l’amante di Mati.
Di lei l’artista dice:

Ricopiare una fotografia non andava bene: avevo bisogno della tensione erotica di una vera modella nel mio studio. 
Era una contadina muscolosa che, per pura coincidenza del “destino” (la mia dea preferita), era anche di Guadalupe. 
No, non era una ballerina, ma aveva acquisito quei muscoli portando verdure al mercato locale. 
L’ho trovata in posa per gli studenti d’arte presso l’Accademia dove ho disegnato nel pomeriggio.”

Altri dettagli singolari del dipinto sono rappresentati da un elefante, in alto a destra, che simboleggia il Buddha mentre, tramite la sua proboscide, feconda la propria madre, e poi da un’insenatura, visibile nella parte bassa della copertina, con case di pescatori e terrazze coltivate delimitate da muri a secco.
Quello era il paesaggio che Mati guardava dalla sua casa a Deià, nell’isola di Maiorca.
Lui la chiamava “il mio ombelico del mondo”, e sosteneva di esserci arrivato nei primi anni ’50 dopo aver perso una nave per Ibiza.

Io sono il pittore sconosciuto più famoso del Mondo

La sua collaborazione con Santana lo rese famoso in tutto il mondo, tanto che lo stesso Mati raccontò:

“Nei miei viaggi ho visto la copertina di Abraxas appuntata sul muro di una capanna di fango di uno sciamano in Nigeria, sul pavimento dell’aristocratica sala padronale del Duca di Bedford in Inghilterra, negli studi in cui è stato girato Miami Vice, nel bar di una sala massaggi a Bangkok e anche all’interno di un camion di un trasportatore di ganja di Rastafarian in Giamaica: ero in buona compagnia globale.
Muchísimas gracias Carlitos!”

“Abraxas”, il titolo del disco, è una parola di incerta etimologia che è stata ritrovata incisa su pietre e gemme usate come talismani magici.
La parola, che attraverso un codice numerico basato sulle sue lettere, simboleggiava un mondo intermedio tra quelli terreni e ultraterreni, si ritrova anche in testi gnostici.
I padri della Chiesa che combatterono le eresie consideravano Abraxas una forma di culto di Satana/Shaitan.
Nelle immagini è spesso raffigurato con la testa di un gallo o di un leone e il corpo di un uomo con la parte inferiore composta da due serpenti.

Lo stesso Carlos Santana precisava però, sul retro dell’album, che l’ispirazione per il titolo l’aveva trovata leggendo un libro di Herman Hesse, “Demian”.

“…Eravamo di fronte a lui (il quadro n.d.r.) e cominciammo a gelare dentro per lo sforzo. Abbiamo interrogato la figura, l’abbiamo vituperata, abbiamo fatto l’amore con lei, pregata: l’abbiamo chiamata madre, l’abbiamo chiamata puttana e sgualdrina, l’abbiamo chiamata nostro amore, l’abbiamo chiamata Abraxas…”

Come tutti i brani contenuto nel mitico disco di Carlos Santana, anche “Black Magic Woman” divenne un’icona del gruppo, pochi però sanno che in realtà il pezzo da loro interpretato era una cover!
L’autore della canzone era Peter Green che l’aveva scritta nel 1968.
Peter Green fu uno dei fondatori dei Fleetwood Mac, gruppo che nacque nella metà degli anni ’60 da una costola dei Bluesbreakers di John Mayall.
Di seguito potete ascoltare la versione originale del brano, arricchita da una lunga improvvisazione blues, durante un concerto dei Fleetwood Mac al Boston Tea Party del 1970.

La versione originale di Black Magic Woman dei Fleetwood Mac, peccato che la sincronizzazione fra filmato e musica non sia delle migliori

Nato lo scorso millennio in quel luogo che, anche da Jovanotti, è definito l’ombelico del Mondo, Klaus Troföbien è ritenuto un vero cultore ed esperto di filosofia e costume degli anni 70/80.
È un ardente tifoso della squadra di calcio della Roma, ma non di questa odierna semiamericana e magari presto cinese, ma di quella di Bruno Conti, Ancellotti, Di Bartolomei, di quella Roma insomma che allo stadio ti teneva 90 minuti in piedi e 15 minuti seduto; è inoltre un collezionista seriale di oggetti vintage che vanno dalle cartoline alle pipe, dalle lamette da barba ai dischi in vinile.
I suoi interessi sono la musica pop rock blues psichedelica anni ’70/’80, la fotografia, la cultura hippie, i viaggi, la moto, il micromondo circostante.
Grazie ad una sua fantasmagorica visione è nata Latina Città Aperta, della quale è il padre, il meccanico e il trovarobe.
Politicamente è stato sempre schierato contro.
Spiritualmente, umilmente, si colloca come seguace di Shakty Yoni, space wisper di Radio Gnome Invisible.
Odia rimanere chiuso nell’ascensore.
È stato visto scendere i 1576 gradini dell’Empire State Building in 13h e 13′, incurante degli amici che lo invitavano ad usare almeno il montacarichi.
Un pensiero criticabile ma libero, una mente aperta a 359 gradi.
Ma su quel grado è intransigente.


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