L’odio, ipoteca della paura

In questi ultimi tempi mi intrattengo spesso in riflessioni attorno all’odio, anche in ragione dalla pacifica quanto necessaria rivolta del movimento delle “sardine”, mobilitatosi contro questa triste deriva.
Ogni volta ho considerato che sono in tanti a soffiare sulle braci per riaccendere incendi mai del tutto sopiti e, nononstante il monito della storia, la cui memoria è tenuta in vita da testimonianze e insegnamenti, l’incremento degli odiatori in rete è a effetto valanga.
In proposito ho trovato questa riflessione di Simon Wiesenthal, ingegnere e scrittore austriaco di origine ebraica, superstite dell’Olocausto, che mi pare molto calzante:

“Il connubio di odio e di tecnologia è il massimo pericolo che sovrasti l’umanità. E non mi riferisco alla sola grande tecnologia della bomba atomica, mi riferisco anche alla piccola tecnologia della vita di ogni giorno: conosco persone che stanno per ore davanti al televisore perché hanno disimparato a comunicare tra di loro.”

disegno di Pawel Kuczynski

Constatiamo quotidianamente quanto sia pericoloso il micidiale connubio tra tecnologia e odio, nel quale diventa determinante l’incapacità di comunicare tra persone e di provare perciò una sincera empatia, che non si limiti al surrogato melenso, trito e ritrito, cui ci hanno assuefatti i prodotti di bassa televisione, tipo reality o talk show, a caccia di sensazionalismo pur di alzare gli indici di ascolto.
Mi chiedo perché vi sia tutta questa apparente facilità di odiare in rete, mi pare come se l’odio sia stato liberato e letittimato alla stregua di un impulso naturale, se non addirittura rivalutato tra i sentimenti da “nobilitare”.
Certo è che quando l’obiettivo di tanta acrimonia è un’astrazione, di cui non si ha alcuna diretta percezione umana, stare dietro uno schermo fa sentire irresponsabili da un lato e niente affatto invulnerabili dall’altro:
chi subisce l’odio soffre nella stessa maniera che se lo subisse di persona, il suo effetto è comunque devastante e la sua amplificazione lo rende ancora più forte. Tale è la gogna mediatica.

disegno di Pawel Kuczynski

Eppure, per chi sta celato dietro lo schermo, l’odio perde gran parte della sua abominevole e “odiosa” dimensione, diventa marginale, viene addirittura sdoganato, in quanto appare senza conseguenze, viziato da una incapacità delle coscienze di scegliere lucidamente.  
La facilità di odiare, però, con il suo effetto valanga, per il quale odio genera altro odio,  si è manifestata anche in tempi nei quali la rete non esisteva ancora; i condizionamenti, nonostante non si navigasse nel web, c’erano già, offerti dalla cassa di risonanza di altri mezzi di comunicazione, supportati dalle suggestioni di massa e dall’infatuazione della folla dinanzi alle prove di forza del leader di turno che, con la cultura della paura, esattamente come accade oggi, generava mostri e produceva a sua volta mostruosità.  

disegno di Pawel Kuczynski

Oggi il connubio micidiale tra questo odio e la tecnologia, che entra nella vita quotidiana, assorda le coscienze ancora prima che si formino ai valori del bene; il meccanismo a catena si instaura facilmente, tanto più che, con la connivenza dei social – media, personaggi senza scrupoli, quanto volatili e inconsistenti, se ne servono per orientare l’opinione pubblica, attrarre consensi e raggiungere il potere.  

È vero quanto asseriva il sociologo Zygmunt Bauman:

Odiamo perché abbiamo paura, e odio e paura sono prigionieri di un circolo vizioso, alimentandosi vicendevolmente, tanto che dobbiamo designare una categoria di persone come bersaglio,

dobbiamo cioè orientare il nostro livore verso un gruppo, quale esso sia, politico – religioso – etnico, e, se come la storia insegna,

“un odio perfettamente coerente parla sempre il linguaggio dei gruppi, dell`anonimato e delle follie di massa”,

ne consegue che niente è più pericoloso che parlare per categorie, invece che di persone, singoli individui, esseri umani come noi; sono le categorie in astratto che ci allontanano dal sentimento dell’umanità e che possono più facilmente venire tacciate di essere portatrici del male assoluto, entità senza volto, etichettate e colpevolizzate in modo da incarnare la figura di un nemico adatto per tutte le stagioni.
Il rancore degli odiatori ha bisogno di un capro espiatorio per innescare un’onda crescente, che travolga e annulli ogni raziocinio.
Ci si serve dunque di categorizzazioni che forniscano l’alibi alla sorda volontà di spiegare l’odio che proviamo, giustificandolo e legittimandolo quale necessario, per il mantenimento di una società ordinata e civile, per la difesa dei nostri diritti messi a rischio solo e esclusivmente da una categoria di odiosi cospiratori e usurpatori. 

disegno di Pawel Kuczynski

È responsabilità di ciascuno di noi opporsi a questa macchina dell’odio, tornare a comunicare, incontrarsi, riconoscersi persone tra persone; è responsabilità dei media esprimersi con un linguaggio che non fomenti la rabbia e svolgere dei concetti che non demonizzino categorie, riconoscendo l’umanità prima di tutto e applicando sopra ogni cosa quel concetto di lucidità che è caro a Albert Camus, scrittore e giornalista, e“che presuppone la resistenza all’impulso dell’odio e alla fatalità”;  è necessario, più che mai ora, liberarci dall’ipoteca della paura e ritrovare “la libertà di spirito, senza la quale non si risolverà nessuno dei problemi che affliggono la coscienza moderna”   

disegno di Pawel Kuczynski

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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Un commento su “L’odio, ipoteca della paura

  1. L’odio non solo si accompagna con la paura, ma anche con l’ignoranza e l’incapacità a comunicare. Abbiamo imparato che tra tutte le ricchezze effimere c’è quella vero del tempo che non si può comprare. Come non si acquistano ma si impara dall’esempio familiare la capacità di comunicare, parlare, osservare, comprendere. La tranquillità, la consapevolezza sono la predisposizione a non farsi vedere o avvertire come nemici, ma come umanità che diventa solidarietà. A questo si accompagnano spesso avidità, avarizia che si oppongono alla divisione. La società del fast food e di bassa qualità ha trasformato anche i rapporti dalla qualità alla quantità o alla velocità. La velocità non ci porta da nessuna parte. Invece odio, paura, ignoranza, divisione sono facili strumenti per chi ci vuole togliere la libertà, la dignità, sottomettere, comandare con facilità. Anche la tecnologia bisogna saperla usare e non farci usare da questa, deve essere al nostro servizio e non il contrario. L’antidoto non sono e non possono essere sardine o movimenti, associazioni che come tutte le cose belle iniziano e finiscano. La risposta invece è nell’umanità che le macchine e la tecnologia rischiano di toglierci, come i social che in realtà diventano antisocial…. Qui ritorna il concetto di persona. Essere anziché apparire o ostentare. Mostrarsi per quello che si è tra qualità e difetti. Accettarsi per essere accettare e sentirsi accettare. Amare per essere amati. Rispettare per essere rispettati. Aiutare per ricevere solidarietà. Sorridere e ridere serenamente per originare sorrisi e buonumore. Troppo banale? Forse. Ma si tratta di umanità. Chissà perché invece di coalizzarci o di temere chi genera odio, paura per comprarci, sottometterci facciamo il loro gioco. La risposta è anche nella bellezza, nell’arte, ma soprattutto nelle parole, negli sguardi, nell’attesa

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